Il dolore
Morì di epatite C: pagherà l’Asl
Il virus trasmesso alla donna con una trasfusione in ospedale: riconosciuti 77.500 euro alla famiglia
PIETRASANTA. Quarantadue anni. È il tempo trascorso tra una trasfusione di sangue infetto e il primo riconoscimento di quell’errore. Un caso di malasanità avvenuto nel lontano 1976 all’ex ospedale Lucchesi, di cui fu vittima Patrizia Ercolini, pietrasantina, allora appena 23enne. Quella trasfusione a cui fu sottoposta dopo un intervento chirurgico la contagiò con il virus dell’epatite C: una malattia devastante, all’epoca sconosciuta. Che l’ha logorata fino alla scomparsa, avvenuta nel 2016 quando Patrizia aveva 63 anni. Ora, però, la sua famiglia sarà risarcita dall’Asl. Che ha dato il via libera al pagamento di 77.500 euro, dopo il parere favorevole della commissione di medici incaricati. Che hanno riconosciuto l’errore commesso 42 anni prima.
Non è la prima richiesta di giustizia per una vittima di una trasfusione con sangue infetto: esiste una legge specifica dello Stato, risalente al 1992, che riconosce un indennizzo a queste persone. Ma affrontare i tribunali, dopo aver avuto a che fare una vita con gli ospedali, non è semplice. Anche perché l’esito positivo di una richiesta del genere non è mai scontato.
[[atex:gelocal:il-tirreno:massa:cronaca:1.13491168:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/massa/cronaca/2016/05/17/news/medicina-nucleare-spauracchio-viareggio-1.13491168]]
Il calvario di Patrizia Ercolini inizia nel 1976: ricoverata all’ex ospedale Lucchesi per un intervento chirurgico, le viene fatta una trasfusione con due sacche di sangue. Che si rivelerà infetto e la fa ammalare di epatite C.
Questa malattia, all’epoca, non è conosciuta. Si parla genericamente di epatite non A e non B. Sono pochi quelli che riescono a superarla definitivamente; la stragrande maggioranza delle persone non potrà mai guarire. E ci si può accorgere dopo anni di esserne affetti. Le condizioni di salute della donna vengono più volte sottoposte ad accertamenti e nel 1991, quando l’epatite C è ormai nota a livello scientifico, arriva la diagnosi dopo una visita all’ospedale di Siena.
A fianco di Patrizia ci sono il marito Roberto Cacia – titolare di un’officina conosciuta in città – e i tre figli. Sono loro che, dopo la morte dell’amata moglie e madre, si rivolgono all’avvocato Luca Giusti per ottenere giustizia. È il 2017. La famiglia e il legale si avvalgono della perizia del dottor Roberto Taddeucci.
In seguito dall’avvocato Giusti viene inoltrata la richiesta di indennizzo in base alle legge del 1992: destinataria l’Asl Nordovest, che è competente per territorio. La stessa Asl, come da prassi, gira la questione alla Commissione medica militare di La Spezia. Che ha il compito di accertare la legittimità della richiesta. È qui che avviene il primo passo di un percorso di riconoscimento dell’errore medico: i medici della commissione esprimono parere favorevole. In realtà non si tratta di un risarcimento, ma di un primo indennizzo, pari a 77.500 euro, la cui entità è prevista dalla legge sulle vittime delle trasfusioni da sangue infetto. Il riconoscimento del danno vero e proprio arriverà dopo una causa civile che la famiglia intenterà al sistema sanitario, nello specifico il ministero della Salute. A quel punto sarà il giudice del tribunale a stabilire il danno subito.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
