Il dolore
Due risaie per salvare il lago dall’inquinamento
Il Comune di Massarosa partecipa al progetto della Scuola superiore Sant’Anna: sperimentare se l’acqua in uscita dalle coltivazioni può abbattere le alghe nocive
MASSAROSA. Oltre tre secoli di storia massarosese sono andati perduti negli ultimi sessant’anni. Sono ormai in pochi coloro che si ricordano le mondine e quel “riso di Massarosa” conosciuto in tutta Italia fino a poco più di mezzo secolo fa. Sono rimasti solo delle eco che riportano a quel mondo agricolo. La voce più forte è quella della Brilla, un opificio che tutti i massarosesi conoscono. Una struttura storica di quattro piani posizionata ai margini del lago di Massaciuccoli che il conte Minutoli fece costruire nel 1846 adibendolo alla brillatura del riso. La brillatura è quel particolare trattamento del cereale per cui vengono aggiunti speciali ingredienti come l’olio di vaselina, il glucosio e il talco che danno al riso una leggera patina esterna lucidissima. Il duplice scopo del trattamento è di dare un aspetto più pregiato al riso e nel contempo di proteggerlo dagli agenti esterni.
La zona paludosa e ricca d’acqua, che poi fu della Bonifica, era particolarmente adatta per la coltivazione. E le testimonianze di questa pratica agricola si perdono nei meandri del tempo. I primi documenti certi risalgono al primo decennio del 1600 ma è presumibile che l’introduzione del cereale fosse avvenuta secoli prima.
Il libro “Massarosa dalle origini ai giorni nostri” di Paolo Dinelli riporta che nel seicento il Consiglio Generale della Repubblica richiese la soppressione delle risaie nel territorio massarosese. Era il momento della malaria e si pensava che la morte di decine di abitanti di Stiava, Quiesa e Bozzano fosse dovuta al lavoro nei campi di riso. Infatti fino alla seconda metà del XIX secolo il motivo reale dei decessi per malaria era sconosciuto e veniva attribuito al rimescolamento delle acque dolci con quelle salate e al sollevamento delle zolle nei terreni adibiti alla risicoltura.
Furono però le due guerre mondiali a dare colpi definitivi alla produzione del riso nel territorio: i campi si spopolarono e le aree di coltivazione furono ridotte a causa della bonifica che lasciava terreni asciutti pronti per nuovi cicli industriali.
Contemporaneamente arrivò nei primi anni ’50 la Typha, chiamata anche biodolo, una pianta che aveva bisogno di meno cure perché originaria delle paludi. Nacquela produzione di cesti, stuoie e impagliamenti per serie e fiaschi. Il riso cadde in disuso per l’eccessivo costo di produzione (non solo per l’inondamento dei campi ma anche per la manodopera necessaria a raccoglierlo) e anche l’ultimo appezzamento di terra dedicato al cereale mutò nella coltivazione di fiori di loto che tutti noi conosciamo adesso.
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