Il Tirreno

Versilia

L’artista viareggina che ha conquistato la Grande Mela

di Gabriele Noli
L’artista viareggina che ha conquistato la Grande Mela

Angelica Bergamini ha trovato il successo a New York dove in questi giorni è protagonista di una mostra personale

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VIAREGGIO. Ciò che sono faccio, ciò che faccio sono. Esiste un rapporto di reciprocità diretta tra la ricerca personale e quella creativa di Angelica Bergamini che prescinde dalla forma con cui vengono espresse. I cerchi «perché il cosmo non ha né inizio né fine» e le radici «per meditare sulle nostre origini comuni, perché siamo tutti immersi in un universo vivente». Elementi che l’artista viareggina ha unito per realizzare le opere di “Whispers” (“Sussurri”), la sua seconda mostra personale allestita alla Ivy Brown Gallery di New York, la medesima che già nel 2016 aveva ospitato “Conscious”, quella del debutto. Tre serie (“Whispers from the cosmos”, “She sang the universe into existence” e “Fons et Origo”), trentuno lavori in tutto, collage di stampa a getto d’inchiostro su vari tipi di carta fotografica e video per ottenere particolari effetti visivi, una delle nuove frontiere dell’arte contemporanea, esplorata con coraggio e curiosità da Angelica. Cerchi e radici per riconnettere se stessi agli altri, nel mondo.

«Le mie creazioni nascono da ciò che sento», confida. Una delle tre serie di “Whispers” (“Fons et Origo”, che in latino significa “Fonte e Origine”) ha cominciato a prendere forma proprio in seguito ad una reazione dominante, che l’artista viareggina non ha saputo né voluto trattenere. «La vittoria di Trump alle elezioni presidenziali del 2016 è stata uno shock, la consapevolezza di come il Paese fosse diviso in due». E non è un caso se quella collezione (di otto opere) ingloba dediche ritenute fondamentali per la sua celebrazione delle donne. Tre su tutte: la sacerdotessa Enheduanna, l'attivista peruviana Ruth Buendia e la biologa-ambientalista Rachel Carson. L’attenzione verso questa e altre tematiche – come il rispetto per la natura e la ricerca per una pacifica convivenza tra etnie differenti – ha accompagnato Angelica nel vissuto quotidiano a New York ormai lungo più di dodici anni.

«I libri che leggo ispirano le mie opere e viceversa», così motiva i riferimenti ai testi dell’archeologa lituana Maria Gimbutas e la sociologa americana Riane Eisler, o di Joseph Campbell che ha influenzato “Come as you are”, progetto commissionato nel 2012 dall’hotel Hyatt Union Square, diventando parte della collezione permanente, nel quale (già) c’è un inequivocabile riferimento alla circolarità: il giardino dell’Eden – le foglie le ha realizzate ritagliando minuziosamente le sue stampe fotografiche – e al centro, Eva. Un’evoluzione “in formato più grande” di “Freedom”, una delle tre serie, assieme a “ Know Thyself” e “Memento” di “Conscious”, la prima personale dell’artista viareggina (istantanee composte e ricomposte tridimensionalmente per ricreare alla parete l’effetto di un libro pop-up, un collegamento tra l’io interiore ed il mondo esterno) rimasta in esposizione tra settembre e ottobre del 2016 sempre alla Ivy Brown Gallery, «uno spazio particolare nel Meatpacking District, un tempo il quartiere dei macelli ed ora, invece, uno dei più costosi di tutta New York», racconta Angelica, che all’alba della sua esperienza negli Stati Uniti divideva un piccolo studio con altri tre artisti nel palazzo del 5Pointz. «Fu un periodo tanto faticoso quanto stimolante: quando arrivai mi venne proposto di esporre in una galleria di Dumbo, opportunità grazie alla quale riuscii ad ottenere il visto artistico. Iniziai a guadagnare vendendo i miei lavori durante gli open studios e le mie sculture da indossare a negozi di design, ma anche facendo consulti di color therapy e registrando vocaboli per i siti di traduzioni. Qui il contatto con il collezionista è immediato: se gli piace una tua creazione, stacca un assegno e la porta a casa». Incontri e confronti quotidiani, utilissimi per ampliare ulteriormente i propri orizzonti, pure quelli creativi. «Poi, però, ho avvertito l’esigenza di uno spazio tutto mio, più grande e silenzioso». Lo ha ricavato da una delle stanze dell’appartamento di Brooklyn («in una zona con molto verde»), nel quale si è trasferita nel 2008 e dove vive tuttora con il marito «americano di origine greca. Ci siamo conosciuti grazie ad un gruppo di amici italiani».

Lavorare da casa le ha permesso di risparmiare tempo e di investirlo nello yoga: ogni mattina infatti svolge sedute di meditazione. Una passione grazie alla quale, curioso ma vero, «ho conosciuto Ivy Brown», la fondatrice dell’omonima galleria nata nel 2001 all’interno di un edificio triangolare. Gli incontri migliori, talvolta, si fanno così, nei contesti più casuali: scambi di vedute «e di biglietti da visita» che aprono porte (o palazzi, in questo caso) e orizzonti.

La seconda mostra personale di Angelica Bergamini è visitabile sino al 21 giugno, intanto lei sta già idealmente progettando la terza («anche se serve tempo, perché il lavoro maturi e mi soddisfi appieno»), oltre a portare avanti una serie di collaborazioni. «Quest’estate però tornerò a Viareggio a respirare l’aria di mare, a godermi la famiglia e gli amici. Almeno per un mese».

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