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Il nonno partigiano scopre di avere 2 cugini americani
Lo hanno contattato dopo aver trovato sul web il suo libro sulla Resistenza L’incontro a Viareggio nel giorno del novantaquattresimo compleanno
VIAREGGIO. La prima volta che risponde al telefono riaggancia dopo pochi secondi bofonchiando. Hi, gli avevano detto, «Sono Mike Menichetti, chiamo dagli Stati Uniti. Forse siamo cugini». Lui non ci crede. Pensa sia uno scherzo. E quasi lo maledice. Poi il telefono squilla una seconda volta. «Sono nipote di Antonio – gli dice subito un uomo –, il fratello di tuo babbo emigrato in America». A quel punto Fortunato Menichetti, il nonno partigiano protagonista della Resistenza, che ieri ha compiuto 94 anni, per poco non sveniva.
«Ho iniziato a piangere come un bimbo, sapevo che forse avevo dei parenti in America, ma non sapevo chi fossero, quanti fossero e se ci fossero veramente». E invece ne ha tanti. Almeno due: i pronipoti di suo babbo (quindi cugini suoi) che avevano saputo della sua esistenza qualche giorno prima trovando per caso sul web il libro che aveva scritto (“Il nonno partigiano racconta”, Pezzini editore). «Cercavano in Italia le persone con il loro cognome e si sono imbattuti nel mio libro – racconta Fortunato Menichetti a Il Tirreno quasi in lacrime-. Leggendolo, nonostante non capiscano bene l’italiano, hanno pensato che mio babbo potesse essere un loro zio. E così mi hanno chiamato a casa». Potremmo essere parenti stretti, gli dicono al telefono, «vogliamo incontrarti».
E così hanno fatto. Si sono incontrati per la prima volta in oltre 60 anni (l’età dei due cugini, Mike e Loris) e ieri hanno festeggiato il primo compleanno del nonno partigiano insieme. Una famiglia divisa dal fascismo si è ritrovata ieri un ristorante di Torre del Lago.
La loro storia si può iniziare a raccontare proprio dal ventennio fascista, il periodo in cui o facevi una tessera di partito o non lavoravi e prendevi pure le botte. I fratelli Giuseppe, Remo, Romolo e Antonio Menichetti erano giovanissimi all’epoca. Due di loro, Antonio e Romolo, minorenni e senza lavoro, decisero di emigrare negli Usa. Arrivarono a New York e si rifecero una vita. Di lettere ne arrivavano sempre di meno. Per anni i Menichetti rimasti a Viareggio non hanno saputo nulla dei loro fratelli. Poi arrivarono le lettere che annunciavano matrimoni e figli. Poi un’altra lettera in cui Antonio scrisse che i suoi due figli, Elmer e Salvatore, si erano arruolati nell’esercito americano e che erano venuti in Italia per combattere i nazisti. «È il motivo per cui io – racconta Fortunato –, che avevo 18 anni, decisi di andare nelle montagne e entrare nella Resistenza. Mio padre (Remo, ndr) mi disse che per nulla al mondo io, che ero in età militare, avrei combattuto nelle file dei nazisti contro i suoi nipoti». E così iniziò la Resistenza – la storia raccontata nel libro letto poi dai suoi cugini americani.
I contatti con l’America diventarono sempre più sporadici, per poi bloccarsi del tutto. Nel frattempo erano nati da Salvatore Menichetti, Mike e Loris. Sono stati loro a riannodare i fili della storia e a chiamare Fortunato.
Settimana scorsa c’è stato il primo incontro. «È stata un’emozione grandissima: sapere di avere una famiglia dall’altra parte dell’oceano e non averla mai vista è molto strano», racconta Fortunato. «Gli ho già fatto visitare Sant’Anna di Stazzema, dove ho incontrato, come faccio spesso, alcuni studenti. Gli ho fatto vedere gli album di famiglia. Abbiamo cercato di recuperare il tempo perduto. Martedì (domani) ripartiranno. Spero solo di poterli rivedere. Ora parte del mio cuore è là».
Melania Carnevali
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