Il Tirreno

Versilia

Quei gioielli sconosciuti

di ADOLFO LIPPI

Franco Anichini ci guida fra le perle segrete di Viareggio

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Per chi passeggia nelle strade vecchie della Viareggio storica, tra via Puccini e la Passeggiata, è facile incontrare un “flaneur” in bicicletta che si chiama Franco Anichini: occhi chiari intensi, barba ormai bianca, stile elegante e curioso. Una volta insegnava disegno e storia dell’arte al liceo scientifico Barsanti e Matteucci di Viareggio. Adesso produce una grafica bellissima, evocativa, struggente e scrive libri. L’ultimo, di questi giorni, è la sua Piccola guida ai gioielli viareggini (Pezzini editore).

Di che parla? Parla, analizzandole, con spirito memorabile (toccato cioè dalla memoria), di porte, ferri e targhe e di abitazioni cittadine, ricostruendo un percorso che è testimonianza di un’identità.

Vi è anche per Viareggio una “grande” storia e una “piccola” storia. La grande passa attraverso figure straordinarie quali Maria Luisa di Borbone, Paolina Bonaparte, Carducci, Pascoli, Puccini, D’Annunzio, Marconi, Tobino, Viani , Ciano, Marcucci, Levy. La piccola è tratteggiata da ciò che i viareggini comuni lasciarono quali “segni” nelle case, nelle porte, nelle casette, nei luoghi che abitarono. E anche Anichini descrive con passione, precisione, pazienza.

A chi fa riferimento Anichini? A tutta una serie di artigiani (falegnami, decoratori, geometri) che costruirono la città, a partire dal Settecento (coi palazzi di via Regia e poi delle vie Manin e Garibaldi), ma essi non avrebbero operato se non vi fosse stata la committenza di famiglie che furono di marinai, pescatori, armatori, spedizionieri, bagnini, mercanti, i quali espressero i loro bisogni architettonici secondo due suggestioni: la prima derivata dai contatti intervenuti via mare coi porti d’oriente, la seconda provocata dall’impatto coi bagnanti che portarono in riviera i gusti della nascente borghesia ottocentesca vogliosa di estetismi e piaceri.

L’incontro con l’oriente produsse una pittoresca serie di sogni marinareschi fatti di sirene, draghi, straripanti bufere marine. Viareggio non ebbe un Herman Nelville (quello di Moby Dick) né un Jack London (quello de Il lupo di mare). Ebbe tuttavia un suo scrittore epico, Lorenzo Viani, contadino inurbato, che sintetizzò in Angiò uomo d’acqua le paure e gli incubi che l’acqua trasbordava. Ebbene, Anichini rintraccia nelle porte e nelle lunette di molti villini (che descrive uno per uno) queste fantasticherie della gente di vela e di bufere, non dimenticando che qui, a partire dalla darsena di Maria Luisa, prese il via una cantieristica di alto bordo con le famiglie Pasquinucci, Benetti, Codecasa e poi Picchiotti. E che parecchi avventurosi capitani (toccando i mari da Leningrado fino a Buenos Aires).

Ecco allora nelle decorazioni murali di Palazzo Paolina di villa Argentina, del Gran Caffè Margherita, nei legni del negozio Martini, perfino nel copricapo di Turandot emergere una serie di figure ancestrali, draghi, dragoni, draghetti, che nei racconti dei marinai, tornati al sicuro nelle case, fecero leggenda e arte, ispirando perfino i carri del carnevale. E coi draghi furoreggiarono i mitici delfini sacri fin dall’antico a Bacco e Nettuno e narrati proprio da Viani che li definì «di sinistro presagio». Ebbene i delfini, dai quali ben ricorda Anichini si gustava il robusto “musciame”, apparvero ed appaiono in due lunette, in una casa di via Foscolo, 58 e in un’altra di via Leonardo, 153.

Ma ben altro rilievo, perché decantato dal celeberrimo “liberty”, ebbe l’influsso della borghesia vacanziera che, iniziando con i primi Ottocento, scoprì i bagni al mare e coi bagni la riscoperta del corpo nudo (velato per secoli), dal sole come salute ai polmoni ed alla pelle. Viareggio si ricoprì di villette (e sorse per ospitare i bagnanti in casa, l’uso della casetta in fondo all’orto raggiungibile col passetto). A questi passetti è dedicato un ampio capitolo del libro. E tanto spazio lo si dà ai fregi di foglie, alle targhe con campanelli e maniglie che per anni le viareggine lustrarono fino allo scintillio. La città si fece “floreale” e nelle baracche dei bagni (secondo il bel libro fotografico di Beppe Bertuccelli e Giampaolo Ghilarducci), nelle insegne dei negozi, nelle facciate dei caffè. Sicché l’architetto Giorgio Polleschi e la studio d’arte Adriana Giusti hanno potuto dedicare a tali magnifici scenari (dal Margherita al Royal al Maestoso-Kursaal) ampie monografie ben citate (assieme a quella di Glauco Borrella sui palazzi storici di Viareggio) da Anichini.

Scrive Anichini nella premessa di questo libro: «Fin dal lontano 1974 ho privilegiato l’interesse per la storia minore espressione del nostro territorio. Ma torno a ripete che non vi sarebbe identità senza riunire le due storie: che perfino nelle modeste ghise di un terrazzo di via Cavallotti e nel giardinello di via Virgilio appaiono risvolti che ci conducono agli eventi (anni napoleonici, risorgimento, moti sociali, guerra partigiana) che connotano le ultime epoche. E ai quali bisogna far riferimento altrimenti non si capisce il presente così spalancato al turismo e alle nuove ambizioni della città (e del porto).

Vi è nella “piccola guida” una certa atmosfera che fu carissima alle canzoni e alle poesie di Egisto Malfatti (da non dimenticare) anche in quelle canzoni, perfino nel dialetto usato, a parte il tocco gozzoniano (delle “piccole cose”), vi è tuttavia un’invocazione a quella stupenda voglia di vivere che fa esprimere Viareggio nel carnevale. Che dette corda a Mario Tobino per il suo splendido Sulla spiaggia al di là del molo. Che risuona perfino in Giacomo Puccini nella “Turandot” che è il trionfo dell’amore e del liberty contro la morte, contro la violenza. Non a caso fu scritta non in Torre del Lago ma proprio in quella villa del Marco Polo che ci si ostina a tenere chiusa, a far decadere, anch’essa, per dirla con Anichini, un “gioiello” di una città che percorsa in lungo e in largo scopre veri tesori.

E Anichini ne cita tre davvero da non perdere: la casa di viale Manin 25 (che fu del farmacista-massone Domenico Timpano di Pisa), la casa di via Garibaldi 49 (villino Vellutini), la casa di via Venezia 44 del filosofo ermetico Pierluca Pierini. In tutte e tre si rintracciano simbologie e stimoli all’esoterismo. Vuol dire che anche gli spiriti vegliano su Viareggio. E la vogliono ricca, fresca e gentile nell’ospitalità.



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