Sicurezza
Rischia di scomparire il tesoro di Gombitelli in ferro battuto
Sos dal paese che vanta un patrimonio storico di oggetti ora rinchiusi in una stanza della vecchia scuola del paese
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CAMAIORE. Chiusi in una stanza, nella vecchia scuola di Gombitelli, tra muffe, polvere e ricordi, sono conservati gli oggetti in ferro battuto che si producevano nel paesino camaiorese decine di anni fa. Gli abitanti, stanchi di attendere che qualche amministratore comunale se ne occupi, hanno mollato la presa, anche se non si sono arresi. Il problema maggiore, però, è che questo patrimonio storico, se non sarà sistemato dal Comune in tempi brevi, dovrà essere destinato al “Museo del Castagno” di Colognora (Pescaglia), che da tempo ne ha fatto richiesta e che già ospita parte della tradizione gombitellese.
A raccontarlo è Edo Bertini, anziano fabbro del posto, che spiega: «La nostra battaglia risale a circa trentacinque anni fa, quando costituimmo una “Pro Loco” con l’intento di unirci ad altre associazioni della zona, per far sì che qualcuno potesse costruire un apposito spazio adatto alla conservazione di questi pezzi importanti».
Ma l’associazione servì a poco. Se, infatti, nel 1986, l’ex assessore alla cultura Carla Dati cercò con i cittadini di trovare una soluzione al problema, le successive amministrazioni poco hanno fatto per la costituzione del “Museo del Ferro” (come avrebbe dovuto chiamarsi). Tutt’ora, gli antichi oggetti sono ammassati nella vecchia scuola, in attesa di una sistemazione adeguata.
«Avevamo pensato di poterli esporre proprio nella stanza dove adesso si trovano, ma, verso la fine degli anni settanta, questo spazio fu dichiarato dai tecnici “inidoneo”. Allora ci siamo rivolti al nostro vecchio parroco, Don Bonini, con la speranza che potesse adibire la canonica a “museo”, ma la sua risposta fu negativa» ricorda Bertini, amareggiato. Successivamente arrivò Don Emilio, che, secondo le parole del fabbro, tanto si dette da fare per cercare una soluzione, ma invano. Vanghe, zappe, forchette, chiodi, cancelli e persino parti dell’armamentario militare, che anche dai fabbri di Gombitelli veniva rifornito, sono ancora laggiù, tra ragni e storia.
Queste antichità tanto, forse tutto, significano per il borgo, che, a malincuore, ha dovuto cedere parte della sua tradizione a Colognora. «Abbiamo donato alcuni pezzi al “Museo del Castagno”, che li aveva richiesti. Ma la cosa ancora più grave è che, se a breve non se ne occuperà nessuno in zona, dovremo dare tutto al piccolo paese del comune di Pescaglia» precisa Bertini.
Proprio così; perché, anziché lasciare gli oggetti «a fare la muffa», i paesani preferiscono compartecipare all’esposizione nel museo garfagnino. In questo modo si esproprierebbero le famose trivelle della signora Bei, i lavori dei Triglia, dei Cerù, dei Bertini e dei Biagi. Niente resterebbe di quelle piccole opere d’arte che non venivano saldate, come oggi, ma minuziosamente bollite e pressate, fino a che non si fondevano insieme. Una tradizione che valse ai fabbri di Gombitelli il secondo premio alla fiera provinciale dell’artigianato lucchese, a metà degli anni ’50. Una ricchezza che, per la piccola “isola linguistica”, rischia di andare perduta. Per sempre.
Chiara Buratti
A raccontarlo è Edo Bertini, anziano fabbro del posto, che spiega: «La nostra battaglia risale a circa trentacinque anni fa, quando costituimmo una “Pro Loco” con l’intento di unirci ad altre associazioni della zona, per far sì che qualcuno potesse costruire un apposito spazio adatto alla conservazione di questi pezzi importanti».
Ma l’associazione servì a poco. Se, infatti, nel 1986, l’ex assessore alla cultura Carla Dati cercò con i cittadini di trovare una soluzione al problema, le successive amministrazioni poco hanno fatto per la costituzione del “Museo del Ferro” (come avrebbe dovuto chiamarsi). Tutt’ora, gli antichi oggetti sono ammassati nella vecchia scuola, in attesa di una sistemazione adeguata.
«Avevamo pensato di poterli esporre proprio nella stanza dove adesso si trovano, ma, verso la fine degli anni settanta, questo spazio fu dichiarato dai tecnici “inidoneo”. Allora ci siamo rivolti al nostro vecchio parroco, Don Bonini, con la speranza che potesse adibire la canonica a “museo”, ma la sua risposta fu negativa» ricorda Bertini, amareggiato. Successivamente arrivò Don Emilio, che, secondo le parole del fabbro, tanto si dette da fare per cercare una soluzione, ma invano. Vanghe, zappe, forchette, chiodi, cancelli e persino parti dell’armamentario militare, che anche dai fabbri di Gombitelli veniva rifornito, sono ancora laggiù, tra ragni e storia.
Queste antichità tanto, forse tutto, significano per il borgo, che, a malincuore, ha dovuto cedere parte della sua tradizione a Colognora. «Abbiamo donato alcuni pezzi al “Museo del Castagno”, che li aveva richiesti. Ma la cosa ancora più grave è che, se a breve non se ne occuperà nessuno in zona, dovremo dare tutto al piccolo paese del comune di Pescaglia» precisa Bertini.
Proprio così; perché, anziché lasciare gli oggetti «a fare la muffa», i paesani preferiscono compartecipare all’esposizione nel museo garfagnino. In questo modo si esproprierebbero le famose trivelle della signora Bei, i lavori dei Triglia, dei Cerù, dei Bertini e dei Biagi. Niente resterebbe di quelle piccole opere d’arte che non venivano saldate, come oggi, ma minuziosamente bollite e pressate, fino a che non si fondevano insieme. Una tradizione che valse ai fabbri di Gombitelli il secondo premio alla fiera provinciale dell’artigianato lucchese, a metà degli anni ’50. Una ricchezza che, per la piccola “isola linguistica”, rischia di andare perduta. Per sempre.
Chiara Buratti
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