Attenzione
Il gozzo di Tobino
Restaurata la barca che fu dello scrittore viareggino
Mare e arte si sono felicemente incontrati sabato presso il Museo della Marineria, in Darsena, per un’occasione davvero unica: la riconsegna al Museo del “gozzo” che lo scrittore Mario Tobino, gloria nazionale, portò spesso in navigazione davanti alle coste nostrane, seguendo il sogno che lui sempre ebbe in mente di realizzare: farsi marinaio anziché medico, farsi velierista anziché lavorare nel tragico manicomio di Maggiano.
Il “gozzo” lustro e laccato, grazie ad un prezioso recupero fatto dal cantiere Del Chiaro (unico in Italia per ringiovanire i velieri storici), è stato ridonato al Museo (che già lo possedeva in logora veste) da una famiglia fiorentina, splendida mecenate, i Tayar il cui padre, Franco, fu compagno di barca e forse anche di merenda di Tobino, poiché ambedue erano non soltanto pratici di trinchetti e boma e remature ma anche terragni e amanti della schietta cucina dei cacciucchi e delle fritture di “Bombetta”.
Testimoni dell’evento, assai affollato e denso di applausi, sono stati presso la sede del Museo, il sindaco di Viareggio Giorgio Del Ghingaro, il comandante del porto Giovanni Calvelli, l’avvocato Franco Pocci, lo scrittore e poeta Manrico Testi, la famiglia Tobino con Isabella e Candido, nipoti del maestro, le componenti la famiglia Tayar.
Aleggiava un’atmosfera che faceva brividi a chi rammenta la Viareggio dei velieri e dei vianeschi vageri. Così, facendo gli onori di casa, Sirio Orselli, presidente dell’associazione medagliati di lunga navigazione (e sono tanti e ben portati), ha introdotto la suggestiva cerimonia e sotto un bandierone sollevato dal sindaco, dalle altre autorità, è rispuntato, leggiadro e fasciato il gozzo.
Che occasione è questa per rammentare di Tobino e il mare! Mario Tobino, viareggino del 1910, era di famiglia ligure. I suoi avevano (ed i parenti ancora hanno) una famosissima farmacia al “piazzone”, dove c’è il dirupato mercato oggi quasi per intero cinese. Nei ragazzi del piazzone, un altro scrittore locale, Aldo Valleroni, raccontò come passassero le giornate i ragazzi nati lì: botte tra bande, gioco “alla foa” (che voleva dire tirarsi i sassi), tiro della fune, palline e sfide di tappini. Mario, che era elegantino e borghese, al “piazzone” vi stava comodo. E vi conobbe un altro ragazzotto simpatico, Mario Marcucci, che allora non faceva il pittore ma faceva il marinaio e spesso s’imbarcava. Assieme i due frequentavano i moli e le darsene. Assieme parlavano sul mare che Lorenzo Viani aveva ben scritto in Angiò uomo d’acqua e ben pitturato in opere di efficace espressionismo.
Orbene Viareggio non ebbe e non ha avuto, per il suo prestigioso passato di porto, scrittori come Corad o London. La avrebbero resa immortale nel mondo. Pensate a Melville ed alla “balena bianca”. No. Però Viareggio ebbe Viani eppoi ebbe Tobino che nei suoi diari scrisse: «Parlato di nuovo dei viaggi in mare e di bastimenti: vita che una volta sognai e desiderai e in piccola parte toccai. Ormai debbo guardarla come una cosa che forse neppure fu».
E mentre Marcucci s’imbarcava e conosceva gli sbruffi, Tobino fece la scommessa di scriverne. E la vinse. Creò nell’Angelo del Liponard una magnifica epopea e chi, come me, ha avuto un nonno, ardito comandante di velieri, medaglia d’oro per un salvataggio alle bocche del Leone eppoi morto naufrago davanti alle famigerate coste della Libia, non può non rivivere con autentica commozione. «Siamo marinai, non pescatori», non a caso ricorda Manrico Testi. Perché pescatori, di una flottiglia davvero importante, furono quelli di San Benedetto del Tronto venuti da noi fin dai primi del Novecento. I viareggini, invece, navigarono e navigano su torpedinieri e porta-containers, petroliere e yacht da diporto. E quella a vela strugge, tant’è che molti ragazzi frequentano, a parte il Nautico, le sfide delle “classi stelle” organizzate dal Club Nautico, meritorio.
