Il dolore
Da Seravezza al Sud America per organizzare la Dakar
Dario Neri è l’unico italiano, insieme al piemontese Edo Mossi, nel team del rally. Si occuperà dell’assistenza dei piloti. «Non mi aspettavo di essere scelto»
SERAVEZZA. La Dakar d’ora in poi parlerà anche versiliese. Dal 6 al 20 gennaio 2018, quando il celebre raid rally spegnerà le 40 candeline con la decima edizione sudamericana, tra gli organizzatori ci sarà anche Dario Neri, 37enne assicuratore di Seravezza che da anni collabora con importanti marchi di auto e moto – Land Rover e Ducati, per citarne alcuni – per fornire assistenza logistica e tecnica durante i “viaggi avventura” (esperienza richiesta da molti proprietari di auto 4x4 e moto da enduro).
La sua passione per il fuoristrada, d’altra parte, nasce da lontano: dalla partecipazione a gare estreme nella giungla della Malesia oltre 10 anni fa al Campionato italiano Motorally (che nel 2015 l’ha visto al terzo posto nella classe 600), fino a riempire anche il suo tempo libero con il Moto club Versilia corse di cui da 3 anni è presidente. Un amore che unisce motori e avventura, ma che negli anni ha anche fruttato un bagaglio di esperienze notevoli: il trampolino di lancio perfetto per arrivare al traguardo più importante, quello del Rally Dakar. «Nel 2010, in Marocco – racconta Neri – conobbi Edo Mossi, un ragazzo piemontese che è stato il più giovane italiano a partecipare alla Dakar. Lui allora era tra gli organizzatori del Merzouga Rally e mi convinse a collaborare con lui».
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Dal 2016 l’evento è passato sotto l’egida della Aso (la Amaury sport organisation, ente organizzatore di eventi di grande richiamo come il Tour de France) e i nuovi dirigenti iniziarono una selezione di personale. «Non mi aspettavo di essere scelto – ammette – ma la mia esperienza di guida e navigazione in situazione estreme è stata riconosciuta e ha vinto anche la reticenza che i francesi hanno nei confronti di noi italiani – racconta –: è un dato di fatto, ci reputano incapaci di seguire una disciplina ferrea». Non è un caso che, tra i circa 500 operatori dietro le quinte della Dakar, gli italiani siano soltanto due: Dario Neri e lo stesso Mossi. «Il mio compito – spiega – sarà quello di assistere i piloti in una delle auto Charlie: in coppia con un francese, che dovrà farmi da mentore dato che questa sarà la mia prima esperienza alla Dakar, seguiremo la corsa tappa dopo tappa monitorando i partecipanti (circa 300, tra auto, moto e camion, ndr) e intervenendo in caso di incidenti o emergenze: saremo muniti di tutto quello che potrà servirci, comprese le bombole di ossigeno per le tappe ad alta quota». Un compito dunque particolarmente importante e delicato per quella che, storicamente, è una delle competizioni più dure al mondo con alle spalle un triste bilancio di morte. «Ogni anno almeno un partecipante muore – ammette Neri – purtroppo nonostante le misure di sicurezza è una statistica che non si azzera: l’agonismo è tale da spingere i piloti oltre il limite. Ma sono proprio la pericolosità e il brivido dell’avventura a rendere la Dakar il sogno di qualunque amante del rally».
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