Il Tirreno

Versilia

Al Centro Matteucci di Viareggio si è aperta ieri la mostra-evento dell’estate versiliese che accende i riflettori su uno dei più interessanti seguaci di Fattori e sui suoi rapporti con Modì 

Oscar Ghiglia e l’amico Modigliani le due vie livornesi alla pittura

Adolfo LIPPI
Oscar Ghiglia e l’amico Modigliani le due vie livornesi alla pittura

Adolfo LIPPIOgni estate, puntualmente, Giuliano Matteucci dell’omonimo Centro, estrae da un prezioso baule livornese un pittore, ora fantastico, ora magico, ora accademico, ora avventuroso. E lo...

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Adolfo LIPPI

Ogni estate, puntualmente, Giuliano Matteucci dell’omonimo Centro, estrae da un prezioso baule livornese un pittore, ora fantastico, ora magico, ora accademico, ora avventuroso. E lo presenta, nell’elegante scenario della villa di via Buonarroti, al gusto e al piacere della vasta platea che ama la bellezza e il ricordo. Questa volta tocca ad Oscar Ghiglia, seguace di Fattori, amico di Modigliani, autore di nitide visioni, ritratti solidi, nature morte che, pur richiamandosi a Cézanne, lo scavalcano nell’accensione dei toni, mele più rosse che non si può, fiori lussureggianti e laccati che splendono di tono senza bisogno di luce estranea.

Ghiglia è tra i livornesi quello meno accecato dalle mode. Visse un tempo di gran fracasso in arte, tra impressionisti, macchiaioli, futuristi, cubisti. Lui si mantenne rigorosamente fuori perfino dalla “scuola di Pergentina” (Signorini, Borrani, Abbati, Sernesi) che pure è fedelissima al vero. Ma solitario e cercatore in sé, produsse quadri più da salotto che da museo, dando alle opere freschezza, precisione, anticipando Dossi e Casorati ed il conclamato “ritorno all’ordine”, che tanto piaceva a Margherita Sarfatti musa di Mussolini.

Uomo d’epoca, Ghiglia, visse nello spegnersi dei fuochi risorgimentali e il fascismo restauratore di classicità. Visse, lui figlio di povera gente (il padre Valentino, morì giovanissimo), iniziando tanti lavori, dal fabbro al merciaio. Poi però, grazie all’amicizia con il talentuoso Amedeo Modigliani, ebbe a frequentare Firenze e il “nido” di Giovanni Fattori padre del toscanesimo, della “macchia”, dove, morto il maestro, emergevano De Tivoli, D’Ancona, Lega, Cecioni, Cabianca, tutti visitatori di Parigi e del post-impressionismo.

Nel catalogo di questa mostra, al Centro Matteucci, il nipote di Ghiglia, Leonardo, colto ed informatissimo, ben racconta i passaggi professionali del nonno, tra Livorno, Firenze, Venezia (mai andò fuori d’Italia). E così si può capire quale era il tessuto, borghesissimo, del milieu che nel primo Novecento stava attorno all’acquisto ed alla raccolta di quadri, tessuto di famiglie spesso ebraiche, che emergevano nei commerci e nella finanza e che, dopo i furori e le guerre garibaldine, riscoprivano le delizie del salotto, della veranda, delle riunioni familiari ai bagni Pancaldi di Livorno o sulle passeggiate a Viareggio o Castiglioncello.

Ghiglia divenne amico a Livorno di un potente collezionista, Gustavo Sforni, che non solo gli comprava quadri ma gli dette il coraggio per avventurarsi tra gli intellettuali allora di grido, da Giovanni Papini a Soffici a Ugo Ojetti, tutti ben assestati tra riviste celeberrime, giornali nazionali, esposizioni e gallerie d’arte di successo.

Vi è nella mostra al Centro Matteucci, tra tanti godibili lavori, un ritratto di gentiluomo, quello di Giuseppe Vannicola, che nella composizione, nel vestiario, nell’impeccabile calata di toni chiari e leggeri (stoffe di lino e cravatta nera di seta), è l’emblema di questa borghesia professionale ed imprenditrice che, con posa raffinata e scelte squisite, si lasciava alle spalle un Ottocento infuocato e si apriva la via al secolo nuovo, all’impresa, alle professioni, alle politiche giolittiane, ed anche all’arte nuova che sarebbe esplosa per le intuizioni futuriste di Marinetti e le plateali innovazioni cubiste di Picasso.

Ecco, Oscar Ghiglia, senza scomporsi alle mode, seguì questo parterre di relazioni. Dipinse per loro paesaggi e nature morte di una felicità coloristica assai esaltata. Mai si lasciò prendere dall’esperimento, dalla provocazione (sulle quali insistevano ormai gli artisti europei), rimase sempre controllato, pur concedendo, con Cézanne, qualcosa in più alla natura, cioè facendo colori forti su cose usuali.

Nel catalogo della mostra al Centro Matteucci ben precisano i significati di Ghiglia due autorevoli critici, Elisabetta Matteucci e Vincenzo Farinella, ma è il confronto con due eccezionali presenze, due bellissimi quadri di Modigliani ospitati nella mostra che chiarisce e spiega il lavoro di Ghiglia. Modigliani e Ghiglia, ambedue livornesi, amici di giovinezza, l’uno inquieto e inquietante, l’altro esitante e raccolto, batterono due strade assai distinte. L’uno, Modigliani, allungò la figura, colorò in essenziale (toni quasi spenti, ripetuti, poverissimi) e divenne una star mondiale. Ghiglia senza rivoluzioni del gusto pittorico ottocentesco (e nazional popolare), litigò perfino con Giovanni Papini, non approvando la sua adesione al futurismo. Rimase così, e resta, Ghiglia, un incantevole «antico da sembrare nuovissimo». Il suo carattere fu infatti meditativo, poco attratto dalla ribalta, schivo equilibrato, come lo fu la reticente borghesia che poi la prima grande guerra ed il fascismo cancellarono, come immagine e come valori, dalla faccia del mondo. Della quale ci pervade ancora una struggente nostalgia.

La mostra di Oscar Ghiglia al “Centro Matteucci” rimane aperta per l’intera estate. È di sicuro un evento.

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di Redazione web