Pugnalò il padre a Torre del Lago: condannato
Quattro anni e sei mesi all’ex vigilino Mover: ma secondo il giudice non è stato un tentato omicidio
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TORRE DEL LAGO. Una lite con il padre, l’ennesima dopo la morte della madre. Così si armò di mannaia e coltello, salì in camera da letto e lo colpì di sbieco con l’accetta. E quando l’uomo si alzò dal letto lo affrontò con il pugnale, procurandogli ferite sul corpo. Leonardo Manfredi, 42 anni, ex vigilino della Mover, quella sera del 6 marzo a Torre del Lago ferì gravemente il padre Giorgio Manfredi, 74. Poi andò a costituirsi dai carabinieri e venne arrestato. Da quel giorno si trova rinchiuso nel carcere di Lucca: ieri la decisione del tribunale di condannarlo a quattro anni e sei mesi. Ma non per tentato omicidio, l’accusa originaria, bensì per lesioni.
I giudici del tribunale (presidente Valeria Marino, Alessandro Dal Torrione e Paola Scarabotti) dopo aver ascoltato i testimoni dell’accusa e della difesa e lo stesso imputato che ha riferito di «quel rapporto complesso, di quel non sentirmi accettato da mio padre che mi insultava», si sono ritirati in camera di consiglio per emettere la sentenza. E due ore dopo, alla lettura del dispositivo, ecco la sorpresa. Niente tentato omicidio, ma reato “derubricato” - come si dice in gergo, cioè ridotto - in lesioni in conseguenza di altro delitto. Un reato che da doloso diventa colposo. Il pm Piero Capizzoto aveva chiesto 10 anni di reclusione, ritenendo che vi fossero evidenti gli elementi del tentato omicidio; il collegio invece ha condannato l’imputato alla pena di 4 anni e 6 mesi e all’interdizione quinquennale dai pubblici uffici. Al termine della lettura del dispositivo Leonardo Manfredi è stato riaccompagnato in carcere. Il suo legale Carla Frizilio, deciderà se chiedere o meno una revisione della misura cautelare tra 90 giorni, una volta letto il dispositivo della sentenza e soprattutto in relazione alle condizioni del suo assistito, «che deve essere supportato e sostenuto, e che soltanto adesso sta realizzando il male che ha provocato», sostiene. Di certo c’è che a livello processuale il legale non ha mai chiesto la semi infermità mentale o il vizio parziale di mente per il suo assistito, facendo invece leva, come fattore scatenante del gesto dell’ex vigilino, sul contesto familiare in cui è vissuto il giovane e sulla difficoltà originaria nel rapporto padre-figlio. Oltretutto per la difesa «non c’era la reale volontà di uccidere perché se vi fosse stata, vista la minorata difesa paterna con il settantaquattrenne sdraiato sul letto e che ha visto all’ultimo istante il figlio con la mannaia e il coltello, per Giorgio Manfredi non ci sarebbe stato scampo».
Luca Tronchetti
I giudici del tribunale (presidente Valeria Marino, Alessandro Dal Torrione e Paola Scarabotti) dopo aver ascoltato i testimoni dell’accusa e della difesa e lo stesso imputato che ha riferito di «quel rapporto complesso, di quel non sentirmi accettato da mio padre che mi insultava», si sono ritirati in camera di consiglio per emettere la sentenza. E due ore dopo, alla lettura del dispositivo, ecco la sorpresa. Niente tentato omicidio, ma reato “derubricato” - come si dice in gergo, cioè ridotto - in lesioni in conseguenza di altro delitto. Un reato che da doloso diventa colposo. Il pm Piero Capizzoto aveva chiesto 10 anni di reclusione, ritenendo che vi fossero evidenti gli elementi del tentato omicidio; il collegio invece ha condannato l’imputato alla pena di 4 anni e 6 mesi e all’interdizione quinquennale dai pubblici uffici. Al termine della lettura del dispositivo Leonardo Manfredi è stato riaccompagnato in carcere. Il suo legale Carla Frizilio, deciderà se chiedere o meno una revisione della misura cautelare tra 90 giorni, una volta letto il dispositivo della sentenza e soprattutto in relazione alle condizioni del suo assistito, «che deve essere supportato e sostenuto, e che soltanto adesso sta realizzando il male che ha provocato», sostiene. Di certo c’è che a livello processuale il legale non ha mai chiesto la semi infermità mentale o il vizio parziale di mente per il suo assistito, facendo invece leva, come fattore scatenante del gesto dell’ex vigilino, sul contesto familiare in cui è vissuto il giovane e sulla difficoltà originaria nel rapporto padre-figlio. Oltretutto per la difesa «non c’era la reale volontà di uccidere perché se vi fosse stata, vista la minorata difesa paterna con il settantaquattrenne sdraiato sul letto e che ha visto all’ultimo istante il figlio con la mannaia e il coltello, per Giorgio Manfredi non ci sarebbe stato scampo».
Luca Tronchetti
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