Finanza
La culla della Versilia
di ADOLFO LIPPI
Il forte di Motrone, il luogo dove celebrare le nostre radici
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Le origini di Viareggio, Pietrasanta, Forte dei Marmi, della cosiddetta Versilia, si intersecano in un punto, alle curve di Motrone, dove la statale Aurelia, passato di poco l’ospedale di Lido di Camaiore, fa una curva a gomito e si immette in un lungo rettilineo che la porta a sfiorare le Alpi Apuane.
Lì, in antico, vi era un forte e vi era un porto, importantissimi. Adesso presso una casa (detta dei Bichi, dalla famiglia che la abitò) restano alcuni ruderi affioranti. Ebbene, adesso il ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo ha deciso di finanziare (con ottocentomila euro) un possibile restauro. Per farci cosa?
Secondo alcuni per non fare niente. Perché è impossibile rimettere in piedi il castello. Per altri, invece, sarà possibile sistemare intanto una grande rotonda sulla statale eppoi attrezzare un museo che rammenti la nascita della Versilia.
Si battono per quest’ultima soluzione l’ingegner Marco Davini, appassionato paesaggista, e tutti i componenti del direttivo dell’associazione “Italia Nostra” che già, sul forte di Motrone, fecero anni fa un’esauriente convegno. E che attendono da anni, con i pareri favorevoli del consiglio comunale di Pietrasanta e di quello di Forte dei Marmi, un vincolo della Sovrintendenza all’archeologia alle belle arti e al paesaggio in modo da bloccare ogni possibile e paventata speculazione privata.
Per capire di quanto sia “sacra” l’area in questione vi furono gli studi, i libri, le documentazioni di storici, scrittori, ricercatori, perfino archeologi capitanati da quella gloria saputa che fu il professor Loris Pegna (che compì scavi e rilievi).
Adesso con fotografie riprese dall’alto appaiono ancora più evidenti i segni delle mura del castello (invase da erbe e piantagioni). Ma tutto si riconduce ad anni feroci, quando per impossessarsi e smerciare il sale lucchesi e pisani si scannarono con eserciti e legioni infervorati gli uni dai genovesi (nemici acerrimi dei pisani), gli altri dai fiorentini (che volevano uno sbocco al mare. E lo ebbero, dopo).
Siamo attorno all’anno Mille. Già alla fine del settecento (settecento medioevale, ovviamente) Lucca teneva alla sua costa e bonificò alcuni acquitrini nella zona che appunto era denominata denominata Motrone (che significava luogo di melme e fanghiglia); e i lucchesi vi allestirono un porticciolo eppoi una torre a difesa.
I lucchesi avevano assoluto bisogno di sale (che allora, mancando i frigoriferi, serviva a mantenere integre le carni) e, dice la storia, lo scambiavano via mare con Genova che, grazie alla sua flotta navale, si incaricava di portare nel nordo dell’Europa, soprattutto nelle Fiandre (rese popolari dalla famiglia Arnolfini), sete e tessuti raffinatissimi.
Ma Pisa non stava certo a guardare. Nemica giurata di Lucca voleva assolutamente il dominio sulla costa (da Porto Venere fino a Grosseto) e lo ebbe in grazia degli imperatori tedeschi e alla guerra. Sicché nel 1170 una potente truppa pisana attaccò e distrusse, incendiandoli, il porto e la torre (intanto divenuta di pietra) di Motrone.
Grazie al dominio pisano Lucca soffrì un’occupazione e il comando rappresentato dal famoso e famigerato condottiero di ventura Ugo della Faggiola, signore in Pisa (1314). Occorse che passassero alcuni anni e grazie all’audacia e alla perizia militare di Castruccio Castracani, i lucchesi, di nuovo in armi, si ripresero la libertà, sconfissero i Cattani versiliesi (alleati dei pisani) eppoi i pisani medesimi. E tornarono a smerciare sale in Versilia, dove intanto Guiscardo da Pietrasanta aveva fondato Pietrasanta.
Il massimo splendore il porto e il forte di Motrone lo raggiunsero così nel periodo compreso tra il 1369 e il 1406. I magazzini si riempirono di sale, seta, ferro, lane che attraverso le vie Francigena, Emilia ed Aurelia raggiungevano l’Emilia, il Veneto, la Lombardia.
