Il Tirreno

Versilia

Chet e la Versilia

di ADOLFO LIPPI
Chet e la Versilia

Dai concerti alla droga: leggenda di un mito “maledetto”

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L‘ultima volta che Chet Baker - uno dei trombettisti jazz più famosi al mondo - suonò alla Bussola di Focette era una sera del maggio ‘88. Era un venerdì. La sala - racconta Gherardo Guidi che già dall’81 era proprietario del locale reso famoso da Sergio Bernardini - era strapiena. Vi era attesa, curiosa, per l’esibizione del musicista notissimo anche alle cronache per la sua vita spericolata.

Chet era magro, scavato, sofferente. L’uso di stupefacenti l’aveva stracotto. Però suonava flebilmente “alla grande”, aveva una voce di angelo decaduto. Suonò un primo pezzo, in sala non cessava il brusio, la gente si alzava, si sedeva, batteva i bicchieri, chiacchierava. Non vi era un clima adatto all’evanescente e creativa musica di Chet. Allora lui, spazientito, smise di suonare e disse al microfono che avrebbe gradito il silenzio. Per un attimo il brusio cadde. Chet prese a suonare un secondo pezzo ma il silenzio, atteso, non venne. Allora lui posò la tromba, voltò le spalle al pubblico, lasciò il palcoscenico e se ne andò.

Avvisarono Gherardo Guidi che era in direzione. Lui ci restò male. Il pubblico, numerosissimo, aveva pagato. La mossa di Chet andava giustificata. Così lo mandò a chiamare in albergo. Chet venne, si scusò, spiegò le proprie ragioni. Il suo agente chiese ed ottenne il pagamento del cachet. Ma Chet non tornò in palcoscenico. Il giorno dopo lasciò la Versilia, non sarebbe più tornato. Due mesi dopo volò dal quarto piano di un hotel ad Amsterdam. Suicidio? Omicidio per una dose non pagata? Resta il mistero.

La storia di Chet qui in riviera è lunga e densa di avvenimenti. Egli venne la prima volta nel ’59. Si esibiva al Bussolotto, un angolino cult sopra la popolarissima sala della Bussola.

Per ricordare la sua figura, riascoltare la musica, vedere le immagini originali di un suo concerto, si è così pensato di dedicare a Chet una serata - stasera a partire dalle ore 21 - a cui parteciperanno il magistrato e sottosegretario Domenico Manzione che ha scritto su Chet un bellissimo libro-documento (Il mio amico Chet, Pacini Fazzi editore), il regista Luigi Martinelli che ha dedicato al musicista alcuni documentari, Vito Tommasi che fece parte di quel quartetto di Lucca che accompagnò il trombettista in molti concerti italiani. E il sottoscritto, che racconterà della vita che allora, negli anni 60-70, si faceva nei luoghi mondani della Versilia. A presentare il tutto Dario Salvatori, personaggio televisivo e appassionato di musica. La serata evento è organizzata da Franca Dini, bravissima e più che esperta ormai di manifestazioni musicali. Poiché ne organizza almeno una al mese al teatro di Pietrasanta. E tutto con crescente successo di pubblico.

La vita di Chet si svolge su due parallele. Su una corre la sua vicenda musicale, dai primi passi che compì nella College Band di Maddaford già nel 1948 fino al jazzclub di Rotterdam, in Olanda, dove era approdato nel 1988. Durante quest’attività, intensissima, Chet si incontrò con tutti i più grandi jazzisti neri e bianchi dell’universo musicale, da Dizzy Gillespie a Miles Davis, da Count Basie a Sarah Vaughan, da Louis Armstrong a Jerry Mulligan. In America, bello com’era da giovane, divenne presto un idolo biondo, fece anche un film e conquistò la California e la difficile New York, ovunque applaudito e osannato. James Gavin ha pubblicato un’esauriente libro Chet Baker (Baldini Castoldi editore).

