Sicurezza
I fratelli Cinquini e quei mille papaveri rossi per dire no alla guerra
Umberto e Stefano parlano dei danni delle guerre a cento anni dal termine del primo conflitto bellico mondiale
VIAREGGIO. Cento anni. Un secolo preciso. Tanto è passato dalla conclusione della Prima Guerra Mondiale, uno dei più sanguinosi conflitti di ogni epoca di cui ancora oggi è impossibile stabilire con certezza il numero esatto delle vittime. La “Grande guerra” – così l’hanno ribattezzata gli storici, anche per evidenziare la drastica svolta, rispetto alle dispute belliche che l’avevano preceduta, in termini di armi utilizzate e nazioni coinvolte – avrebbe dovuto suonare come monito all’umanità affinché non si ripetesse una simile barbarie. E invece sono seguiti un altro conflitto su scala mondiale, e poi ancora combattimenti in Corea e in Vietnam, tra arabi e israeliani così come tra popolazioni all’interno dello stesso Stato. Peggio ancora, a distanza di un secolo l’uomo non ha ancora imparato la lezione e venti di guerra continuano a soffiare. È l’amara considerazione dei fratelli Stefano e Umberto Cinquini che prende forma in Papaveri rossi, la nuova costruzione con cui gareggiano in prima categoria.
[[atex:gelocal:il-tirreno:site:1.16347672:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.16347672:1652447148/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Il tema. «Qual è il significato del carro? Che qualunque maschera indossi la signora della morte, al suo passaggio sbocceranno papaveri rossi». Tutto qui? «Tutto qui, non c’è da aggiungere altro».
Umberto segue con scrupolosa attenzione i lavori all’interno dell’hangar mentre declama questa relazione ‘ungarettiana’ del suo carro. Poi si fa serio e si sbottona, raccontando com’è nato il progetto dei fratelli Cinquini: «Alcuni anni fa mi trovavo in Inghilterra e rimasi colpito dai papaveri che mettevano sulle giacche o comunque in bella vista in occasione del Remembrance Day, il giorno di commemorazione dedicato alla fine della Prima Guerra Mondiale e al ricordo dei caduti. Successivamente - qualcuno se lo ricorderà - a Lido di Camaiore spopolò un campo di papaveri dove in parecchi andarono a scattare delle foto: l’idea di farne una scenografia per un carro mi faceva impazzire. La concomitanza del centenario della fine della Grande Guerra è stata l’occasione propizia e poi una notte ho avuto un incubo che è diventato un’illuminazione: la morte che indossa maschere con il volto dei dittatori più feroci del Novecento. A dare il titolo del carro è stato ‘In Flanders fields’, una celebre poesia dell’ufficiale medico canadese John McRae».
[[atex:gelocal:il-tirreno:site:1.16347674:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.16347674:1652447148/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Il carro. In un campo di papaveri si fa largo in mezzo agli steli un carretto: a trainarlo è la signora della morte, cioè la guerra. Che non ha connotati ben riconoscibili, ma cambia maschera ogni volta: una volta è Hitler («Per noi incarna il male assoluto»), un’altra è lo Zio Sam, e poi ancora Stalin e Mao. Non è incappucciata, anzi, indossa una tuba e una giacca celesti: «L’abbiamo voluta rappresentare come una sorta di rockstar, di divo che arriva col suo carretto, per sottolineare l’adrenalina della guerra».
Immancabili le coreografie, coordinate da Susy Cinquini, Massimiliano Marchetti e Silvia Cirri, anche se stavolta i fratelli Cinquini hanno voluto incamminarsi su un percorso nuovo: «Non sarà un semplice balletto, così come la colonna sonora non sarà un semplice accompagnamento musicale: le maschere del nostro carro indosseranno sì un costume, quello da militari inglesi della Prima Guerra Mondiale, ma proveranno anche a calarsi nel ruolo che stanno recitando. Devo dire che abbiamo avuto la fortuna di trovare un bel gruppo di lavoro, anche se non rinnegherò mai quanto fatto in passato e, anzi, saluto e ricordo con affetto chi è salito sui nostri carri in tutti questi anni. Il numero dei figuranti è calato, ma in realtà sembreranno di più».
Quanto alle musiche, spazio a brani rock («Siamo fondamentalmente una famiglia di rockettari»), techno e ad alcuni successi quali “Mad world” nella versione di Gary Jules e “Funk soul brother” di Fatboy Slim. “Spero nell’essenzialità, a volte abbiamo fatto carri troppo complicati che volevano dire troppe cose e, alla fine, non raccontavano nulla».
Dopo un anno di autoesilio, Umberto Cinquini torna a mascherarsi ma con una differenza rispetto ai personaggi istrionici che interpretava: «Non ci saranno gerarchie nel nostro gruppo, saremo tutti soldati semplici che vanno a morire in guerra». Per fortuna che è solo un carro di Carnevale…
(5 - continua)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