Intanto però si affacciava al mare un’altra potenza, davvero formidabile: i fiorentini. Costoro sottomisero Pisa eppoi avanzarono sulla costa vogliosi di un loro porto, e lo ottennero: nel 1437 Motrone passò sotto Firenze, Pietrasanta divenne (lo restò sempre) medicea e nel 1513 con un lodo di papa Leone X (dei Medici) Motrone divenne definitivamente fiorentina.
I lucchesi, rimasti asciutti e colpiti nel sale, decisero allora di edificare il porto di Viareggio. Praticamente nacque Viareggio e nacque il Forte dei Marmi necessario a Michelangelo Buonarroti per trasportare i marmi alla marina. Motrone perdette importanza.
Nel 1813 la flotta inglese comandata da lord William Bentinck fece saltare il forte (che si temeva potesse venire usato dai francesi giacobini bonapartisti) e da allora l’area venne completamente dimenticata, messa all’asta, acquistata dalla famiglia Bichi (uno di loro era sindaco democratico di Pietrasanta, garibaldina e patriottica) e costruita per una locanda e una rivendita di sale e tabacchi.
Fine della storia? No, rimase sempre una diffusa nostalgia del porto e del forte, sicché se ne interessarono parecchi scrittori a cominciare da Vincenzo Santini, Danilo Orlandi, Giorgio Bini, Aldo Neppi Modena, Stefano Giannotti.
Sorse quindi l’interesse ma anche l’efficace azione di “Italia Nostra” (diretta dall’ingegner Antonio Dalle Mura) con l’ingegner Marco Davini che non vuole assolutamente cancellare la memoria. E che propone, con una bellissima mostra recentemente ospitata in Pietrasanta, che si utilizzino i fondi, appena stanziati dal Ministero dei beni e delle attività e del turismo per dare in qualche modo nuova vita alla Motrone storica.
Un intero comprensorio, un’intera riviera, la magnifica costa che va da Bocca di Magra a Bocca d’Arno compresa, mancano di luoghi certi dove celebrare il loro passato.
Sarà poca cosa, rispetto alle magnificenze artistiche delle vicine Lucca e Pisa, questo agglomerato di pietre dell’ex forte. Motrone è però la documentazione, la traccia di quel passato che fece sorgere indimenticabili siti di quello che venne chiamato il “nuovo Eden”.
Per portarlo alle condizioni di oggi furono sparse membra e sangue, si combatterono aspre battaglie, si diffuse la storia.
Dunque risorgi Motrone? Sia fatto ciò che è necessario per ridar luce ai ricordi.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Lì, in antico, vi era un forte e vi era un porto, importantissimi. Adesso presso una casa (detta dei Bichi, dalla famiglia che la abitò) restano alcuni ruderi affioranti. Ebbene, adesso il ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo ha deciso di finanziare (con ottocentomila euro) un possibile restauro. Per farci cosa?
Secondo alcuni per non fare niente. Perché è impossibile rimettere in piedi il castello. Per altri, invece, sarà possibile sistemare intanto una grande rotonda sulla statale eppoi attrezzare un museo che rammenti la nascita della Versilia.
Si battono per quest’ultima soluzione l’ingegner Marco Davini, appassionato paesaggista, e tutti i componenti del direttivo dell’associazione “Italia Nostra” che già, sul forte di Motrone, fecero anni fa un’esauriente convegno. E che attendono da anni, con i pareri favorevoli del consiglio comunale di Pietrasanta e di quello di Forte dei Marmi, un vincolo della Sovrintendenza all’archeologia alle belle arti e al paesaggio in modo da bloccare ogni possibile e paventata speculazione privata.
Per capire di quanto sia “sacra” l’area in questione vi furono gli studi, i libri, le documentazioni di storici, scrittori, ricercatori, perfino archeologi capitanati da quella gloria saputa che fu il professor Loris Pegna (che compì scavi e rilievi).
Adesso con fotografie riprese dall’alto appaiono ancora più evidenti i segni delle mura del castello (invase da erbe e piantagioni). Ma tutto si riconduce ad anni feroci, quando per impossessarsi e smerciare il sale lucchesi e pisani si scannarono con eserciti e legioni infervorati gli uni dai genovesi (nemici acerrimi dei pisani), gli altri dai fiorentini (che volevano uno sbocco al mare. E lo ebbero, dopo).
Siamo attorno all’anno Mille. Già alla fine del settecento (settecento medioevale, ovviamente) Lucca teneva alla sua costa e bonificò alcuni acquitrini nella zona che appunto era denominata denominata Motrone (che significava luogo di melme e fanghiglia); e i lucchesi vi allestirono un porticciolo eppoi una torre a difesa.
