Il Tirreno

Versilia

Da Viareggio un grido rivolto al ministro «Mai più tragedie così»

Donatella Francesconi
Da Viareggio un grido rivolto al ministro «Mai più tragedie così»

Alfonso Bonafede e il sottosegretario ai trasporti Armando Siri hanno ascoltato per un pomeriggio intero i parenti delle persone decedute nelle stragi italiane

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«Non si può morire così». La voce che si strozza in gola è quella di Anna Aloysi, giovane donna pugliese in piedi tra Marco Piagentini ed il ministro della giustizia Alfonso Bonafede (5 Stelle). Il 16 luglio, a Trani, si apre l’aula di Tribunale che accoglierà l’iter giudiziario per il disastro ferroviario di Andria e Corato, 12 luglio 2016, 23 morti e più di 50 feriti. I consulenti della Procura pugliese hanno avuto tra le mano, a vario titolo, anche il disastro ferroviario di Viareggio, così come parte della Polfer che ha indagato.

Le vittime dei grandi disastri d’Italia parlano da Viareggio e sul tavolo del Governo e di chi è arrivato fin qui a rappresentarlo (con Bonafede anche il sottosegretario ai trasporti Armando Siri della Lega) mettono - attraverso i loro familiari - una serie di richieste precise. Dall’abolizione degli istituti giuridici che hanno il nome di prescrizione ed indulto, alla costituzione di un fondo per chi deve affrontare i tempi inevitabilmente lunghi della giustizia, alla diversa considerazione da portare alle parti lese nei processi. «Io mi batterò insieme a tutti quanti noi, finché avrò voce, per abolire la prescrizione che tutela solo l’imputato» afferma con tutta la forza che può Vincenzo Vittorini, nella vita di sempre chirurgo, ma in quella dopo il terremoto de L’Aquila (dove ha perso la moglie e la figlia di 10 anni) improvvisamente «investigatore, avvocato, ingegnere ed anche magistrato». Ed è sua la denuncia drammatica: «Nei processi la parte civile è dileggiata, attaccata, quasi dobbiamo chiedere scusa di essere seduti in quelle aule».

Nelle mani di Bonafede e Siri finiscono le pettorine bianco-ghiaccio portate dai familiari di chi ha perso la vita sotto la valanga che ha spazzato via l’hotel-resort di Rigopiano: «Perché ricordiate ogni giorno», sono le parole di Marco Foresta, orfano di entrambi i genitori da quel 18 giugno, quando i suoi non hanno fatto più ritorno a casa insieme alle altre 27 vittime». In questi giorni stanno terminando gli interrogatori: 40 sono gli indagati, 38 dei quali rappresentanti delle istituzioni, Prefettura compresa. «Il giorno dopo la tragedia - ricordano Foresta e Gianluca Tanda, presidente del comitato “Vittime di Rigopiano” - fu attivata la commissione valanghe della Regione Abruzzo. E per tutta l’estate 2017 abbiamo dovuto vedere pubblicizzato il Piano neve».

Le madri della tragedia della Thyssen, 7 morti tra le fiamme a Torino, non mollano. A Viareggio sono arrivate Grazia Cascino (suo figlio Rosario Rodinò aveva 26 anni) e Rosa Murdocco (madre di Bruno Santino, anche lui 26 anni): «Ragazzi andati a lavorare. Hanno detto “ciao, mamma” e non sono più tornati».

Quando il sottosegretario Siri si alza per intervenire è pallido in volto: «Il Governo è fatto di persone che provano delle emozioni. Quello che avete raccontato qui...prima l’avevamo visto in tv». Per il ministro Bonafede non è il primo 29 giugno a Viareggio, dove è venuto da parlamentare, in passato. Ma se ti piombano addosso i grandi disastri italiani che l’uomo poteva evitare, è l’emozione a mordere forte: «Oggi ho il dovere morale di dirvi che non devono esserci più tragedie di cui uno Stato non accetta le responsabilità. Ed ho il dovere di garantire che nelle aule d’Italia venga data una risposta di giustizia».

La voce delle madri, da Torino a Viareggio e fino in Sicilia trapassa muri e Governi, vecchi o nuovi che siano. «Ora siete venuti voi a governare. Bene. Io vi aspetto. Vi do appuntamento qui, l’anno prossimo. Con i fatti»: è la voce chiara e forte di Adele Chiello, un figlio di 30 anni morto nel crollo della torre piloti a Genova (2013, 9 morti e 4 feriti). «Non deve accadere più che ci siano il cordoglio, la vetrina, la solidarietà del giorno dopo quando si sa che niente cambierà», aveva detto prima di lei Gloria Puccetti, presidente del Comitato Matteo Valenti, dal nome del figlio morto sul lavoro a 23 anni. Aggiungendo: «Noi abbiamo bisogno di risposte. Invece aspettano tutti che ci si sfinisca...».

Ma chi è arrivato a Viareggio ieri non si sfinirà. Non Mario Sanna, che ha perso il figlio Filippo, 22 anni, nel terremoto di Amatrice; e nemmeno Viviana Lo Furno del comitato “Emilia vite scosse”, 29 morti sul lavoro durante il terremoto e tre archiviazioni. —



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