Il dolore
La città dai due volti
Dai lustrini della Passeggiata ai cantieri della Darsena
Nella seconda metà dell’Ottocento, Viareggio, grazie alla realizzazione del tratto ferroviario Pisa-Viareggio e poi del tratto Lucca-Viareggio, assunse un ruolo di centralità nel settore turistico balneare italiano.
Viareggio era un microcosmo festoso ed elegante che però non coinvolgeva nella sua smania di divertimento e di mondanità tutto il tessuto urbano e sociale cittadino. Accanto alla realtà della Passeggiata e dei bagni esisteva la Viareggio delle darsene e dei cantieri. Una città operosa, schiva di ogni frivolezza, che restava insensibile al fascino variopinto del bel mondo che frequentava i grandi alberghi e gli stabilimenti balneari. Gli uomini di Viareggio erano valenti marinai o abili calafati, le donne casalinghe o dedite ai lavori complementari dell'attività cantieristica, quali ad esempio, la cucitura delle robuste tele di olona che formavano la meravigliosa velatura dei bastimenti. Poi, quando Viareggio iniziò ad avere una certa risonanza come stazione turistica balneare, una classe imprenditoriale esterna alla realtà locale intraprese un'opera di accaparramento di tutte le attività commerciali che potevano prosperare sulla scia della nuova situazione. Da tutte queste nuove fonti di ricchezza e di guadagno restarono esclusi i viareggini e se fu possibile, per questi, usufruire di un qualche vantaggio, fu solo nel contesto di attività collaterali come dare in affitto la propria casa ai villeggianti o lavorare, durante la stagione estiva, come bagnino e come cameriere in qualche stabilimento balneare, bar o albergo.
La città, ufficialmente, veniva presentata come un “Eden” e quando, nel 1897, fu stampato il supplemento mensile illustrato del Secolo, “Le cento città d’Italia”, dedicato a Viareggio, e che propone nel testo una sintesi di quanto scritto da Michetti nella sua “Guida manuale di Viareggio e dei dintorni” del 1893, a conclusione viene aggiunto: «Ma data l’operosità versatile degli abitanti, può dirsi che a Viareggio la miseria non trova un terreno molto fertile».
Questo giudizio finale stride fortemente con il quadro generale della situazione rilevato nella prima stesura dal Michetti: «L'industria principale di Viareggio, nei tempi andati, era il trasporto delle merci mediante piccolo cabotaggio. Oggi è alquanto affievolita. Ciò nonostante, questa città è proprietaria di circa 500 navi a vela, ed i suoi bravi marinai cercano ancora di trarre profitto dove prima si facevano lauti guadagni. Il lavoro dei cantieri navali è poco per la crescente città, attendiamo pertanto che mani benefiche vengano a togliere la brutta bestia, che durante l'inverno tormenta non pochi miseri, i quali non trovano, anzi, non possono trovare il mezzo per cacciarsela di casa».
Utili informazioni sulla reale situazione socio-economica della Viareggio di quel tempo, vengono fornite da una lunga e dettagliata relazione presentata, nel marzo 1890, dall’allora sindaco, Angelo Giambastiani, politico preparato, solitamente ponderato nei giudizi, che così descrive le condizioni finanziarie ed economiche della città: «Le famiglie del nostro Comune impoveriscono rapidamente; la piccola possidenza sparisce, quella maggiore si assottiglia continuamente. Intanto, la più squallida miseria, sconosciuta negli anni passati, chiede con poco profitto soccorso della carità a coloro che debbono pensare ai casi propri tutt’altro che floridi...».
