Il dolore
Picchiata e legata durante la rapina: «Credevo di morire»
Parla la titolare della tabaccheria nel centro di Viareggio vittima di due banditi fuggiti con pochi spiccioli presi da un cassetto
VIAREGGIO. «Io non mollo». Maria Lucia Guarino, tabaccaia di via Matteotti che tutti chiamano Marisa, è come sempre dietro il bancone della rivendita, nonostante la brutale rapina subita nel pomeriggio del giorno prima. Torinese di origine, Marisa ha gestito a lungo, insieme al marito, quella che oggi è l’unica edicola rimasta al Marco Polo, all’angolo dell’omonima strada con via Fratti. Poi, da 19 anni a questa parte, è arrivato il negozio in via Matteotti - “Non solo fumo” - che tutti i viareggini conoscono. «Era quello del Casani», ricorda la donna che per la quarta volta si è trovata faccia a faccia con i banditi: «L’ultimo che mi ha rapinato è ancora in carcere».
Il 7 novembre, però, è stato diverso. Perché i due uomini che hanno agito impugnando le lame non hanno risparmiato una violenza pesante. «Mi hanno buttato a terra dietro il bancone», è la ricostruzione, molto dettagliata, della commerciante: «Uno dei due continuava a colpirmi in testa con il manico del coltello. Diceva solo “soldi, soldi, dammi i soldi”, mentre il suo complice batteva sui tasti della cassa senza riuscire ad aprirla».
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Quando i due sono entrati, intorno alle 17,30 e poco dopo l’uscita di una cliente che ogni tanto si trattiene a fare compagnia a Marisa (tempistica perfetta, tanto da fare immaginare che i banditi abbiano tenuto d’occhio il via vai del negozio), Marisa si è resa subito conto di come sarebbe andata. «Si sono tirati su la bandana che avevano al collo. Entrambi indossavano giubbotti tipo bomber ed impugnavano i coltelli». Uno dei due si è precipitato dietro il banco, in uno spazio strettissimo. La donna è stata buttata a terra e poi picchiata con i colpi in testa. «Ma non gli è bastato. Hanno tentato di legarmi con i fili del telefono sul banco. Me lo hanno passato anche intorno al collo. Questa volta ho davvero pensato che non ce l’avrei fatta...».
Perché la violenza non era finita. «Uno dei due mi ha buttato addosso uno sgabello e con quello mi ha colpito ad una mano e ad un ginocchio. Io gridavo: “Fatemi alzare che vi apro la cassa”. Ma quelli erano completamente fuori controllo...».
La drammatica sequenza si è interrotta quando i banditi sono riusciti ad afferrare qualche banconota, non più di 300 euro, che non erano all’interno della cassa, inapribile. «Appena se ne sono andati mi sono alzata, non so come, ho chiuso la porta ed ho chiamato il 113 e mia figlia». Che è l’avvocato Paola Memmola, legale - tra l’altro, nell’ambito della propria attività professionale - anche della Casa delle donne di Viareggio. Quando la polizia del commissariato di Viareggio arriva in via Matteotti, Marisa ferita e sotto choc ripete «chiamate mia figlia». Ed è insieme a lei che ieri mattina ha rimesso in ordine il negozio dove i banditi avevano gettato a terra un po’ di tutto. Per poi rimettersi, fiera, dietro il banco. «Ma c’è una cosa che mi ha fatto davvero schifo», conclude la commerciante: «Si sono presentati in tre, di aziende diverse, a propormi i loro sistemi di allarme. Ad uno di loro ho detto: “Ha cinque minuti di tempo per uscire da qui, altrimenti questa volta il 113 lo chiamo non per i rapinatori...».
Marisa ripete ancora una volta «io non mollo». Ma come tutti i commercianti del centro città ha una richiesta pressante: «Servono pattuglie. Da quando fa buio all’orario di chiusura dei negozi».
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