Il Tirreno

Versilia

Putamorsi: filiera corta e riduzione delle cave

di Tiziano Baldi Galleni
Putamorsi: filiera corta e riduzione delle cave

Il presidente del Parco delle Apuane indica le linee guida del suo mandato «Daremo la caccia ai finanziamenti pubblici per far decollare il turismo»

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SERAVEZZA. Diminuzione delle aree di cava: si prospetta di un 30%, compresi alcuni siti estrattivi in funzione. Poi, obbligo, con tanto di fatture alla mano, di applicare la filiera corta. Infine caccia ai finanziamenti pubblici per far decollare le strutture turistiche del Parco della Apuane. Comincia in quarta – nonostante i circa 9 mesi di commissariamento – il mandato di Alberto Putamorsi. Venerdì con decreto regionale è stato confermato da Enrico Rossi alla guida dell’ente. Ora si attende solo che il consiglio regionale, nella figura di Eugenio Giani, nomini i 7 del consiglio direttivo: 3 fra quelli espressi dalla Comunità di Parco, un rappresentante degli imprenditori, uno delle associazioni ambientaliste, e 2 scelti dalla Regione.

Insomma, alla fine Rossi ha scelto lei in barba al volere della maggioranza dei comuni della Comunità?

«Ormai me lo aspettavo, i segnali c’erano tutti».

E adesso come la mettiamo con ambientalisti e sindaci?

«I rapporti si ricostruiscono sui fatti, e le istituzione passano sopra a queste dinamiche perché ricercano gli interessi comuni, e sono superiori ai profili individuali. La stessa cosa vale per i comuni: sono portatori di interessi locali. È ovvio che il gioco dei sindaci è stato fatto al di là degli interessi del Parco, ma ormai è acqua passata. Problemi in questo senso non esistono, ho quotidianamente rapporti con tutti i sindaci della Comunità».

A partire da ora iniziano i 5 anni del suo secondo mandato? Cosa c’è in programma?

«La mia impostazione politica è quella già contenuta nella delibera approvata a fine settembre sul Piano integrato del Parco, con il quale si dà avvio al procedimento di pianificazione. Senza diminuire i posti di lavori, e attuando la filiera corta, vogliamo arrivare ad una regolamentazione più precisa perché l’estrazione del marmo cessi di essere un far west e diventi un’attività imprenditoriale seria».

Saranno ridotte le zone di estrazione?

«Credo si possa arrivare a una diminuzione del 30%. Bisogna fare uno studio scientifico, a differenza del passato, area per area, valutare se possono avere interferenze con le falde acquifere o un impatto paesaggistico bestiale ad esempio. Si potrà invece scavare dove c’è materiale buono e non si creano problemi. Alcune aree pra in attività dovranno terminare il piano di coltivazione e cessare: come la Padulello-Biagi, la Focolaccia, o a Casola sotto il Pizzo d’Uccello».

Sul versante versiliese? Una delle cave più criticate dagli ambientalisti fu quella sul monte Corchia.

«Il Corchia ha dei problemi e c’è un chiaro esempio di conflitto esasperato. È un’elevata contraddizione fra l’attività estrattiva compreso il fattore occupazionale e la conservazione del territorio: si deve dare il massimo per tutelare l’ambiente e alla fine mediare con le aziende».

Misure sulla filiera corta?

«La quantità da estrarre va concessa in misura al materiale che viene lavorato il loco. E anno per anno devi dimostrare al Parco con fatture alla mano l’attuazione della filiera corta. L’imprenditore si assume la responsabilità penale delle dichiarazione che fa».

Non ci dimentichiamo la promozione dell’area protetta.

«Il bilancio del Parco è di appena 1 milione e mezzo di euro. Dovremo cercare di intercettare finanziamenti europei. L’obiettivo sarà far decollare le strutture del parco in modo che creino economia: la Bosa di Careggine, Palazzo Rossetti e l’Apuan GeoLab di Equi Terme».

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