Il Tirreno

Versilia

Prete a 27 anni «Vi spiego perché ho deciso di farlo»

di Melania Carnevali
Prete a 27 anni «Vi spiego perché ho deciso di farlo»

La scelta di vita di un giovane viareggino «Da piccolo preferivo la chiesa ai giocattoli»

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CAMAIORE. Quando era piccolo voleva entrare in tutte le chiese che vedeva. Le indicava dal passeggino e quello voleva dire “andiamo dentro”. Se non lo accontentavano, diventava matto. Giù di grida, pianti, il broncio. Poi è arrivato il periodo del catechismo, quello da chierichetto, e infine il seminario, la decisione che prende forma, che si gonfia dentro come un polmone che dà ossigeno e rende tutto più chiaro: «Sì, sarò prete». Gabriele Di Blasi, viareggino di origine siracusane, a poco più di vent’anni ha deciso di mollare tutto - ragazze, vestiti alla moda, serate da adolescenti in discoteca fino all’alba e poi chissà - per diventare prete. Lo è diventato lo scorso anno, sulla soglia dei 27 anni, il 29 giugno, proprio nell’ottavo anniversario della strage di Viareggio. Ed è stata l’unica e ultima persona ordinata nel 2017 nella diocesi di Lucca. Adesso è viceparroco a Camaiore, dove ogni mattina alle 8.30 celebra la messa.

«Sono diventato sacerdote in una data importante, lo so», racconta dal primo piano di una vecchia palazzina della curia in via XX settembre, a Camaiore, dove vive, studia, lavora. «Sai, il 29 giugno per la chiesa è anche la solennità dei santi Pietro e Paolo. E Pietro era proprio il primo patrono di Viareggio».

Ma quella notte non c’era?

«No, o forse c’era in un altro modo».

Lei ha sempre creduto?

«Sì, sin da piccolo mi affascinava Dio, mi affascinava la chiesa».

Cosa la affascinava?

«Tutto: i gesti del sacerdote, l’aria della chiesa. Mi sentivo bene quando stavo con Dio».

La sua è una famiglia cattolica?

«In realtà i miei genitori non frequentavano la chiesa, se non a Natale e a Pasqua. Sono stato io a chiedere loro di portarmi a messa ogni domenica. Facevo scenate isteriche, se non mi ci portavano. E alla fine hanno iniziato anche loro».

Perché ha deciso di diventare prete?

«È una decisione che prende forma lentamente. Ci penso sin da quando ho 4 anni. Gli altri bimbi volevano i giochi e io volevo andare a messa. Stavo bene lì. Ma non ero sicuro. Anche quando mi sono iscritto al seminario, nel 2010, ci pensavo, ma non ne ero convinto. Quando uno entra in seminario non ha la decisione in mano. Si entra in seminario per capire».

E lei quando ha capito?

«Al terzo anno di seminario, attraverso dei segni che il Signore mi ha mandato».

Cioè?

«Persone legate alla parrocchia che seguivano le mie parole, ne avevano quasi bisogno, davo loro sollievo. E allora mi sono sentito come se io pure non potessi farne a meno».

Ha mai avuto una ragazza?

«Sì, una. Siamo stati insieme due anni e mezzo, quando ero alle superiori (ha frequentato l’istituto alberghiero al Collegio Colombo a Viareggio e poi ha lavorato una stagione come cameriere all’hotel Royal prima di entrare in seminario, ndr)».

E anche in quel periodo pensava di voler diventare sacerdote?

«Quella storia ha interrotto un po’ questo pensiero. Chiaramente quando hai la ragazza non ci pensi più. Io ho imparato ad amare grazie a lei. Poi però, dentro, c’era sempre quel tarlo, che mi faceva pensare “e se la mia vita fosse...? ”»

Fosse cosa?

«Fosse proprio quella di dedicarmi agli altri».

Perché non c’è un modo di dedicarsi all’altro senza rinunciare al resto?

«Certo che c’è un altro modo. Però questa è una vocazione particolare. Anche il fatto di vivere il celibato: tu non hai una donna perché la tua donna è quella che incontri per strada, non hai figli, perché i tuoi figli sono quelli che incontri per strada. La tua famiglia sono tutti».

Che ne pensa quindi dei preti protestanti, che possono sposarsi?

«Io credo che il celibato sia un grande dono. Lo sperimento ogni giorno. Se la sera vado a casa e mi devo dedicare alla moglie, ai figli, questo mi sottrae al mio impegno quotidiano per gli altri. E invece ora torno a casa e mi chiudo nella mia cella interiore per potermi dedicare il giorno dopo al mondo».

Però se lo facessero tutti, chi li farebbe i figli? Non stride con il pensiero cattolico, contrario ad esempio all’aborto e all’uso dei contraccettivi?

«Infatti non è una scelta per tutti. Il Signore sa chi chiamare e chi no. Alcuni lui li ha scelti per procreare e altri li ha scelti per questa chiamata particolare. E non sono slegate le due cose. Anche io vengo da una relazione di amore e questo mi ha permesso di conoscere la mia strada».

Quindi, secondo lei, perché ci sono sempre meno sacerdoti?

«Il Signore chiama sempre, come una volta. Ma in pochi ascoltano. Siamo talmente immersi nei computer, nei social network, che non ascoltiamo più. Siamo isolati, viviamo nel mondo virtuale e non riusciamo più a vivere quelle reale. Poi credo che, come Chiesa, abbiamo tirato i remi in barca: noi sacerdoti siamo presi dalle nostre cose e non ci rendiamo conto che un giovane magari ci sta chiedendo aiuto, un consiglio su cosa fare della propria vita. E così si perde».

Non le manca la vita di prima? Gli amici, le ragazze, vestirsi come vuole?

«Ah, ma di amici ne ho e usciamo anche insieme. Andiamo a mangiare una pizza, andiamo al cinema. Sui vestiti: io credo che sia importante dare un segno, far capire che sei un prete. Così, se qualcuno ha bisogno di te, ti ferma. Sse vado in montagna con i ragazzi, ovviamente non mi metto i vestiti da sacerdote, per praticità. Le difficoltà poi ci sono. Ci sono periodi in cui le persone vengono a sfogarsi. Mi impressiona la quantità di gente che, magari non veniva a confessarsi da dieci anni, ma viene per parlare e piangere. Persone che sembrano sicure, ma che sono fragili. Un sacerdote ascolta e assorbe tutto il dolore. Una volta venne una madre che aveva appena perso la figlia malata di cancro. Parlava, parlava, poi piangeva, poi parlava. Ma cosa puoi dirgli a una persona che soffre così? ».

E cosa le disse?

«Nulla. Il vizio di noi cristiani è di voler dare una risposta a tutto. A volte la miglior risposta è il silenzio».

Ma i suoi genitori cosa le hanno detto, quando ha deciso di diventare prete?

«Mio padre era il più contrariato. Ma in fondo se lo aspettavano. E alla fine mi hanno detto “beh, se è questa è la tua strada, vai”. E io sono andato».

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