I lucchesi avevano assoluto bisogno di sale (che allora, mancando i frigoriferi, serviva a mantenere integre le carni) e, dice la storia, lo scambiavano via mare con Genova che, grazie alla sua flotta navale, si incaricava di portare nel nordo dell’Europa, soprattutto nelle Fiandre (rese popolari dalla famiglia Arnolfini), sete e tessuti raffinatissimi.
Ma Pisa non stava certo a guardare. Nemica giurata di Lucca voleva assolutamente il dominio sulla costa (da Porto Venere fino a Grosseto) e lo ebbe in grazia degli imperatori tedeschi e alla guerra. Sicché nel 1170 una potente truppa pisana attaccò e distrusse, incendiandoli, il porto e la torre (intanto divenuta di pietra) di Motrone.
Grazie al dominio pisano Lucca soffrì un’occupazione e il comando rappresentato dal famoso e famigerato condottiero di ventura Ugo della Faggiola, signore in Pisa (1314). Occorse che passassero alcuni anni e grazie all’audacia e alla perizia militare di Castruccio Castracani, i lucchesi, di nuovo in armi, si ripresero la libertà, sconfissero i Cattani versiliesi (alleati dei pisani) eppoi i pisani medesimi. E tornarono a smerciare sale in Versilia, dove intanto Guiscardo da Pietrasanta aveva fondato Pietrasanta.
Il massimo splendore il porto e il forte di Motrone lo raggiunsero così nel periodo compreso tra il 1369 e il 1406. I magazzini si riempirono di sale, seta, ferro, lane che attraverso le vie Francigena, Emilia ed Aurelia raggiungevano l’Emilia, il Veneto, la Lombardia.
Intanto però si affacciava al mare un’altra potenza, davvero formidabile: i fiorentini. Costoro sottomisero Pisa eppoi avanzarono sulla costa vogliosi di un loro porto, e lo ottennero: nel 1437 Motrone passò sotto Firenze, Pietrasanta divenne (lo restò sempre) medicea e nel 1513 con un lodo di papa Leone X (dei Medici) Motrone divenne definitivamente fiorentina.
I lucchesi, rimasti asciutti e colpiti nel sale, decisero allora di edificare il porto di Viareggio. Praticamente nacque Viareggio e nacque il Forte dei Marmi necessario a Michelangelo Buonarroti per trasportare i marmi alla marina. Motrone perdette importanza.
Nel 1813 la flotta inglese comandata da lord William Bentinck fece saltare il forte (che si temeva potesse venire usato dai francesi giacobini bonapartisti) e da allora l’area venne completamente dimenticata, messa all’asta, acquistata dalla famiglia Bichi (uno di loro era sindaco democratico di Pietrasanta, garibaldina e patriottica) e costruita per una locanda e una rivendita di sale e tabacchi.
Fine della storia? No, rimase sempre una diffusa nostalgia del porto e del forte, sicché se ne interessarono parecchi scrittori a cominciare da Vincenzo Santini, Danilo Orlandi, Giorgio Bini, Aldo Neppi Modena, Stefano Giannotti.
Sorse quindi l’interesse ma anche l’efficace azione di “Italia Nostra” (diretta dall’ingegner Antonio Dalle Mura) con l’ingegner Marco Davini che non vuole assolutamente cancellare la memoria. E che propone, con una bellissima mostra recentemente ospitata in Pietrasanta, che si utilizzino i fondi, appena stanziati dal Ministero dei beni e delle attività e del turismo per dare in qualche modo nuova vita alla Motrone storica.
Un intero comprensorio, un’intera riviera, la magnifica costa che va da Bocca di Magra a Bocca d’Arno compresa, mancano di luoghi certi dove celebrare il loro passato.
Sarà poca cosa, rispetto alle magnificenze artistiche delle vicine Lucca e Pisa, questo agglomerato di pietre dell’ex forte. Motrone è però la documentazione, la traccia di quel passato che fece sorgere indimenticabili siti di quello che venne chiamato il “nuovo Eden”.
Per portarlo alle condizioni di oggi furono sparse membra e sangue, si combatterono aspre battaglie, si diffuse la storia.
Dunque risorgi Motrone? Sia fatto ciò che è necessario per ridar luce ai ricordi.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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