Sicurezza
La Versilia di Cesare
Rosetta Loy racconta la sua storia d’amore con Garboli
Due belle storie, una d’amore, l’altra di letteratura, si consumarono tra Viareggio e Vado di Camaiore negli anni tra il 1980 e il 2004. Ne furono protagonisti Cesare Garboli, critico eminente, viareggino doc, e Rosetta Loy, scrittrice di fama. Adesso è lei medesima a raccontarle in un bel libro, appena uscito per Einaudi editore, che s’intitola Cesare e Cesare è Garibaldi sepolto nel cimitero al Marco Polo nella vasta e verdeggiante tomba di famiglia. Dove egli concluse la sua straordinaria e vivacissima vita. Nel libro Cesare, tutto è testimoniato: quando si conobbero, quanto si amarono, intrecciando i loro destini, conclusero tra saggi, poesie, romanzi, per tre decenni di amore e pagine scritte.
Cesare era figlio di Antonio, un imprenditore edile di successo che aveva messo al mondo cinque femmine (come Puccini padre) e un solo maschio. La famiglia abitava nel lussuoso quartiere Marco Polo. Cesare, che era nato a Viareggio nel 1928, aveva subito avuto talento per i libri. Così mentre il padre Antonio faceva il sindaco di Viareggio (per la Democrazia Cristiana) lui, per studi, si era trasferito prima a Bologna poi a Roma. Qui prese la laurea ed avrebbe potuto insegnare all’Università (Macerata) ma la carriera accademica non era il suo forte. Eppoi aveva già conosciuto i Mondadori, Moravia, Rubino, Manlio Cancogni, Antonio Delfini, Fellini, Elsa Morante. Così intraprese la carriera di critico e lettore: praticamente consigliava libri da pubblicare ai grandi editori, e per questo traduceva, soprattutto dal francese, Molière e Chateubriand.
La Loy racconta benissimo gli anni dell’iniziazione di Cesare. Avvenne al Caffè Provinciali sulla Passeggiata di Viareggio, ritrovo di artisti e scrittori, da Fusco a Mario Tobino, da Silvio Micheli a Mario Marcucci. Qui nella sala riscaldata da una sola stufetta a gas si rintanava Antonio Delfini, scrittore pressoché ignoto, di ricca famiglia di Reggio Emilia. Delfini abitava all’angolo di via Zanardelli. Praticamente traversava la strada e si rifugiava nel Caffè dove, tra l’altro, fondò il partito comunista-conservatore.
Tra Delfini e Garboli sorse un proficuo sodalizio e Garboli se ne sarebbe rammentato dopo, quando - grazie a Moravia e Pasolini - gli fece vincere il “Premio Letterario Viareggio” (con clamoroso scontro con Leonida Rèpaci che voleva premiare Piovere del passato fascista).
Dopo le scorribande al “Provinciali”, Garboli viaggiò parecchio. Divenne compagno di Susanna Agnelli, amico di Virginia Mondadori, andò perfino in Vietnam inviato da Manlio Cancogni che allora dirigeva “Il Mondo”. Garboli era un bel ragazzo atletico, sportivo, affascinante, affabulatore, nei salotti romani stordiva. Ma quando avvenne il delitto Moro egli fu preso da una profonda nausea esistenziale. Abbandonò il bell’ufficio romano della Mondadori e si trasferì a Vado di Camaiore. Qui il padre, già negli anni ’40, aveva comprato una vasta tenuta agricola (voleva fare il contadino) e Cesare vi si impiantò scrivendo saggi e coltivando mele. Con sé portò una giovane ragazza romana, Rosetta Loy, promettente scrittrice (non aveva ancora scritto niente di sostanzioso), bella donna, intellettuale e romantica. Assieme fecero il bagno nudi sulla spiaggia di levante, frequentarono trattorie (“Emilio e Bona” a Camaiore, il Maitò a Forte, “Angelo” e “Guido”, che leggeva sempre l’Unità, a Viareggio).
La Loi, in questo Cesare, rievoca con gusto tutte le lunghe giornate trascorse a Vado tra vecchi quadri dalle cornice tarlate, tazzine sbeccate, mobili vecchi e polverosi. Ma il loro freschissimo sodalizio li condusse a vari approdi: lui divenne anche consigliere comunale per il Pci a Camaiore, poi presidente del prestigioso “Premio Viareggio-opera prima”. A Vado di Camaiore poi lei creò Le strade di polvere uno stupendo ritratto di un antenato di Cesare che dalla Val d’Ossola aveva seguito Napoleone a Mosca ed era tornato stracciato e ferito solo anni dopo. Questo libro lanciò Rosetta agli onori nazionali. Nel frattempo Garboli, dopo aver tanto scritto su Delfini, si appassionò a Pascoli e per Mondadori ne curò un ampio “Meridiano” (confinandosi per tanto tempo negli archivi di Barga).
Garboli e Rosetta Loy si trasferirono poi a Firenze, a Parigi, a Roma, tornando a Vado fino a che lui non vendette la proprietà (tenuta a casone) acquistando l’edificio di un ex trattoria (“Il Chiodo” e successivamente «’Tacabanda») tra Viareggio e la Fossa dell’Abate.
Ma tra le vicende, davvero mirabolanti, nella vita di Cesare (rievocata dalla Loy) ve n’è una che ancora riguarda il nostro territorio. Garboli si entusiasmò, commosso, alla tragica esistenza della figlia di Alessandro Manzoni, Matilde. L’altra figlia di Manzoni, Vittoria, aveva sposato uno scrittore-politico, Giorgini, di Siena. E la famiglia Giorgini possedeva una villa a Massarosa dove Vittoria trascorreva le estati. Qui venne raggiunta dalla più giovane Matilde, che abbandonata dal padre, viveva davvero una vita disagiata, sia perché afflitta dal distacco paterno (incomprensibile) sia perché affetta da tubercolosi (ne sarebbe morta giovanissima).
Ebbene Garboli seguendo le tracce della sfortunata ragazza visitò villa Giorgini e qui, negli archivi di famiglia, riuscì a trovare un eccezionale diario di Matilde che, grazie al fiuto di Garboli, potè essere pubblicato e quindi riscoperto, dall’editore Adelphi.
Il libro Cesare praticamente si conclude, con la malattia di Garboli e la sua dipartita. Avvenne a Roma (dopo un infelice ricovero a Pisa) ma la sua salma fu poi trasferita a Viareggio città che lui sempre amò con la veemenza e la passione che lo distinse.
Scrive la Loy in un’intervista: «Mi mancano soprattutto le sue urla». Ma di sicuro le mancano le straordinarie gite sul Matanna, i gorgoglianti ruscelli di Candalla, le gite in bicicletta al Forte del “Quarto Platano”, i cacciucchi di “Guido” e “Angelo”, i leggendari bagni al vialone quando il nudo-natura era ancora trasgressione, la vendita delle mele-Garboli ai fruttivendoli del mercato. Erano tempi di poesia e di innocenza.
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