Il Tirreno

Versilia

Gas e fuoco potevano viaggiare per un chilometro dai binari al mare

Donatella Francesconi
Gas e fuoco potevano viaggiare per un chilometro dai binari al mare

Scenario apocalittico nel lavoro realizzato per il processo dall’ingegnere Maurizio Orsini. Ieri la presentazione pubblica

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viareggio

La palla di fuoco avrebbe potuto correre per un chilometro. «E se non fosse arrivata da Fappani, poco ci sarebbe mancato». Davanti al pubblico della sala della Croce Verde, ed in diretta streaming, parla Maurizio Orsini, ingegnere (università di Pisa), consulente di parte civile che illustra il proprio lavoro scientifico per la prima volta fuori dall’aula di Tribunale dove, per tre anni, si è celebrato il processo di primo grado. L’effetto è quello che in inglese viene definito “fire ball” ed in italiano diventa “palla di fuoco”. «Immaginate - è la spiegazione di Orsini di fronte ad una platea col fiato sospeso - che quella sera vi fosse stato vento da Sud, invece che quella condizione di assoluta stabilità dell’aria. La fiamma della prima fuoriuscita di gas avrebbe investito la ferrocisterna successiva. Se la stessa avesse resistito all’alta temperatura senza esplodere, comunque il liquido all’interno sarebbe arrivato ad ebollizione. E sarebbe fuoriuscito dalla valvola di sicurezza che avrebbe finito per gettare gas su un fronte di fiamma».

Da qui sarebbe iniziata la corsa della “palla di fuoco”: «Brucia l’esterno della nube e quando si arriva al cuore dà luogo a quella che viene definita esplosione non confinata del gas». E con una sola altra cisterna - ha sottolineato con Forza l’ingegnere Orsini - «saremmo già stati oltre le 5 tonnellate di gas per le quali il legislatore italiano indica che ci si deve porre il problema del “fire ball”».

Quella maledetta notte di 9 anni fa, mentre in via Ponchielli, via Porta Pietrasanta, via Burlamacchi si moriva o si rimaneva segnati per sempre dalla ustioni, tutta Viareggio è scesa in strada. E ciascuno di noi che lì siamo stati fino all’alba avrebbe potuto essere spazzato via in un soffio...di gas.

Se uno scenario peggiore di questo sembra non poter esserci, il lavoro dell’ingegnere Orsini per gli avvocati di parte civile aggiunge sale sulle ferite. «Le procedure erano scritte», spiega con riferimento a Ferrovie e alla sue imprese: «Il problema è che non sono state applicate “in toto”». Ed ancora: «Due sono gli elementi che si devono valutare: la probabilità dell’accadimento deragliamento; e la magnitudo del danno su un determinato ambiente. La conoscenza degli eventi era ed è scritta nelle banche dati di Ferrovie: un deragliamento non era improbabile, in quanto connesso all’esercizio dell’attività ferroviaria. Ancora più grave è che il mondo Fs lo sapeva». Tanto che studi specifici erano stati pubblicati e tabelle simili a quelle elaborate da Orsini erano già state messe a punto.

La difesa, in aula, ha più volte giocato la carte dell’evento “abnorme”: «Quello, cioè, che non appartiene all’esercizio di un’attività. E non è il caso di quanto accaduto a Viareggio», taglia corto il tecnico.

Fin qui - nello scenario apocalittico delineato da Orsini - si tratta di analizzare il rischio. Ma - ricorda l’ingegnere - «si ha l’obbligo di mettere a punto delle misure» che prevengano, mitighino, impediscano gli eventi catastrofici. Misure che esistevano ed esistono, così che non c’è niente da inventare. Iniziando dalla «riduzione della velocità, misura di sicura efficacia». Se il treno fosse andato più piano nel transitare, già sviato, sul passaggio a raso della stazione di Viareggio non si sarebbe ribaltato. Eppure nel corso del dibattimento si è ascoltato di tutto, compresa l’affermazione per cui più i treni vanno piano e più c’è pericolo. Fino a dichiarare che la riduzione di velocità disposta per la stazione di Viareggio in caso di transito di convogli trasportanti merce pericolose altro non è stata che una «cortesia» fatta all’ora sindaco Luca Lunardini che il provvedimento richiese all’allora amministratore delegato di Ferrovie, Mauro Moretti, condannato in primo grado a 7 anni per le scelte effettuate quando ricopriva lo stesso ruolo in Rfi.

Tra le misure che potevano essere prese ci sono «i rilevatori di svio», sul cui utilizzo l’Europa ha discusso per anni, prima e dopo il disastro ferroviario di Viareggio, decidendo nel 2016 di non vietarli pur non rendendoli obbligatori.

Ed infine, ha sottolineato l’ingegnere Orsini, «le ferrocisterne a resistenza maggiorata», impiegate per esempio nel trasporti di materiali radioattivi. —





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