Gioco
Siamo tutti papaveri La festa dei Cinquini
Umberto scherza: «Io con la giacca di cartapesta, Avanzini di polistirolo»
VIAREGGIO. Fuori piovono secchiate d’acqua e le strade sono allagate («Sono le premiazioni del Carnevale di Viareggio o di quello di Venezia?» è stata la battuta ricorrente), ma dentro il PalaBarsacchi splende il sole di Burlamacco. Che illumina una distesa di papaveri rossi. L’hanno portato i vincitori e, soprattutto, le tantissime maschere dei carri in una giornata uggiosa che ha guastato e non poco i piani della Fondazione Carnevale: la cerimonia delle premiazioni, prevista inizialmente con una grande festa all’aperto in Cittadella, è stata spostata all’ultimo momento al palazzetto dello sport. E, scivolato via in poco più di un’ora, il gran galà raffazzonato finisce in bellezza con il giro di campo dei nuovi campioni della prima categoria, i fratelli Cinquini.
Aspettando Godot… Certo, in un teatro dotato di seggiolini o poltroncine su cui potersi sedere anziché i gradoni di un impianto sportivo le premiazioni al chiuso avrebbero avuto una cornice più appropriata. Ma non è certo colpa della Fondazione Carnevale, trovatasi di fronte all’inclemenza del meteo a pochissimi giorni dalla cerimonia, e nemmeno del Cgc Viareggio diventato recentemente proprietario del palazzetto se in città manca un teatro comunale da poter sfruttare anche in situazioni d’emergenza come questa. Una carenza ormai annosa ripresentatasi in tutta la sua evidenza e che, per citare il carro di Avanzini ispirato ad “Aspettando Godot”, chissà quando (e se mai...) si risolverà.
Le maschere hanno sempre ragione. Dopo la partenza con gli squilli degli Orselli e l’esecuzione di “Maschereide”, “Su la coppa di champagne” e l’inno di Mameli da parte della Filarmonica La Versilia accompagnata dagli sbandieratori del Palio di Querceta, l’atmosfera finalmente si riscalda: Christian Grossi e Alberto Martinelli cantano Ovunque andrai, il brano ufficiale del Carnevale finito quasi un mese fa, e le maschere dei carri improvvisano un festoso trenino sulla pista del palazzetto. Un grande abbraccio collettivo che coinvolge i figuranti dei Cinquini, di Avanzini, Galli e Ceragioli. E menomale che c'è qualcuno a sottolinearlo come Adolfo Lippi del consiglio d'indirizzo della Fondazione: «La vivacità del Carnevale è anche quella delle maschere sui carri e di chi ci sta attorno». Sacrosanta verità.
Passerella per tutti. La cerimonia entra nel vivo con la consegna dei premi speciali intitolati ai grandi artisti del passato: non c’è costruttore che non strappi applausi convinti dalla sportivissima platea e colpisce l’emozione di alcuni artisti poco abituati alle luci della ribalta come i vari premiati delle maschere isolate. «Spero che questo premio sia un messaggio per i giovani che credono nei loro sogni e partono da lontano per raggiungerli», è il messaggio del vincitore delle maschere isolate Matteo Raciti, partito dalla lontana Sicilia per coronare il suo sogno.
La consolazione del pifferaio. Ma l’ovazione più grande del palazzetto, a un certo punto, è forse per il carrista di prima categoria Jacopo Allegrucci: oltre al premio fantasia e a quello per l’innovazione si porta a casa pure quelli per la colonna sonora e per la coreografia. Quest’ultimo lo ha decretato la giuria popolare composta dai possessori dei biglietti d’ingresso ai corsi, la stessa che le sue maschere e i suoi sostenitori hanno invocato dopo la delusione per il quarto posto in classifica del suo È come credere alle favole.
Cartapesta e polistirolo. Luca Bertozzi, vincitore della seconda categoria, riceve il premio dall’ex carrista Renato Verlanti: «Mi viene la malinconia», confessa il più volte campione negli anni Novanta in un ideale passaggio di testimone. Lo stesso che avviene tra il decano dei costruttori Arnaldo Galli e Stefano e Umberto Cinquini, che avevano intrapreso con lui la carriera di carristi e ora sono arrivati sul gradino più alto: «Questi ragazzi sono cresciuti», chiosa lui in una sorta di benedizione. E i due fratelli sembrano proprio campioni del mondo, come Umberto si era autodefinito: vengono premiati in un tripudio di kabuki dorati e fanno il giro del campo con il Burlamacco d’oro in mano, proprio come se avessero effettivamente vinto la Coppa del Mondo. E proprio Umberto, commosso per “il” sogno che si realizza, non rinuncia però ad una battuta delle sue: «Io ho la giacca di cartapesta - dice sfoggiando un vestito con impresse le immagini dei giornali - Avanzini di polistirolo».
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