Gioco
La città torna a sfilare sulle vie della strage I familiari delle vittime non sono soli
Anche quest’anno migliaia di persone hanno partecipato al corteo per ricordare i trentadue morti nel disastro ferroviario
VIAREGGIO
Un ragazzo e una ragazza camminano tenendosi per mano, nel ventre del corteo. Marco Piagentini, poco distante da loro, se ne accorge. Li osserva con pudore e abbozza un timido sorriso. «Non li conosco, ma mi fa piacere che stiano partecipando». Come se la presenza di quei giovani che la notte del disastro erano ancora bambini fosse una carezza al suo animo logorato da una battaglia destinata a concludersi tra chissà quanto. Quel sorriso si fa ancor più sincero quando Piagentini condivide il freschissimo ricordo della signora di 78 anni «che ha voluto pure lei esserci, nonostante non riuscisse a camminare». Il corteo sta per immettersi sulla Passeggiata. Sono già migliaia le persone che lo compongono preservando la sacralità di un silenzio squarciato (pochi minuti dopo le 21) dal prolungato fischio di un treno in transito, quasi fosse il segnale di partenza. I familiari delle vittime in ordine sparso, quelli delle altre stragi d’Italia, gente comune, rappresentanti di Comuni e istituzioni locali, con i gonfaloni a favore di vento. E poi ancora tante associazioni, anche gli ultras del Viareggio.
Dal cavalcavia sono ben visibili le bandiere tricolore listate a lutto. È un altro segnale (muto) di vicinanza. Chi prende parte al corteo quando raggiunge la Passeggiata trova di fronte a sé persone che cenano nei gazebo senza dire una parola, con una luce soffusa o al buio. Diverse attività commerciali si presentano con le saracinesche abbassate a metà. Una signora di Firenze invoca un applauso collettivo da quello stesso lunghissimo serpentone umano che la colpisce, tanto da non sapere, né volere aggiungere altre parole ad una richiesta così spontanea, prontamente accolta. La identifica come un abbraccio, Marco Piagentini. Ed è proprio quel gesto che genera in lui un momentaneo stato di quiete interiore espresso con toni di una pacatezza quasi disarmante. L’occhio continua a cadergli su chi fatica a (ri)conosce a primo impatto. Non restringe l’orizzonte alla sola sera del 29 giugno, ma lo estende anche agli altri 364 giorni: «Chi lotta per la verità porta avanti un lavoro silenzioso ed è disposto a mettere a disposizione la propria esperienza, perché il grido di giustizia è lo stesso per tutti.S tiamo lavorando per un progetto: far sì che le promesse diventino realtà. Alla politica chiediamo di aiutarci».
Il corteo nella fase di discesa del cavalcavia si ferma. Parte un applauso scrosciante. Sembra non terminare mai. Sul proiettore vengono trasmesse le immagini di quella maledetta notte. Quando prende la parola il sindaco Giorgio Del Ghingaro, un treno passa e fischia. Lui si ferma. Poi riparte, accompagnato da un altro giro di battiti di mani.
«La politica pensa al profitto, è il mandante della morte dei nostri figli e delle tante evitabili stragi. L’Italia sta prendendo coscienza di questo», parole taglienti come lame, quelle pronunciate dal palco da Daniela Rombi, seguita da una dedica speciale ad Ivana Bonetti, la moglie di Silvana Falorni (uno dei fratelli di Andrea), scomparsa un mese fa. «Ha preso parte a tutte le 147 udienze, anche in carrozzina. Grazie. Sei stata esempio d’amore, correttezza e tenacia».
La lettura dei nomi delle 32 vittime e l’interpretazione di Luca Bassanese de “La canzone del 29 giugno” sono le strazianti sequenze conclusive di una serata in cui ricordo e dolore sono concreta realtà; verità e giustizia non ancora. La differenza la fanno due gradi di giudizio. Ma chissà quanti anni occorreranno per azzerarla. —
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