Il Tirreno

Versilia

L’uomo dei Macchiaioli

di ADOLFO LIPPI
L’uomo dei Macchiaioli

Forte dei Marmi rende omaggio a Mario Borgiotti

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Al Fortino di Forte dei Marmi, grazie all’iniziativa di Giuliano Metteucci (con l’omonima Fondazione), la Versilia rende omaggio all’Ottocento. Vi fu un tempo, quello sospeso tra la funeste guerre risorgimentali e la prima guerra mondiale, dove la borghesia europea si fece dominante e proponente. Ebbe una propria vita familiare (i bei romani inglesi di Jane Austen), una propria filosofia esistenziale (dominata dal vitalismo materialista di Bergson e Freud), una diffusa ricchezza (la potente industria del Nord), poi una propria pittura che in Francia si esibì con gli impressionisti e i post-impressionisti. Ed in Italia dette quei macchiaioli dei quale Mario Borgiotti, livornese, fu esaltatore, mercante, imitatore raffinato. Mentre oggi di Giuliano Matteucci ne è il più grande conoscitore mondiale e già annuncia, per la prossima primavera, una mostra a palazzo reale di Milano che rilancerà l’ottocento artistico italiano già perfino ripreso da Vittorio Sgarbi nel suo ultimo e recente libro.

Cosa fu questo scorcio di secolo per la Versilia e Viareggio? Furono anni costituenti. Fondamentali, magici. La riviera passò da Eden inesplorato e compatto, dominato da acque infestanti e da pinete pittoresche, a culla continentale della balneazione salutistica e mondana, a fabbrica animatissima della navigazione a vela eppoi di diporto. Ed insieme a quella ed a questa prosperò una forte colonia di artisti riconoscibili attorno ai livornesi (Cabianca, Signorini, Puccini, Borgiotti infine Natali), attorno a Lorenzo Viani con la straordinaria Repubblica d’Apua (da qui Moses Levy e Sargentini e Catarsini e Paltrinieri), attorno al Poveromo appena scoperto (Carrà, Soffici, prima ancora Boeklin). Tutti costoro sognarono e descrissero un paesaggio incantato, una borghesia contenta in se stessa (belle dame in crinoline e gentiluomini in tuba) ritratti con figure ancora leggibili. Presero tutti a prestito dai francesi la maniera en plain air, si deliziarono con le musiche di Giacomo Puccini (che li esportava a Torre del lago nel club di Bohème), decantarono un vivere che poi sarebbe sfociato nella Bella Epoque, ma che, nei Macchiaioli radunati nel fiorentino Caffè Michelangelo, era e fu familiarista, patriottico, garbato.

E che il mercato dell’arte ebbe bisogno di belle e luminose case che sorsero presto a Lucca fuori borgo Giannotti, a Pietrasanta grazie ai quattrini guadagnati dall’Henraux marmi, a Viareggio sui lunghissimi e pretenziosi viali a mare, a Livorno all’Ardenza dei famosi bagni Pancaldi. Furono tempi, quelli dal 1850 al 1915 dove la casa (non l’appartamento) voleva dire saloni spaziosi, ampie finestre, il giardino. E lì sarebbero stati collocati i quadri non più sollecitati da commercialisti religiosi o aristocratici, ma da famiglie benestanti che in Versilia erano fatti ricchi dai commerci in mare, dai bagni, dalle cave del marmo.

Possedevano, le famiglie, ampi e soffici divani e dai divani, nelle ore libere (non vi erano televisori e tablet), si dedicava il tempo a contemplare. Chi meglio dei macchiaioli e dai post-macchiaioli poteva fornire uno scenario artistico per ozi e delizie?

La mostra al Fortino di Forte dei Marmi rende così omaggio a parecchi pittori di quella generazione (con magnifiche tele che vanno da Giovanni Fattori a Telemaco Signorini, da Cabianca a Viani). E ben si illustrano la vita e le opere di Mario Borgiotti, detto L’uomo dei macchiaioli, un artista che fu pittore ma anche un propugnatore e un fortunato mercante di un’epoca che voleva farsi possibile la felicità. E che dopo venne schiacciata dalle tragiche vicende della guerra mondiale, dai fascismi, dalle rivoluzioni bolsceviche e in contemporanea, da mode e ghiribizzi pittorici che fecero esplodere con astrattismo, cubismo, dadaismo, insomma col vincente nichilismo, l’intero mondo dell’arte figurativa mondiale.

Borgiotti, livornese doc, figlio di famiglia poverissima, la tentò prima come suonatore di flauto, poi prese a frequentare la bottega di Ulivi Liegi e la bottega di Gino Romiti. E da lì si dedicò alla pittura. Non soltanto facendo quadri ma anche (coi pochi soldi racimolati tenendo concertini in provincia) comprandoli. Negli anni ’30 diviene così famoso e per una ricca ritrattistica e per le mostre che seppe organizzare. Portando con sé i più bei nomi della cultura: da Montale a Ojetti, da Emilio Cecchi a Ungaretti fino a Vittorini e Montanelli.

Borgiotti fu un talento eccezionale, ebbe un fiuto ammirevole e basti dire come nel ’69 alla galleria Spinetti di Firenze riuscì a mettere assieme Fattori a Spadini, Lega e Signorini, De Nittis e Zandomenghi, Boldini e Nomellini e Ghiglia. Suo fu anche un Omaggio a Lorenzo Viani alla galleria Dolomiti di Cortina d’Ampezzo che decretò il successo critico del maestro viareggino.

Borgiotti, dopo un’intervista celeberrima raccolta in volume da Paul Nicholas morì a Firenze nel 1977. Di lui rimane senz’altro erede Giuliano Matteucci con le sue gallerie di Viareggio e Cortina. E con le mostre davvero uniche come quella che è attualmente ospitata al Fortino di Forte dei Marmi e rappresenta l’evento artistico cult di queste feste natalizie in Versilia.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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