Il Tirreno

Versilia

La gioia dei vincitori: adesso siamo campioni del mondo

di Melania Carnevali
La gioia dei vincitori: adesso siamo campioni del mondo

È il primo successo dei fratelli Cinquini tra i grandi «La nostra costruzione era perfetta, ci speravamo»

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VIAREGGIO. «Ho vinto tante volte in seconda categoria, ma ora, per la prima volta, mi sento campione del mondo». Dice proprio così, campione del mondo, Umberto Cinquini, mentre dal carro parte a manetta We are the champions dei Queen. Ha trionfato insieme al fratello Stefano, battendo il carro di Allegrucci (È come credere alla favole) che era dato per favorito, ma soprattutto quello di Avanzini (Aspettando Godot) arrivato secondo. E l’ironia ha voluto che lui, tifoso della Fiorentina, superasse sul podio proprio lo juventino. «E siccome questi sono i mondiali del Carnevale, noi siamo i campioni del mondo», aggiunge. Quasi piange.

È la prima vittoria dei fratelli Cinquini in prima categoria. «Lo sapevo, lo sapevo, che prima o poi sarebbe successo», ripete due volte, come se servisse a realizzare meglio. Hanno vinto con Papaveri rossi, il carro che, nel centenario della prima guerra mondiale, parla dei caduti delle guerre, di quelle passate, di quelli di oggi e di quelle che sono lì a un passo dallo scoppiare. E non era la prima volta che i fratelli Cinquini sbattevano sui carri i conflitti. Una fissa, trascinata forse dai tempi storici. Nel 2000 presentarono un carro (fuori concorso) con la firma di Dario Fo che parlava di guerra anche se si chiamava La pace: era una giostra con crateri di bombe sulle quali giovano bambini mutilati. Un carro shock, calzato preciso sul loro stile. Schiaffeggiare con la realtà. Lanciare fiori e poi le bombe. Quelli erano gli anni della guerra cecena, della seconda Intifada, di Al Qaida. Diciotto anni dopo cambiano gli scenari e i personaggi, ma il mondo rimane lo stesso. E allora ecco la storia raccontata con un campo di papaveri rossi, gli stessi usati da De André per cantare la guerra di Piero. «Vedi il carro di Allegrucci aveva dei movimenti impressionanti. Però mancava il carro, a mio avviso. Non c’era la cattiveria nostra. Il nostro carro, invece, era di una attualità impressionante».

L’idea del carro, racconta Umberto Cinquini, gli è venuta guardando una foto scattata dalla moglie, Silvia, al figlio più piccolo, Jacopo, in un campo di papaveri. «Mi sono messo a studiare e ho unito due carri che avevo in testo». Ha tolto il figlio e ci ha messo dentro Stalin, Hitler, Mussolini e altri dittatori. Poi mettici il genio delle costruzioni del fratello, la perfezione delle modellature del figlio più grande, Michele («che dopo Bertozzi è il migliore in assoluto», dice), e quello che ne è uscito è un carro vincitore. «È una gioia immensa. Questa, per citare Jovanotti, è la vita che sognavo da bambino. Sapevo che sarebbe successo prima o poi. Sono caparbio, non ho mai mollato. Quando non vincevo non ho mai detto che la giura non era capace. Ma mi sono messo al tavolino a chiedermi “ok, cosa ho sbagliato?”. E cercavo di migliorarmi», continua a raccontare davanti al carro, mentre continuano ad abbracciarlo, a scuoterlo, a fargli complimenti. «Temevo più che altro Avanzini – continua –: è un maestro. Il nostro carro però era perfetto. Adesso spero di vincere anche il premio per la coreografia».

C’erano 140 figuranti vestiti da militari davanti al carro, per cinquanta minuti di coreografie no stop. Un esercito che sfondava le linee del Carnevale. «Non erano semplici coreografie quelle. Erano una interpretazione della maschera. E la dj non era una semplice dj ma era una direttrice musicale». A premiarlo, dice, «sono stati sicuramente i papaveri», le modellature («un ragazzo livornese è venuto da me e mi ha detto “de’, se mi fai Stalin te ne vendo cinquanta”. Per dire che sembra vero») e infine il tema: «Hanno apprezzato la contemporaneità sicuramente».

Cinquantacinque anni lui, quarantuno il fratello. Il 2018 è l’anno del loro sogno. «Sono stato cinque anni a soffrire. L’unico mio vero obiettivo nella vita era vincere in prima categoria». Non se lo aspettava, dice. «Mio figlio mi dice sempre “babbo, metà Viareggio ti vuole bene, il problema è che l’altra metà la mettono in giuria”. I viareggini votano il carrista, non il carro». E invece eccolo l’obiettivo di una vita annunciato da un megafono alle 19.30 di un 17 febbraio. «Questa vittoria – continua – la dedico alla mia famiglia». Che è tutta qui a festeggiare.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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