Il Tirreno

Versilia

Il pittore della Versilia ancora incontaminata

di PAOLO FORNACIARI
Il pittore della Versilia ancora incontaminata

Con Guido Bucci se ne va un poeta che sapeva esprimersi in maniera straordinaria con l’arte figurativa

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Un ricordo di Guido Bucci, pochi giorni dopo la sua scomparsa, non può che essere rivolto a mettere in evidenza la sua dimensione di pittore appartato, che ha vissuto la sua lunga e intensa stagione artistica lontano dai facili ed effimeri clamori delle mode, in un rapporto fecondo con la natura, a tratti selvaggia e incontaminata, che Viareggio e la Versilia ancora conservano. Da questo intimo rapporto con la sua terra, dalla quale non si è mai allontanato, sono nate le opere dove ha condensato la sua dote di pittore intimista e lirico e di sensibile poeta.

Guido Bucci, diplomato all’Istituto superiore d’arte, come artista ha alle spalle una storia iniziata nel 1952, con una personale alla Galleria Fratini di Viareggio, presentata da Elpidio Jenco. Nell’occasione propose una mostra quasi esclusivamente di scultura, piccole terrecotte, che Jenco apprezzò per la «modellatura spregiudicata, tutta fresca d’impeto e del brivido che è proprio della gioia ingenua del creare». Jenco, che intravide subito «un’espressione nuda e schietta, senza ambiguità ermetiche di stile», inquadrò l’arte di Bucci nel solco vitalissimo della tradizione vianesca.

Negli anni che seguirono Bucci, maturata quella personale vena pittorica che l’ha sempre caratterizzato, decise di varcare gli ormai angusti confini della provincia per presentarsi all’esame della critica nazionale. Così, nel 1964, allestì la mostra alla Galleria Pater, a Milano, curata da Gino Traversi. Il critico milanese definì la «tradizione vianesca», intravista nell’opera del giovane, specificando che Bucci aveva «inconsciamente, assorbito la lezione del caposcuola versiliese proprio nell’aspetto più alto: l’universalità del linguaggio».

I lavori di Bucci, siano essi nature morte, marine deserte o nudi di donne, non sono mai la rappresentazione di una realtà circostanziale, legata a precisi riferimenti spaziali e temporali. Le «nature morte» sono il pretesto per testimoniare la caducità della condizione umana, le «marine» deserte, battute dal vento di libeccio, sono sospese in una irreale atmosfera di calma apparente, dove le forze purificatrici del vento e del mare sembrano essere appena placate, oppure in procinto di scatenarsi; i «nudi» femminili, sempre pudichi, hanno abbandonato ogni rapporto con la loro natura terrena, sono luminose divinità, diafani fantasmi, immagini eteree, rappresentazione del «bello» spirituale.

L’opera di Guido Bucci è stata definita «intrisa di delicata malinconia, di sfumata tristezza, densa di spiritualità». Secondo Paolo Levi «sembra quasi che tra lo spettatore e il dipinto ci sia un diaframma trasparente, per cui doppia è la lettura di questi dipinti fatti di nature morte, nudi, paesaggi». La «doppia lettura» individuata da Paolo Levi è dilatata all’infinito se ognuno, davanti a queste immagini, rappresentazione del sogno lirico dell’artista, trova gli stimoli per evocare i propri sogni.

E la dimensione del sogno è resa sulle tele dall’uso quasi ossessivo di una tavolozza essenzialmente monocromatica, dove predominano le tonalità del giallo, ora luce che illumina ogni cosa, ora addensato, reso materia, nell’ideale definizione di un nudo.

Anni fa, Paolo Gestri scrisse: «Bucci esprime l’immutabile eterno, come solo i poeti veri riescono ad intuire». E in tutto il tempo del suo lungo magistero artistico, oltre cinquant’anni, Bucci ha allestito mostre in prestigiose gallerie pubbliche e private in Italia e all’estero, ha conseguito riconoscimenti e i suoi lavori hanno interessato qualificati critici d’arte, fra i quali: Enzo Carli, Dino Carlesi, Tommaso Paloscia, Corrado Marsan, Umberto Baldini e Giorgio Mascherpa.

Bucci, nei flussi e nei riflussi delle mode e dei vari «ismi» inventati dalla critica ed imposti dal mercato, ha saputo e voluto essere sempre e comunque uguale a se stesso: un pittore che non ha mai rinunciato ad essere prima di tutto un poeta.

Dell’intimo rapporto che Bucci ha sempre avuto con natura della sua terra, ha restituito un «sogno» pittorico senza tempo che Dino Carlesi ha definito come «una finissima meditazione di pensiero, una tenera reminiscenza, una speranza di serenità». Così, se un giorno la città, nella sua irrefrenabile smania di crescita, invaderà anche gli spazi incontaminate della spiaggia di Levante, riversando grigie colate di cemento sull’oro delle dune sabbiose, allora le «marine» dipinte da Guido Bucci saranno l’unica dimensione dove liberare la nostra fantasia, dove far respirare l’anima.



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