Il Tirreno

Versilia

La difesa di Moretti: «Fatto ingigantito»

di Donatella Francesconi
La difesa di Moretti: «Fatto ingigantito»

L’avvocato Armando D’Apote nel presentare appello così definisce il disastro ferroviario che ha causato 32 morti

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VIAREGGIO. Disastro ferroviario di Viareggio come «fatto connotato da una tragica semplicità» che si è voluto ingigantire a dismisura». Si apre così l’appello presentato dal difensore di Mauro Moretti, condannato a 7 anni per la strage di Viareggio dal Tribunale di Lucca, per le responsabilità a lui ascritte nella sua qualità di amministratore delegato di Rfi. Ruolo ricoperto prima di passare a Fs, con lo stesso incarico anche nei giorni drammatici successivi alla notte del 29 giugno 2009. L’avvocato Armando D’Apote così si esprime, nel presentare ai giudici della Corte di Appello di Firenze le ragioni del suo assistito. Che è stato condannato in primo grado per un disastro ferroviario da 32 morti, una serie di feriti che ancora oggi e per sempre devono fare i conti con le conseguenze delle ustioni riportate, la scia di lutti che famiglie devastate patiranno a vita. Tutto ciò sarebbe stato «ingigantito a dismisura», a detta di D’Apote, «inseguendo narcisismi, revanscismi, invidie, pulsioni collettive tanto astiose quanto ingiuste per scoprire o, meglio, per costruire colpe inesistenti di un ferroviere italiano, vero obiettivo dell’accusa pubblica, privata, popolare». Ferroviere che altri non sarebbe che lo stesso Moretti. Il quale - ascoltato nell’audizione al Senato del febbraio 2010, pochi mesi prima di essere insignito del titolo di Cavaliere del lavoro - in merito a quanto accaduto a Viareggio affermò: «Quest'anno, per la sicurezza - a parte questo spiacevolissimo episodio di Viareggio - abbiamo ulteriormente migliorato: siamo i primi in Europa».

Nelle pagine dell’appello di D’Apote tornano alcuni cavalli di battaglia del difensore di Moretti, già ascoltati nei tre anni di dibattimento al Polo fieristico di Lucca. A cominciare dalla sottolineatura riferita al Collegio giudicante presieduto da Gerardo Boragine (con i colleghi Nidia Genovese e Valeria Marino) di essere «sezione, già viareggina, del Tribunale di Lucca». Un Collegio le cui conclusione vengono bollate come «assurde» e che viene descritto come portatore di «un’idea della sicurezza della circolazione ferroviaria a dir poco inedita, frutto delle maliziose distorsioni generate dall’ansia di voler (o di dover) trovare ad ogni costo una strada per individuare profili di colpevolezza anche nel sistema ferroviario italiano».

Ed è forse questo il vero valore dell’inchiesta della Procura di Lucca (pm Giuseppe Amodeo e Salvatore Giannino) condotta con l’ausilio di personale Polfer tra i più esperti e da consulenti di grande valore come è il professor Paolo Toni: aver messo in luce i “buchi” di un intero sistema ferroviario tra Italia ed Europa.

Tra le accuse sulle quali i giudici del Tribunale di Lucca hanno dato ampia considerazione, quella della mancata attenzione alla velocità adeguata ad un convoglio formato di 14 cisterne, tutte cariche di Gpl altamente infiammabile. Se, nella notte del 29 giugno, la velocità fosse stata ridotta rispetto ai 100 chilometri l’ora massimi fissati da Rfi, «l’evento lesivo sarebbe stato con certezza scongiurato», scrivono i giudici nelle motivazioni della sentenza.

D’Apote respinge le accuse con uno dei temi da brivido ascoltati anche in Tribunale: «È oltremodo evidente che una riduzione della velocità nel trasporto delle merci pericolose implica una minor competitività, in termini di tempi e di capacità, dell’offerta ferroviaria a vantaggio di quella stradale».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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