Bastano queste poche righe per capire che, alla fine dell’Ottocento, Viareggio è caratterizzata da forti contraddizioni. I due poli trainanti dell’economia cittadina, turismo e marineria, sono in crisi e, sembra, con poche prospettive di risoluzione. Successivamente le cose cambieranno, Viareggio sarà nuovamente al centro dell’attenzione come centro balneare e mondano alla moda, tanto da essere poi indicata come “la Perla del Tirreno”, ma molti problemi resteranno - come i continui ritardi di intervento nel settore portuale e marittimo - ed altri se ne aggiungeranno. Per questo è particolarmente interessante la relazione di Giambastiani, che si articola in vari punti, toccando un po’ tutti i settori dell’economia cittadina. Il primo riferimento è alla realtà turistica. Ricordiamo che Viareggio si era dotata di numerose ed importanti strutture balneari - negli anni 1860-70 erano stati realizzati tutti gli stabilimenti balneari dal molo alla piazza Mazzini - e sotto la spinta dell’aumento del numero dei villeggianti, erano stati aperti nuovi alberghi, era stato abbellito l’aspetto urbano, allargando le strade e sistemando le piazze. «Tutto questo con costi non indifferenti per la pubblica amministrazione e per gli operatori privati, che avevano investito ingenti somme, spronati nell’impresa dal trasferimento della capitale da Torino a Firenze, cosa che contribuiva, data la vicinanza con Viareggio, a far affluire nella nostra città quanti erano “tratti per varie ragioni alla nuova capitale».
Ma le previsioni erano state disattese. Con lo spostamento della capitale, da Firenze a Roma, «il danno per Viareggio fu enorme, perché la parte nomade dei bagnanti provenienti dalla capitale che si riversava sulle nostre ridenti spiagge, per ragioni di vicinanza e di nuovi rapporti, si sparse lungo le coste adriatiche, a Civitavecchia, ad Anzio e alla vicina Livorno».
Se l’industria turistica si venne a trovare in crisi per cause indipendenti da scelte e valutazioni locali, lo stesso non può dirsi per l’attività marinara e cantieristica. Viareggio, dopo la costruzione della prima darsena aveva accresciuto la propria dimensione di centro nautico e cantieristico, che però trovava ostacoli nella stessa natura fisica del porto canale che richiedeva un continuo impegno per mantenere lo sbocco al mare ed un livello di fondale tale da permettere il transito dei bastimenti. Comunque, nel 1871, era stata costruita una nuova darsena ed erano stati prolungati i moli, ma questi lavori giungevano sempre in ritardo e lasciavano insoddisfatte le esigenze dell’attività marittima, che proprio negli anni 1870-80 era al suo apogeo. Anche per questo aspetto dell’economia cittadina, il giudizio di Angelo Giambastiani è molto negativo e mette in risalto le gravi carenze strutturali che hanno da sempre caratterizzato il porto canale viareggino e che ora risultano accentuate dalla latitanza dello Stato nei confronti dei problemi della città come: «Le disgraziate condizioni del porto canale di Viareggio, l’insufficienza delle darsene e la necessità di costruirne una nuova con un fondale adatto alle nuove costruzioni per i bastimenti di grosso cabotaggio. Inoltre gravi sono le condizioni del porto canale per gli interramenti che si verificano quasi ad ogni mareggiata e per la difficoltà dell’approdo e di mantenere il fondale indispensabile alla navigazione perfino dei bastimenti locali».
Inoltre, Giambastiani ha parole dure nei confronti del potere centrale: «Tutti i porti del regno furono beneficiati tranne Viareggio e non sembra scusabile la condotta del Governo, il quale deve conoscere l’importanza della nostra marineria e dei nostri cantieri, come i loro bisogni, che, se fossero stati soddisfatti in giusta misura, avrebbero evitato l’impoverimento della nostra popolazione».
Questa relazione conclude con una serie di richieste al Governo, quali la realizzazione di una nuova darsena (ma bisognerà aspettare il 1903), la sistemazione del porto, che avverrà solo nel 1913, e la riduzione delle tasse gravanti sul Comune e sulla popolazione. Il Giambastiani non tralascia alcune importanti richieste che possono sembrare secondarie se non addirittura superflue, ma che invece dimostrano la lungimiranza della sua analisi. Infatti, egli fa alcune interessanti considerazioni sullo stato della pubblica istruzione nel Comune e sulla necessità di elevare il livello culturale della popolazione. Una relazione, pertanto, quella del Giambastiani, precisa, articolata, redatta senza ipocrisie, che meglio di ogni altro documento illustra le reali condizioni socioeconomiche della Viareggio alla fine dell’Ottocento.
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