Sulla seconda linea corre la storia della droga, delle droghe, poiché Chet se le fece tutte, dalla cocaina all’eroina. Fu più volte arrestato, più volte finì in carcere. Anche negli Stati Uniti. Per questa sua seconda vita, che poi era la sua stessa principale ragione d’esistenza, prima della stessa musica, ebbe allora proprio in Viareggio uno dei suoi più drammatici momenti di cronaca nera.

A Viareggio, nonostante tutto, nel 1960 era venuto a suonare e a vivere un sogno. Per suonare fu scritturato da Sergio Bernardini che l’aveva ascoltato, entusiasta, al “Santa Tecla” di Milano. Il sogno era una sua nuova compagna, la bellissima Carol Jackson, brunetta dalla pelle morbida con occhioni scuri, che era verginea ed ingenua. Per lei, che aveva incontrato al “Santa Tecla”, lui aveva lasciato la moglie e si diresse con lei qui in riviera. Carol era splendida, rassomigliava a Liz Taylor. I due presero alloggio alla pensione Villa Gemma di Forte. Ma Carol non riuscì a togliere Chet dalle sue abitudini di drogato spasmodico e compulsivo. Usava soprattutto un medicinale a portata di farmacia, il Palfium, che era costretto a comprare usando ricette di medici compiacenti o impietositi (lui diceva di soffrire di trigemino).

Una notte, mentre suonava al Bussolotto accompagnato da Romano Mussolini, Carlo Loffredo, Eugenio Piana, Giovanni SaintJust, si sentì male. Tra il pubblico di fans vi era un medico, Pier Luigi Lippi Francesconi, che, viste le condizioni di Chet, decise di ricoverarlo in una casa di cura di Lucca, “Santa Zita”, dove avrebbero tentato di disintossicarlo. Chet stava così il pomeriggio in clinica e la sera, accompagnato da Lippi Francesconi, tornava a suonare al “Bussolotto”.

Ma un brutto giorno lo trovarono semisvenuto nel gabinetto di un distributore Shell a San Concordio. La polizia lo interrogò e dopo lo interrogò il sostituto procuratore Fabio Romiti. Ne venne fuori che Chet abusava abitualmente di stupefacenti e il famigerato Palfium glielo fornivano vari medici. Secondo la legge 1041 (allora in vigore), legge approvata dal Parlamento in seguito al famoso scandalo sesso-droga Montesi (nel dopoguerra), Chet venne così arrestato. E con lui finirono nei guai vari medici che si erano prestati a compilare le ricette. Tra costoro (Domenico Manzione nel suo libro ne fa un accorto elenco): Roberto Bechelli (22 ricette), Cesare Antoni (10 ricette), Sergio Nottoli (5 ricette), Vittore Marcucci (10 ricette), Gino Guidoni (7 ricette), e tantissimi altri per una sola ricetta ciascuno. Ne andarono di mezzo anche alcune note farmacie della costa. In più si aggiunse una accusa per Chet di aver trafugato una ricetta al dottor Enrico Landucci. E di averla compilata illegalmente.

Il tribunale ritenne, per legge, il Palfium R875 più che un normale analgesico una sostanza capace di dare assuefazioni, dunque uno stupefacente. E pertanto si passò al verdetto. Era il 15 aprile del 1961. Il tribunale era presieduto al giudice Loria. Avvocato di Chet era Frezza di Lucca mentre l’avvocato Edoardo Paolini difendeva i dottori Bechelli e Nottoli. Chet fu ritenuto colpevole e condannato complessivamente alla pena di un anno, sette mesi, dieci giorni di reclusione. Dall’aula si levò un boato. Il pubblico era numerosissimo. Chet finì nel carcere di San Giorgio a Lucca e vi rimase per diversi mesi. Narrano poi le leggende che lui, ogni sera, a mezzanotte, suonasse la magica tromba. E dalle vicine mura un gruppo di fans gli corrispondesse alle note di “My Funny Valantine” e “Blue Note”. Chet divenne un mito.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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di Redazione web