Il Tirreno

Versilia

la sentenza di primo grado 

Giuseppe Raucci assassinato da malavitosi «di rispetto»

Donatella Francesconi
Giuseppe Raucci assassinato da malavitosi «di rispetto»

Il procuratore generale difende l’operato del pm della Dda e chiede condanne con l’aggravante mafiosa

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CAMAIORE. Parole importanti, quelle pronunciate dal sostituto Procuratore generale Vilfredo Marziani a Firenze, di fronte alla corte d’assise d’appello presieduta da Alessandro Nencini chiamata a giudicare i quattro imputati per l’omicidio di Giuseppe Raucci, ucciso a quarantotto anni il 9 dicembre 2015. Quattro imputati tutti condannati a vent’anni in primo grado dalla corte d’asssie presieduta dal giudice Mario Profeta. L’accusa - rappresentata dal pubblico ministero Angela Pietroiusti (Dda Firenze) - aveva chiesto per tutti l’ergastolo. E le indagini avevano portato la Procura a contestare sia l’aggravante mafiosa che la premeditazione. Di «valorosa collega» ha dunque parlato ieri Marziani con riferimento proprio a Pietroiusti, difendendo in tutto e per tutto il quadro tracciato dalla collega e dalla pg che a quella indagine ha lavorato.

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«Non associati mafiosi», è scritto nelle motivazioni della sentenza di primo grado, «ma soggetti che pretendevano di essere rispettati». E il riferimento è a quelli che i giudici definiscono i protagonisti «calabro-pratesi» di una vicenda che ruota tutto intorno a traffici di droga ad un livello medio-alto, ovvero gli imputati Emilio Tropea e Giovanni Zaccuri (ritenuto colui che sparò a Giuseppe Raucci). «Persone pluricondannate e di rispetto», si legge nele motivazioni della sentenza «per usare un’espressione con la quale vengono definite persone malavitose non di basso livello (...). A certi livelli malavitosi vi deve essere reciproco rispetto. E, quando viene commesso uno sgarbo, vi possono essere delle conseguenze». Così che quella partita di zucchero, ritirata a Roma come cocaina da Raucci e un “socio”, non poteva essere considerata come niente fosse. E la perdita di 35.000 euro doveva tornare indietro. Ancor più considerando il fatto - si legge nella sentenza - che «Raucci, già minacciato, non solo non aveva chinato il capo, ma aveva replicato che si sarebbero dovuti tutti frugare nelle tasche e che erano dei buffoni (...). Insomma, un atteggiamento che aveva inviperito i contraddittori».

Un crescendo di “invimperimento” che porta alla morte di Giuseppe Raucci, avvenuta in un appartamento di Tirrenia, con «un colpo di arma da fuoco esploso da distanza ravvicinata», come da autopsia. Altro che «disgrazia» - è ancora la sentenza - come sostenuto nel memoriale di Zaccuri, nel quale lo stesso imputato si era rappresentato come «inconsapevolmente coinvolto nei fatti da Tropea», oltre che ammalato.

Ma - così la tesi dell’appello proposto dalla Procura generale di Firenze contro i 20 anni comminati in primo grado a Emilio Tropea, Giovanni Zaccuri, Yuri Cambi, e Carmine Balzano - fu proprio nell’incontro del 25 novembre 2015 in un bar di Prato che Giuseppe Raucci, di fronte «al comportamento mafioso dei soggetti incontrati iniziava a comprendere la serietà e gravità delle minacce per la propria incolumità». Ed è quello l’incontro nel quale viene imposto il termine massimo di una settimana per la restituzione, da parte di Raucci, di 35.000 euro. Pagamento al quale Raucci non arriva e, dunque, «viene messa in atto una spedizione punitiva» attirandolo a Tirrenia «con il pretesto di un nuovo incontro chiarificatore». Il colpo alla nuca inferto alla vittima appena entrata nell’appartamento «non lascia dubbi sulla sussistenza dell’aggravante del metodo mafioso». —


 

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