Il Tirreno

Versilia

«Sfido il tumore tra gli angeli che mi curano e la paura di non vedere crescere i miei figli»

di Melania Carnevali
«Sfido il tumore tra gli angeli che mi curano e la paura di non vedere crescere i miei figli»

Alessandro, 36 anni, ha scoperto la malattia due mesi fa: «All’ospedale diagnosi e cure perfette e tanta umanità»

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VIAREGGIO. Il vuoto. Dice di aver sentito il vuoto, Alessandro Tredici, quando gli hanno detto che aveva il cancro. Il vuoto come un fischio muto di fine partita. Sul ciglio del campo buio del suo futuro ha visto piovere come bombe i giorni ancora da venire. Ha visto i suoi i bimbi crescere. I primi passi di lei, le pagelle di lui. I primi amori, il motorino, le discussioni per uscire la sera. E i blue jeans strappati, le gonnelline corte, le Converse colorate. Poi la macchina, l’università, o no, magari subito il lavoro. I capelli che si allungano e che si accorciano in base alla moda. La pelle che invecchia, le prime rughe, le lacrime agli occhi nell’annunciare “babbo, aspetto un figlio”. «Pensi tutto in mezzo secondo, al massimo uno. Basta un secondo per vedere tutto quello che rischi di non vedere». Poi è tornato su quel letto d’ospedale. Davanti c’erano i medici e la moglie. «Cristo, ho il cancro – si è detto – perché a me?».

Trentasei anni, due figli (il primo di sei, la seconda di uno), tecnico da sempre dalla Welcome Italia, Alessandro ha scoperto di avere un tumore polmonare due mesi fa. «Ho sentito la morte dentro, quando me lo hanno detto. Nessuno può capire. Non sopporto chi mi dice “ti capisco”. No, non è vero. Nemmeno mia moglie può capirmi. Lei ha paura del vuoto che potrò lasciare. Io ho paura di morire. Ho paura del nulla. Della fine. Lei non può capire me, come io non posso capire lei», racconta dal salotto di casa sua, nella periferia di Massarosa. Sulle pareti rosa accanto al divano ci sono le foto dei figli. Il tappeto è ricoperto di pupazzi, elefanti, cavallini, disegni. La bimba è all’asilo. Il bimbo a scuola. «Lui crede che io abbia una polmonite».

Vuole raccontare la sua storia a Il Tirreno. E c’è un motivo. «Mi hanno diagnosticato la malattia in tempi record, nonostante fossi asintomatico, le infermiere e i medici mi sono sempre stati vicini e ora sto facendo una cura innovativa, che non mi fa stare male. Io non posso che ringraziare tutto l’ospedale Versilia, sono degli angeli per me. So di essere in ottime mani».

Il mondo di Alessandro ha iniziato a sbriciolarsi a dicembre dello scorso anno. «Avevo tosse e un po’ febbre. Andai dalla mia dottoressa e mi prescrisse un antibiotico». La febbre passa, la tosse pure. Dopo qualche giorno però torna. «Mi sono spaventato quando ho iniziato a non respirare da sdraiato. Sentivo come se avessi acqua in gola». È a Milano per la vacanze di Natale, in quei giorni. Torna a Massarosa e va dal medico il quale lo manda spedito al pronto soccorso. «Mi hanno fatto una radiografia e mi hanno trovato una broncopolmonite acuta con sversamento pleurico». E allora vai di punture di antibiotico. Dopo dieci giorni, la tosse non è ancora passata. «Il medico mi ha rimandato al pronto soccorso e lì hanno deciso di ricoverarmi in pneumologia». È la sera del 9 gennaio. Non ha altri sintomi oltre alla tosse. Né sonnolenza, né dolori alle gambe, tantomeno sangue. «Un altro dottore magari si sarebbe fermato con le analisi e invece nel reparto del Versilia mi hanno ribaltato come una calzino». Iniziano le giornate di analisi. Lastre, drenaggi, tac, broncoscopie, e infine la Pet (che è una tecnica diagnostica di medicina nucleare via endovenosa che serve per verificare la presenza di metastasi). A ogni esame, la diagnosi sembra portare lì. «Quando hanno iniziato a parlarmi di cancro, ho fatto la cosa peggiore che potessi fare: informarmi sul web», racconta. Gli occhi si bagnano. Respira forte con le narici. E poi riprende. «Ho letto che l’ottanta per cento delle persone non ce la fa».

La conferma arriva il 25 gennaio. Il medico entra nella stanza. Lo guarda negli occhi e glielo dice. Secco. Ed è lì che il vuoto scoppia nella pancia, poi nel petto, nel collo, nelle guance, nella fronte. Il mondo sparisce per poi tornare su quelle parole: “È cancro, mi dispiace”. «Mi sono chiesto come potessi essere così sfortunato. Quella è una malattia che in genere colpisce gli anziani o persone che fumano da una vita. Io ho fumato poco e avevo smesso da sei anni».

Una buona notizia però c’è. Ha una mutazione genetica, per cui può curarsi senza chemioterapia («quella uccide lentamente») con un farmaco innovativo che in Italia deve ancora entrare ufficialmente nel mercato. «È come se prendessi antibiotici – racconta –. Mi prendo i miei farmaci la mattina, poi la sera. Tutto alla dose massima, ovviamente. Ma non sono precipitato nell’inferno della chemioterapia. Posso continuare a fare la mia vita». In Italia ci sono diecimila casi all’anno di tumori polmonari con una variazione genetica come la sua (su un totale di circa 40mila casi di tumori al polmone). Il farmaco che sta prendendo è stato studiato apposta per colpire questo gene e viene utilizzato da sei anni. Non in Italia però. «Io non credo in Dio», continua Alessandro. Si alza, apre uno sportello in cucina, prende la scatola delle pasticche e le mette sul tavolo. «Io credo nella scienza. Se mi salverò sarà grazie a lei. È una sfida alla vecchia maniera, è il Far West. Guardiamo adesso chi è più veloce: se le mie cellule sane o le sue (quelle del tumore, ndr)».

Il 26 gennaio l’ospedale del Versilia lo ha dimesso. Il 7 febbraio aveva in mano la cura. Il giorno stesso ha chiamato un tatuatore per prendere un appuntamento («mi ha fatto passare avanti») e il 9 del mese ha fatto il suo primo tatuaggio: è un nastro celeste legato (riprende il simbolo della campagna contro il cancro al seno). Ha gli occhi, una mano con il dito medio alzato e sotto una scritta: «Devo vincere».

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