Gioco
L’insolita magia di una coltre gelata
Versilia, terra di sole e d’estate e dai inverni dimenticati dall’arte, diventa luogo di gioia per grandi e piccoli
Dicevano che non sarebbe venuta, la neve. Due giornate di sole brillante (ma non caldo) avevan fatto ridere. Perché in televisione si vedeva la “rivale” Rimini, le sue spiagge, i suoi giardini intirizzire sotto la coltre gelida. Da noi erano appena sciupate le mimose, già fiorivano le peonie nei giardinetti di via XX Settembre. Evviva! Da noi, la neve avrebbe girato a largo, imbiancato Roma, addirittura Napoli, ma sulla Versilia sarebbero bastati i picchi ammantati dell’Altissimo e del Prana. Sul mare, dicevano, niente di niente. Invece la neve è caduta. Ma si è risolta nel solito spettacolo, nessun dramma, nessuna devastazione (a parte le insalate a Bicchio o Capezzan).
Certo che per età le differenze sono abissali: i ragazzi vi giocano, gli anziani scivolano e qualcuno si rompe. Però merita comunque uscire, quel poco che la neve rimane, sia perché rammenta altri tempi, è come per Proust “tempo ritrovato”, sia perché il bel litorale a sud bianco e lattiginoso è, a differenza della rena sporca di pioggia grigiastra, un infinito da non dimenticare, da fotografare; e così le piazze, piazza Puccini, piazza Mazzini, senza neve abbastanza diroccate, con la neve suggestive, paiono squarci parigini, viennesi, e splendide facciate dell’Esplanade, del Principe di Piemonte del deplorevole Excelsior, trovano un immaginario secolo Ottocento. Forte dei Marmi poi diviene una bomboniera elegante, natalizia, luccicosa di lumini, con la sfilata di palme egizie che rimandano a Biarritz o Couburg in Normandia.
Chi scrisse mai di neve da noi? Non Tobino, non Cancogni, non Micheli, non Garboli, né la musicò Puccini che freddoloso com’era si sarebbe intabarrato nelle sue ville mediterranee e solari. Scrittori, poeti, musicisti celeberrimi si dedicarono tutti all’estate, alle spiagge, non a caso Rilke alemanno veniva al Plaza a curarsi i polmoni. La Versilia, eden di natura, innevata (scarsissime volte) non ispirò quasi mai.
E l’intero arco architettonico da Torre del Lago a Marina di Massa, dall’Arno al Magra, dette e dà le sue migliori opere (con il liberty) ai raggi infuocati delle belle stagioni. Così abbiamo migliaia di documenti sulle epoche d’oro della riviera stracarichi di parasoli e ombrelloni (vedi le foto di Baroni) e mai uno scrittore a Seravezza o sul cavalcavia ferroviario.
E però la neve incanta anche se di breve durata. Incantano i tetti coperti, incantano le guglie del Gran Caffè Margherita, la straordinaria piazza di Pietrasanta, abbandonata dai piccioni stralunati e i moli disertati dai gabbiani che pure appaiono angeli candidissimi e alla neve intonati. Incanta la neve perché trasforma il paesaggio. Vi piomba sopra silenziosa e ovattata e nulla è più come prima. Impressionisti e post–impressionisti fecero in Francia delle immagini indimenticate. I boulevard con parapetti di neve e i ferri battuti impreziositi di ghiaccioli, mostrati (abbondantemente) nei musei, struggono al ricordo di Manet o Pissarro o Touluse-Lutrec. Qui né Viani né Moses Levy né Mario Marcucci né Renato Santini ma nemmeno Filadelfo Simi o Arturo Dazzi (che pure vivevano in alta Versilia) ci dettero quadri innevati. Anche la miseria vagera di Viani, che pure richiama gli inverni senza termosifoni e senza minestre calde, è cupa, nera, drammatica, mai festosa attorno ad un pupazzo creato dalle mani gelide dei bambini in piazza Shelley.
È proprio il paese del sole Viareggio. E anche quando riesce a fare (come quest’anno) i carnevali con la pioggia ed il gelo, mai con la fantasia o con l’occhio esteta si procura scenografie glaciali. Mentre invece Fellini, più abituato all’innevata, le celebra nei suoi film; e Rimini bianca e immacolata, deve a lui momenti di autentica poesia.
Certo la neve non la vivono tutti nel medesimo modo. I ragazzi (che festeggiano la chiusura delle scuole) come ai tempi nostri dopo la gara si fanno dispetti lanciandosi palle. Ma a casa non li attende più il menù speciale degli inverni coi ballocciori e la polenta magari fritta unta di stracchino o lardo di Colonnata. Non esiste (ma esisteva) un menù da neve. Una volta c’erano in giro i venditori di caldarroste. Le nonne si mettevano le patate bollenti dentro gli scialli per intiepidire le mani o nel letto c’erano lo scaldino nel “trabiccolo” o la bottiglia piena d’acqua bollente. «Oggi faccio il minestrone di fagioli con la cotica» scandivano le mamme ed i papà andavano al Cro Darsene o al bar Così com’è ordinando vin brulé, cioè rosso fumante che come il ponce al mandarino, era la giusta medicina per combattere il sotto zero.
Anche i cinema, come le scuole, con la neve chiudevano. Adesso fanno fortuna i Supermercati perché sono passeggiate al caldo (anche quando ti limiti a comperare una saponetta) mentre le passeggiate vere, i lungomare, le vie di mezzo, paiono set spettrali di vacanze a Mosca; ma non intristiscono, sono belle invece perché deserte; senza troppe automobili e con il cielo che tocca finalmente terra e tutto appare di un color perla compresi i pini incappucciati e le marine dove la neve si confonde con la cresta delle onde. Ed adora anche la neve di salino. Poi la neve in Versilia se ne va subito. Resta un sogno. Credo che nessuno possa qui vivere le “notti bianche” di tanta celebre letteratura.
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