Il Tirreno

Versilia

Colpita da meningite, viene fatta partorire: salvati madre e neonato

di Matteo Tuccini
Colpita da meningite, viene fatta partorire: salvati madre e neonato

La donna è stata sottoposta a un cesareo d’urgenza subito dopo la diagnosi. Il marito: «I medici mi hanno detto che me li riportavano. Sono stati di parola»

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TORRE DEL LAGO. Nicholas è venuto al mondo da pochi giorni, ma sembra aver già capito tutto. Sbadiglia, come annoiato da quel trambusto chiamato vita. Mentre lo scatenato fratellino Jonathan gli salta attorno e cerca di attirare l’attenzione su qualsiasi cosa. Compreso un palloncino azzurro da 18 euro «che ho comprato io con i miei soldini», dice il secondogenito di casa Marchi, evidentemente un po’ scocciato per aver consumato parte della paghetta. Nicholas lo ignora beatamente: chiude gli occhietti, poi piagnucola un po’ perché ha fame. E che fame. È nato al settimo mese di gravidanza, ma pesa già più di tre chili.

«Non si riesce a fargli fare un intervallo di quattro ore per il latte», spiega il papà, Simone Marchi. Che è al terzo figlio, ma ancora non riesce a credere a cosa gli ha riservato il destino. In poco più di tre ore la sua vita è precipitata nell’abisso ed è riemersa. Riportandogli Nicholas e la sua mamma, Silvia Gragnani, sani e salvi.

No, non è un miracolo. Ma un’impresa incredibile. Perché un bambino che nasce al settimo mese con un parto cesareo d’urgenza, mentre sua madre sta lottando contro la meningite, senza che nessuno dei due abbia conseguenze, è qualcosa di più di un risultato dell’ospedale Versilia e delle persone che ci lavorano. È un patto tra esseri umani che vogliono vivere e sorridere alla fine del tunnel. Battendo un destino che sembra venirti incontro inesorabile.

«Io faccio l’autista e tutti i giorni sul pullman sento parlare male dell’ospedale Versilia – dice Simone – Ci ho pensato, in questi giorni, e ho contattato Il Tirreno. Voglio che si sappia cosa ci è successo, voglio che pubblichiate i nostri nomi e i nostri volti».

I Marchi vivono a Torre del Lago, sono molto conosciuti. Silvia, la madre protagonista suo malgrado di questa storia, lavora in una cooperativa di pulizie: è nipote di “Galò”, al secolo Elio Gragnani, cacciatore e pescatore torrelaghese. Simone, come detto, fa l’autista sui pullman della Lazzi. Una famiglia normale e felice, con due figli, Christian e Jonathan, e il terzo in arrivo, Nicholas. Silvia è incinta al settimo mese, tutto procede bene.

Sono le 11 di mattina di venerdì 2 quando Silvia accusa in casa un mal di testa fortissimo. Ha dolore anche alle orecchie, sembra un’otite. Simone, come tutti i mariti e padri premurosi, non ha dubbi: si prende l’auto e si va subito al pronto soccorso dell’ospedale. «Lì mia moglie viene visitata dal primario Giuseppe Pepe. Che ci mette pochissimo a capire cosa sta succedendo».

La prima diagnosi è veloce e implacabile: meningite. «All’inizio non volevo crederci – afferma Simone – siamo tutti vaccinati, replico che non è possibile. Poi mi spiegano che si tratta di meningite pneumococcica: non è contagiosa, non è il ceppo C, ma ovviamente la situazione è critica». A Viareggio c’è già stato un caso di decesso da meningite causato da pneumococco. In più Silvia è incinta. La situazione può precipitare da un momento all’altro. «Tutto avviene con una rapidità da non credere. Vengono svolti tutti gli esami che accertano la meningite, compreso il prelievo del liquor. A quel punto mi viene detto che bisogna fare un parto cesareo d’urgenza».

Chiunque abbia fatto un’esperienza simile, cioè il parto cesareo, sa che non è uno scherzo neppure in condizioni migliori di questa. Il parto è di per sé un evento complicato, ma il cesareo è un intervento vero e proprio con tutto quel che ne consegue. C’è un consulto tra i reparti coinvolti: oltre a Pepe sono presenti il primario di ostetricia Giovanni Paolo Cima e quello di anestesia e rianimazione Stefano Buzzigoli, con la collaborazione anche del direttore di pediatria Luigi Gagliardi. Silvia viene visitata dalla dottoressa Angela Basurto. Figurarsi la faccia di Simone in quel momento, davanti a quei medici.

«A cosa ho pensato? A tutto e anche di più. Poi il dottor Pepe mi ha detto: tranquillo, te li riportiamo». Alle 14 inizia l’intervento, alle 14,38 Nicholas viene alla luce e va nella culla termica, dove è monitorato per accertarsi che non sia stato colpito a sua volta dallo pneumococco. Per fortuna, non è successo. La mamma viene inviata in rianimazione, dove viene trattata con l’antibiotico per debellare la meningite.

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Per una settimana mamma Silvia resta in rianimazione. Sabato 10 la situazione appare sotto controllo: la donna viene riportata nel reparto di ostetricia e ginecologia. È lì che papà Simone fa la prima foto dell’abbraccio tra mamma e figlio: il segno definitivo che tutto è a posto. «Il personale dell’ospedale, a partire dai primari e nello specifico il direttore dell’ostetricia Cima, si è prodigato per farci stare tutti assieme, sin da subito – afferma Simone – ci hanno messo in una stanza a pagamento del reparto, senza chiederci nulla, dando la possibilità agli altri due miei figli di vedere quanto prima Nicholas. Ci hanno messo a nostro agio in tutti i modi immaginabili».

In quei momenti Simone ha ripensato a quello che viene detto sull’autobus. «Sì, ci ho pensato. Roba da non crederci, visto quello che abbiamo vissuto. Alla fine di tutto questo, oltre al sollievo provato, penso che nella vita si debba essere consapevoli che c’è un destino. Un destino a cui noi dobbiamo rifiutarci di andare incontro, con i nostri comportamenti. Questi medici, queste persone che lavorano in ospedale, lo hanno fatto. Hanno dato tutto ciò che avevano per aiutarci. A loro va il nostro grazie».

 

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