Il Tirreno

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Incidente in Darsena, permesso di lavoro revocato all’investitore

di Donatella Francesconi
Anthony Caturano
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Anthony Caturano

Il Tribunale del riesame ha accolto il ricorso della Procura della Repubblica

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VIAREGGIO. L’autorizzazione al lavoro che in questi mesi ha permesso ad Anthony Caturano - il giovane di 24 anni che nel febbraio scorso ha investito ed ucciso Andrea Lucchesi, 21 anni, e ferito gravemente Fabio Biagini, 24 anni - non doveva essere data. Così ha stabilito il Tribunale di Firenze, sezione del Riesame, accogliendo l’appello presentato dalla Procura di Lucca, pm Salvatore Giannino.

Ad autorizzare l’attività lavorativa per Caturano, che dopo l’incidente nella notte venne arrestato all’alba e poi finì agli arresti domiciliari, era stato il Gip del Tribunale di Lucca, Giuseppe Pezzuti. Al giovane, indagato per omicidio stradale commesso in stato ebbrezza alcolica o di alterazione psicofisica conseguente all'assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope, lesioni stradali gravi o gravissime, fuga del conducente in caso di omicidio stradale e lesioni stradali, e relative aggravanti, era stato concesso di recarsi al lavoro in un negozio di parrucchiere dal martedì al sabato in orario 8-21 e la domenica dalle 9 alle 13. «Il provvedimento del Gip», si legge nel ricorso presentato dalla Procura di Lucca, oggi diretta da Pietro Suchan, «appare precipitoso, eccessivo» oltre che «non consentito» ai sensi del Codice di procedura penale, e «ingiustificato e viziato nelle forme, non avendo il giudice mai richiesto il parere del pm in una così delicata materia».

Agli atti presentati al Gip dall’avvocato Fabrizio Miracolo, difensore di Caturano, il pm Giannino contesta - nel ricorso di fronte ai giudice del Riesame - di aver fondato tutta la richiesta del permesso di lavoro si «un presunto stato di ansia conseguito dall’omicidio e dal conseguente turbamento in cui il detenuto si troverebbe. Stato di “salute” che sarebbe incompatibile con gli arresti domiciliari, in quanto non consentirebbe di essere superato in quelle condizioni detentive». Circostante che - sottolinea il pm - «escluderebbero in radice ogni misura cautelare, posto che rari o nulli sono i casi di felice accettazione di una detenzione». E non ci sono fatti gravi «cui non segua il turbamento descritto nelle fotocopia allegata dal difensore».

Il pm ricorda «la diagnosi frettolosamente documentata non coadiuvata da alcun certificato, né alcun esame documentato e verificabile». Il pm ritiene «alquanto strano che non si indichino un percorso terapeutico, né la necessità di visite periodiche presso strutture sanitarie o di specialisti, volte a sorreggere in paziente in una “così grave” forma di disturbo quale quella paventata nella fotocopia allegata dal difensore. Un disturbo, quindi, così grave, ma capace di regredire da solo grazie alla ritrovata libertà».

Inoltre, contesta il pm, «non è minimamente documentata la situazione di assoluta indigenza, né che il Caturano non possa altrimenti provvedere alla sue indispensabili esigenze di vita», le due condizioni richieste dal Codice penale.

In questi mesi, i familiari di Andrea Lucchesi, assistiti dall’avvocato Cristiana Francesconi, avevano avviato una raccolta di firme contro il lungo permesso di lavoro accordato al giovane investitore. Adesso l’avvocato Miracolo da dieci giorni di tempo per decidere se ricorrere o non in Cassazione.

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