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Versilia

Riabilitazione post-ictus: in due centro toscani arriva la palestra robotica

Matteo Tuccini
Riabilitazione post-ictus: in due centro toscani arriva la palestra robotica

Esperimento a Pisa e Viareggio: «La macchina calcola il recupero per mano, braccio, spalla»

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La prima legge della robotica dice: un robot non può fare del male a un essere umano, così come ha l’obbligo di intervenire se un umano può subire un danno. L’ha formulata, assieme ad altre due leggi, lo scrittore di fantascienza Isaac Asimov nel 1942. Dopo 76 anni questi principi, con il massimo rispetto per Asimov, non sembrano più solo frutto della sua fantasia. Soprattutto quando si parla di come il robot e l’umano possano interagire in maniera intelligente per migliorare la vita dell’uomo. La Toscana ci prova con un progetto all’avanguardia: la prima palestra robotica, con macchine indossabili e personalizzate che usano anche la realtà virtuale, dove le persone colpite da ictus possano recuperare fino al 95% della funzionalità perduta di braccia e mani. Una palestra che non sarà ospitata da laboratori avveniristici o dislocati in qualche centro futuristico, bensì dai nostri ospedali.

A fare da apripista saranno due strutture sanitarie che sono leader nei rispettivi livelli di assistenza medica: l’ospedale pisano di Cisanello e l’ospedale Versilia a Lido di Camaiore. L’installazione delle apparecchiature dovrebbe avvenire nei prossimi giorni. E consentire così ai primi 14 pazienti dei due ospedali di iniziare il percorso di riabilitazione tra un mese circa. Senza alcun esborso da parte loro. Perché il costo dell’intera operazione, circa 1,7 milioni, è coperto dalla Regione – che ha stanziato un milione – e dagli enti pubblici che hanno contribuito al progetto “Robotica indossabile personalizzata per la riabilitazione motoria dell’arto superiore per i pazienti neurologici”: per gli amici, Ronda. Un progetto al quale hanno lavorato medici e ingegneri, tra le migliori “teste” della sanità toscana, del Cnr e dell’istituto Sant’Anna di Pisa, oltre che di due aziende che lavorano nel settore della tecnologia applicata alla sanità. A spiegare a Il Tirreno di cosa si tratti è il professor Antonio Frisoli, che fa parte dell’Istituto Tecip (Tecnologie della comunicazione, informazione, percezione) del Sant’Anna ed è tra i padri dei robot Ronda.

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Ingegner Frisoli, non è la prima volta che vengono usate apparecchiature robotiche per la riabilitazione dei pazienti. Qual è la novità del progetto Ronda?

«Con Ronda, progetto partito nel 2016, volevamo superare i limiti delle attuali soluzioni robotiche per la riabilitazione di braccia e mani. I destinatari sono persone che hanno subito danni neurologici per colpa di un ictus e che hanno visto ridurre le proprie capacità motorie. L’intenzione era realizzare una palestra attrezzata, con robot indossabili e nuovi metodi altamente personalizzati per la riabilitazione motoria. Apparecchiature simili sono usate da tempo, specialmente in strutture che hanno esperienza in questo campo come Cisanello e l’ospedale Versilia. Ma ad essere innovativo, al di là delle specifiche tecniche, è il concetto di palestra robotica. Un insieme di macchine intelligenti che facciano fare al paziente una riabilitazione intensiva, sostituendosi alla mano del terapista».

Come sono fatti questi robot?

«Si tratta di esoscheletri indossabili (imbracature, ndr) , nel senso che ricalcano la fisionomia dell’essere umano e possono essere indossati come vestiti. I modelli che andremo ad installare a Cisanello e al Versilia saranno nel complesso sei, di tre tipi diversi».

Ci spiega che cosa indosseranno i pazienti e a quale scopo?

«C’è l’esoscheletro Ronda-destro, pensato per mano e polso; il Ronda-forte per spalla e gomito. E c’è il Ronda-agile, detto anche “Alex”, che è bilaterale, cioè pensato per entrambe le braccia, per recuperare l’uso delle spalle e dei gomiti. Alex lavora anche con un sistema di realtà virtuale, che propone al paziente sfide più stimolanti, come ad esempio preparare una ricetta in una cucina virtuale. L’obiettivo, in tutti e tre i casi, è guidare il paziente nel percorso di riabilitazione intensiva, che in genere dura 3-4 settimane».

In che cosa consiste il percorso?

«All’inizio si parte con il 100% del lavoro a carico del robot, che segue il paziente nel recupero della mobilità. Allo stesso tempo la macchina elabora le informazioni ricevute, costruendo un vero e proprio modello per capire quale sia la situazione da affrontare e come comportarsi di conseguenza. Grazie a queste informazioni, il robot capisce dove la persona sia in grado di arrivare e dove invece sia costretta a fermarsi: così può elaborare la difficoltà dell’esercizio e dare supporto quando necessario. Ma non deve sostituirsi in tutto e per tutto all’uomo: il percorso è frutto di una cooperazione, dove la percentuale di lavoro a carico del paziente deve aumentare ogni volta, con l’idea di arrivare al 70% di lavoro dell’essere umano e 30% del robot”.

Quanto si potrà recuperare nell’uso di braccia e mani?

«L’obiettivo è il massimo possibile: restituire alla persona il 95% della capacità motoria. Sto parlando di obiettivo e non di risultato certo, perché la riabilitazione ha successo o meno a seconda della situazione individuale, che non è e non può essere la stessa in tutti i casi. In genere si ottengono risultati migliori sulla spalla: via via che si va verso il gomito e la mano il recupero delle capacità diventa più complicato. L’ambizione, però, è riuscire ad avere risultati soddisfacenti anche sulle mani».

Chi potrà iniziare il percorso riabilitativo quando avrete allestito le due palestre?

«Si tratta di persone già seguite dalle unità di riabilitazione dei due ospedali coinvolti, alle quali i medici offriranno la possibilità di lavorare con queste apparecchiature. Secondo il nostro protocollo sanitario dovrebbero essere 14. Con l’estate dovrebbe chiudersi il percorso: quel punto avremo i risultati necessari per capire se, come auspichiamo, questa palestra possa essere sviluppata e resa accessibile a tutti coloro che ne abbiano bisogno».

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