Chi pubblicò racconti suggestivi e pittoreschi sui marittimi fu anche Silvio Micheli. A lui dobbiamo la leggenda dei palombari dell’Artiglio a lui dobbiamo le cronache della famiglia Antonini che, da sola, potrebbe fare, con le loro gesta, più di un film d’avventura: da Londra a Buenos Aires, da San Pietroburgo alle Afriche.
Tobino, anche lui, s’entusiasmò agli Antonini e ne Sulla spiaggia e al di là del molo ne scrive pagine indimenticabili. Però Tobino era borghese, non poteva dirsi refrattario (a differenza di Marcucci, Sbrana, Micheli) alla Viareggio mondana, balneare, chic, a quella marina proustiana che vide effondersi sulla passeggiata e sulle rotonde dei bagni una spettacolare, fantastica, cosmopolita, classe sociale ricca, elegante, smaniosa di bella vita. Alla quale si offriva, con i viali a mare, uno scenario in questi giorni celebrata dal bellissimo libro fotografico di Giampaolo Ghilarducci e Beppe Bertuccelli.
Era la Viareggio delle trine e degli struggenti chalet in legno dipinto. A quei caffè sedeva il bel mondo ed il demi-monde, da D’Annunzio a Puccini, da Isadora Duncan ad Eric Maria Rilke, da Petrolini a Zacconi. Più tardi, circondata da cicisbei, avrebbe anche ancheggiato Edda Ciano Mussolini, possidente di una villa al Marco Polo.
E Tobino si dilunga assai su questa che lui chiama “Medusa” ed è Viareggio fino ai tempi della Resistenza e della Lotta di Liberazione (ne scrive ne Il clandestino) anche qui mescolando plebei, calafati e l’ammiraglio Brofferio, insomma una città ricomposta, poveri e ricchi, dalla parte della giustizia. Dalla parte della bellezza. Che Tobino, amico sempre di artisti e pittori (da Marcucci ad Eugenio Pardini, da Santini a Mario Francesconi) anche nel gozzo spesso li ospitò e c’è una famosa foto che lo ritrae ai remi con Eugenio Pardini nel dopoguerra. Pardini fu un eccezionale affreschista, sapeva fare la figura come pochi. Marcucci che fece sodalizio assai stretto con Tobino (anche loro frequentatori felici di gargotte e osterie), smise di andar per mare e si trasferì poi a Roma. Ma non smise di dipingere pescati e darsene. Mentre da un altro lato Moses Levy, adesso ben tornato di moda a Parigi, rese eterne le spiagge zeppe di bagnanti, spiagge che provengono da un altro miracolo fatto a Viareggio e alla Versilia del mare. Quando anche oggidì dobbiamo al mare un’intera economia basata sui bagni, sulle botteghe estive, sui ristoranti, sui cantieri navali, una economia da non dimenticare poiché è nostra evidente fortuna.
I viareggini, ebbi a dire nel bel libro pubblicato per i 50 anni del Club Nautico, «hanno il mare nel sangue». Tobino lo ebbe nel sangue, nel cuore, nella mente, nelle mani creatrici. E staccando sul gozzo dalla costa poté contemplare quella Viareggio bianca, dorata, “più bella d’Oriente” che sarà sempre il viatico a chi contemplerà, come i marittimi del Liponard, la costa-casa dal largo del Tirreno (che poi è Ligure).
Scrive Tobino: «Era la città, là davanti, bianca, umida. Il bastimento boccheggiava un dondolio verso di lei, la quale sembrava che pigramente si aprisse di davanti agli occhi alzando le morbide braccia. Ai lati c’erano palmeti paonazzi di azzurro col cielo che li frastornava. L’Angelo del Liponard navigava verso di lei … la spuma fresca irrorava la riva. I marinai, rimuginando le corde, mentre nelle orecchie bulinava il soffio ruvido del vento, alzavano ogni tanto gli occhi alla terra, come i palombari, guardano immersi, dal vetro davanti alla faccia».
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