Il dolore
Addio a Roberta, erede dei Barsella
Il bisnonno fondò il turismo balneare nel 1860. Lei ne aveva raccolto il testimone con la sorella
VIAREGGIO. Se n’è andata nel suo appartamento sopra il bagno Felice, in Passeggiata. Là dove è nata e dove è sempre stata assieme alla sua famiglia. Roberta Barsella, 89 anni, era figlia di Roberto Barsella e bisnipote di Felice Barsella, l’uomo che nel 1860 fondò il turismo balneare viareggino con il bagno Felice: è morta respirando per l’ultima volta l’aria che sa di salmastro e che penetra nel Dna dei viareggini quando nascono. Ma anche di quelli che scelgono questa città a luogo d’elezione. Chissà se Roberta ha sentito, per l’ultima volta, il rumore del mare. E se ha pensato a dove porta, quello strano passaggio che si chiama morte. Perché per ogni viareggino o versiliese l’unico Paradiso accettabile è quello che ha il rumore e il sapore del mare.
La scomparsa di Roberta Barsella è di qualche giorno fa: le esequie si sono già celebrate nella chiesa di Sant’Andrea e ieri la salma è stata sepolta al cimitero della Misericordia. Non si era mai sposata, né aveva avuto figli: viveva nell’appartamento sul viale Margherita assieme alla sorella Giacomina, di 11 anni più giovane. Un’altra delle eredi della dinastia Barsella, che poco più di tre anni fa ha perso anche Dese Barsella, cugina alla lontana di Giacomina e Roberta. Rimasta celebre perché si fece fotografare con la bandiera anti-Bolkestein nonostante avesse oltrepassato i 100 anni.
La storia del bagno Felice e dei Barsella è quella del turismo balneare viareggino. Qualche anno fa, per raccontare cosa veniva messo in pericolo dalla direttiva Bolkestein, Giacomina e Roberta aprirono le porte della loro casa a due passi dal mare, all’interno dell’edificio del Felice. Un gesto che, da persone riservate quali erano, gli doveva essere costato non poco. Raccontarono cosa significa arrivare da 150 anni di storia. «Quando il bisnonno Felice fondò lo stabilimento, pagava le tasse al governo provvisorio di Torino», dissero. Era il 1860, il Granducato di Toscana era la patria appena lasciata dai viareggini per una nuova, l’Italia. A Viareggio cominciarono ad arrivare i signori per divertirsi e respirare l’aria salubre del mare: si omaggiavano con i fiori le signore che uscivano dall’acqua e si beveva champagne piluccando ostriche. Il turismo di massa era un concetto improponibile: il popolo lavorava la terra, altro che bagni. Gli stabilimenti sorgevano ed erano fatti di legno: una delle curiosità è che al Felice lucchesi e pisani stavano da una parte, i fiorentini dall’altra. Quasi a testimoniare antiche rivalità che non si sopivano mai. «Un giorno – raccontavano le sorella Barsella – re Vittorio Emanuele II sfidò a duello il duca d’Orléans, che aveva parlato male dell’esercito italiano. Ma dato che il re era troppo basso di statura, si propose suo cugino, conte di Torino, per sostituirlo nella sfida. Il conte vinse, ferendo il francese, e la famiglia reale festeggiò proprio qui al Felice».
Da allora sono passati tantissimi clienti, molti dei quali salvati dalle acque da Roberto Barsella – che anche ieri la figlia Giacomina ricordava con affetto – e persino due incendi: il più recente, quello del 2002, semidistrusse l’architettura Liberty del Felice, poi ricostruita. Giacomina e Roberta sono rimaste lì, dopo aver preso il testimone dal padre, ad accogliere la clientela che ha continuato e che continua a frequentare il Felice. «Clienti che ci hanno preso come riferimento, quasi come se fossimo noi stesse parte di questa struttura», spiega Giacomina. Rimasta ormai sola a conservare i ricordi di una Viareggio lontanissima e ingiallita.
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