Il Tirreno

Versilia

Ecco perché il web è diventato un luogo pericoloso

di Giacomo Corsetti
Ecco perché il web è diventato un luogo pericoloso

La criminologa Bruzzone spiega l’aspetto oscuro dei social «Aveva ragione Eco, i cretini sono promossi a divulgatori»

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FORTE DEI MARMI. Roberta Bruzzone è stata la protagonista del seminario  a Villa Bertelli e che tratterà il fenomeno del “Cyberbullismo, adescamento dei minori online e nuove dipendenze digitali”. All’incontro – anche Anna Vagli, giurista fortemarmina e allieva presso la Csi Academy di Roma, e Sabrina Nardini, consigliera e delegata partecipazione e pari opportunità.

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Criminologa e psicologa forense, nonché personaggio televisivo e presidentessa dell’Accademia internazionale di scienze forensi di Roma, Roberta Bruzzone è nota per essersi occupata, in qualità di consulente tecnico e di analista della scena del crimine, di molti casi di cronaca nera arrivati all’attenzione dell’opinione pubblico, come il caso di Avetrana, la strage di Erba e gli omicidi come quello del piccolo Samuele Lorenzi a Cogne, di Chiara Poggi a Garlasco e di Meredith Kercher a Perugia. Opinionista a “Ballando con le stelle” e conduttrice di “Donne mortali” dal 2010 al 2015, è spesso ospite di Bruno Vespa a “Porta a Porta”. «Delitti allo specchio. I casi di Perugia e Garlasco a confronto oltre ogni ragionevole dubbio» è la sua ultima pubblicazione del 2017 insieme a Valentina Magrin.

Roberta Bruzzone, quali sono secondo lei le minacce più gravi che circolano in rete?

«Le minacce in rete sono molteplici. Quelle più comuni e da non sottovalutare riguardano i contenuti violenti, come l’incitazione all’odio verso qualunque categoria esistente oppure verso singole persone. Come ad esempio il tragico caso della ragazza di Torino che si è suicidata poco tempo fa e che, proprio per questo, è stata soggetta da molti a ironia e odio sui social».

Come si diventa così impermeabili rispetto alle disgrazie?

«Assistiamo a una sorta di bullismo post-mortem. Nemmeno un fatto del genere è riuscito a trattenere questi squilibrati dal manifestare odio verso una ragazza che proprio per quello stesso odio ricevuto ha deciso di togliersi la vita. La maggior parte delle persone è formata da frustrati che utilizzano i social media come una sorta di sfogatorio dove riversare la propria ostilità e il proprio rancore di vivere verso tutti quelli che possono rappresentare un soggetto più fragile. È anche quindi un problema di profonda vigliaccheria».

Secondo lei c’è una qualche differenza tra il bullismo classico e questo nuovo che nasce sui social?

«Le due versioni sono imprescindibili e inseparabili. Gli atti di bullismo vengono compiuti e ripresi appositamente per essere divulgati su internet. Il bullismo tradizionale si evolve in quello telematico in maniera naturale».

Tra tutti i casi di cui si è occupata, ce ne uno che l’ha colpito maggiormente?

«Sono tutti incredibilmente impattanti perché tutte le volte mi imbatto nella banalità del male, constatando quanto crudele possa diventare un ragazzino o una ragazzina perché deve manifestare in qualche modo la loro superiorità rispetto a qualcuno. Sono tutti casi che determinano una scarsa fiducia nel genere umano. Ho visto fare cose terribili a persone apparentemente insospettabili».

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Ha accennato alla “banalità del male”. Crede che la gente sia consapevole o meno di ciò che fa e che dice?

«C’è un desiderio di distruzione e una piena consapevolezza, vigliacca tra l’altro, di poter fare del male a qualcuno restando comodamente dietro uno schermo, spesso anche attraverso profili falsi quindi cercando di mantenersi impuniti. Gente che nella vita reale non avrebbe mai il coraggio di attaccare nessuno. Non c'è percezione della gravità e del rischio di certe condotte e questa alterazione è stato creata un po’ dalle piattaforme digitali. Io li ho definiti “scorregge digitali”. Una deriva criminale che può anche nascere dalla nostra ossessione social, se vogliamo. Il problema grosso è che i social poggiano su una leva psicologica potentissima, che è il desiderio di riconoscimento e di approvazione. Sui social tutto questo è fittizio e la gente ci è cascata completamente. Quindi fare parte di un gruppo e assecondarne le dinamiche, soprattutto quando attacca, per questo tipo di persone è un modo per lenire l’angoscia derivante dalla propria esistenza reale, spesso contraddistinta da fallimenti».

Tra le minacce sul web c’è anche quella dell’adescamento dei minori. Non crede che un’applicazione come Tinder possa favorire questo genere di azioni?

«Purtroppo questo tipo di piattaforme ha incrementato le possibilità per i predatori sessuali di agganciare le loro vittime, soprattutto per quanto riguarda i minori».

Umberto Eco sosteneva che il web "ha dato voce agli imbecilli", lei è d’accordo?

«Assolutamente sì. Io ho usato proprio quella definizione in uno dei miei libri che trattava quell'aspetto oscuro dei social media. Lo scemo del villaggio adesso è stato promosso a divulgatore ed è in grado di veicolare gente più cretina di lui. Più che gli idioti stessi mi preoccupano i suoi seguaci».
 

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