Ucciso per un paio di pantaloni: 16 anni di carcere all'omicida
Pugnalò a morte un clochard. Dopo la sentenza la stretta di mano col pm
VIAREGGIO. Lo ha ucciso per un paio di pantaloni. È questo il movente emerso dal processo a Serghei Gingurean, di nazionalità moldava, imputato per l’omicidio di Gyorgy Eczet, ungherese. Un presunto furto di pantaloni, che Eczet avrebbe rubato a Gingurean, è stato la causa della lite tra clochard che cercavano riparo dal freddo al Palasport. Un litigio conclusosi a coltellate, di cui una letale alla gola della vittima, poco più che quarantenne.
Per questo delitto, avvenuto la mattina del 7 novembre dell’anno scorso, Gingurean è stato condannato ieri a sedici anni di carcere dal giudice Riccardo Nerucci. Nell’udienza preliminare in tribunale a Lucca – il processo era con rito abbreviato – il giudice ha accettato la richiesta di pena del pm Antonio Mariotti, che era appunto di sedici anni. Dopo la sentenza c’è stata una scena che non si vede mai in un tribunale: l’imputato, in manette e con a fianco la polizia penitenziaria pronta a riportarlo in carcere, si è avvicinato al pm Mariotti e gli ha stretto la mano. Nulla di ironico, solo un gesto di lealtà. Quasi a dire: io sono un assassino, tu hai fatto il tuo dovere.
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Il delitto aveva scosso la mattina gelida di un novembre viareggino. Gingurean ed Eczet dormono a pochi metri di distanza, con giacigli di fortuna: uno cerca riparo al Palasport in Darsena, l’altro è più verso l’interno della pineta di Levante. Al mattino il moldavo si sveglia e si accorge che manca qualcosa: all’inizio si pensa a dei soldi, ma dal processo emerge che in realtà si tratta di un paio di pantaloni. Non è mai stato chiarito se il furto ci sia stato davvero. E soprattutto se il responsabile fosse veramente Eczet.
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Fatto sta che il cinquantenne moldavo individua nell’ungherese il colpevole. Si avvicina a lui e scoppia la lite. Gingurean tira fuori un coltello da cucina, una lama da 14 centimetri, e pugnala il suo avversario diverse volte: l’ultimo colpo è alla gola. Il tutto avviene di fronte a un amico di Eczet, un altro clochard. Poi l’omicida fugge in direzione della pineta e nella corsa getta in un cespuglio il coltello. Sono le 8, 40: parte l’allarme con le telefonate a 118 e polizia. Le forze dell’ordine aprono la caccia all’uomo: gli indizi per riconoscerlo sono le scarpe da ginnastica, un modello particolare e facilmente riconoscibile. Gingurean, nel frattempo. ha raggiunto la stazione: lo trovano tra il binario tre e il quattro. Voleva prendere un treno, destinazione Genova o Roma. Ma agli agenti della Polfer che lo hanno rintracciato a due ore dal delitto – lo hanno individuato dagli abiti sporchi di sangue – racconta di voler andare dal fratello che abita a Lucca. Quando gli dicono che Eczet è morto ha un sussulto, quasi di sorpresa. Fatto sta che il cerchio si è chiuso: è lui stesso a indicare dove ha gettato l’arma del delitto, prima di essere portato in carcere. Ieri, a distanza di quasi un anno, la sentenza di condanna.
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