Proteste
L’eresia è separare Carnevale e Dioniso
di ADOLFO LIPPI
Proibire il vino alle maschere dei carri è un eccesso Nessuno si sognerebbe una cosa simile all’Oktoberfest
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Il carnevale che nasce di-vino si trasforma in una festa dell’acqua pazza? L’interrogativo è intrigante. S’è accesa forte una discussione dopo che la Fondazione nel nuovo bando di concorso ha proibito di consumare alcolici durante i corsi mascherati, consumo che avveniva in dosi abbondanti sopra i carri dove stanziavano intere damigiane di rosso. Ma il carnevale, dicono in molti, non nacque proprio dalla trasgressione, cioè non dovrebbe essere un evento senza regole?
Fa bene parlarne. Anche perché di recente in Francia s’è accesa ed attivata, sonoramente, da parte di filosofi ed intellettuali colti, una fiammante campagna a favore della gioia, con due libri rivelazione. Uno dal titolo L’arte di gioire di Michel Onfray e l’altro La forza della gioia di Frederic Lenoir dove in illuminate pagine si fa un po’ la storia di una “pazza gioia” (titolo del recente film di Paolo Virzì proprio ambientato al Carnevale di Viareggio) dai tempi delle feste dionisiache greche, ai veglioni della rivoluzione francese, dai baccanali romani alle orge degli sciamani in nord europa, dalle battaglie di colori indiane (la ricorrenza dell’Ola) alle sfrenate notti di New Orleans, ai carnevali indiavolati di Copacabana (con almeno cinque o sei morti per edizione).
Il Carnevale di Viareggio ha un filo rosso che lo lega a tutte quelle esperienze di praticata follia episodica, però, a differenza dei carnevali romani del ‘500 o alle sarabande di Piedigrotta, fu da subito, cioè dall’ Ottocento che lo inventò, uno spettacolo atto, più che a sfrenare istinti libertini, a richiamare il turismo, in primis quello dei borghesi in vena di divertimento (e dediti allo champagne), in secondo quello delle famiglie (e a questo spinsero i dirigenti “perbene” di destra e di sinistra negli anni ’50).
E’ chiaro, più che chiaro, che dovendo servire al gran pubblico, il Carnevale si è sempre così più indirizzato ad essere uno spettacolare teatro di strada dove al pubblico è concesso assistere come al cinema, come al teatro, al massimo scambiandosi pugni di coriandoli. E la messa in tribuna di tanta gente svolge appunto questa funzione: di bloccare i corpi, marmorizzarli, ghiacciarli, quando invece il carnevale era davvero uno sganciamento del corpo delle fatiche del quotidiano lavoro.
Allora anche la proibizione a bere vino, rivolta ai figuranti ed al personale sui carri, fa parte di questa tendenza a bloccare “l’animalità” che è in ognuno di noi, quel manifestarsi irresponsabile di natura che ebbe effetti strabilianti e nefasti nelle cene del marchese De Sade, cultore estremo di Dioniso. Ma come ben descrive Onfray, il disordine di tutti i sensi è architettonico. Con esso esulta ciò che nel corpo testimonia di un fragile, ma sostanziale nesso con il Pleroma, il luogo delle essenze, la riserva delle sostanze, intelleggibili, il legame di questo residuo di ascendenza divina con ciò che è al di là del mondo, genera un’estasi, un’uscita fuori di sé che permette al corpo di recuperare uno stato di beatitudine soprannaturale».
Ed il vino svolge davvero questa gestione del passaggio. Perché come scrive Lorenzo Viani, che se ne intendeva, «chi non beve vino è colui che scrive lettere anonime». Cioè anche gli astemi sono pericolosi.
Allora? Allora è facile indicare in Epicuro, un altro dei grandi pensatori della “vita come piacere”, un maestro di indirizzi quando ammonisce a saper gestire le passioni, a saper usare i desideri, a non ritirarsi davanti ai carnevale, a fare a meno delle damigiane bevendo il vino delle sole bottiglie, insomma niente ciucche insaziate ma gozzovigliare con ciò che Epicuro chiamava «una pentolina di formaggio». Insomma “pazziare”!
Il provvedimento della Fondazione Carnevale di Viareggio appare, in conclusione, un po’ eccessivo, estremo. Cose del genere non avverrebbero all’“Oktoberfest” di Monaco, nemmeno sono avvenute per il concertone dei Rolling Stones a Lucca. E senza tante proibizioni non risulta che siano avvenuti particolari incidenti. Anche il disordine si può, alla fine, gestire.
Per quanto riguarda la disputa sull’ultimo manifesto del Carnevale di Viareggio (quello del 2018), c’è da dire che il manifesto poteva venir scelto da una commissione, che qualsiasi ghiribizzo sarebbe stato accettabile se firmato da un artista di grandissima fama (e non è andata così), che un manifesto deve innanzi tutto richiamare le pubblicità di un prodotto. Non mi sembra che l’opera proposta abbia questa caratteristica. In quanto al contenuto piace o dispiace, ma, lo ripeto, il punto è un altro: serve alla sua funzione? Ci si sofferma per guardarlo? Richiama?
Fa bene parlarne. Anche perché di recente in Francia s’è accesa ed attivata, sonoramente, da parte di filosofi ed intellettuali colti, una fiammante campagna a favore della gioia, con due libri rivelazione. Uno dal titolo L’arte di gioire di Michel Onfray e l’altro La forza della gioia di Frederic Lenoir dove in illuminate pagine si fa un po’ la storia di una “pazza gioia” (titolo del recente film di Paolo Virzì proprio ambientato al Carnevale di Viareggio) dai tempi delle feste dionisiache greche, ai veglioni della rivoluzione francese, dai baccanali romani alle orge degli sciamani in nord europa, dalle battaglie di colori indiane (la ricorrenza dell’Ola) alle sfrenate notti di New Orleans, ai carnevali indiavolati di Copacabana (con almeno cinque o sei morti per edizione).
Il Carnevale di Viareggio ha un filo rosso che lo lega a tutte quelle esperienze di praticata follia episodica, però, a differenza dei carnevali romani del ‘500 o alle sarabande di Piedigrotta, fu da subito, cioè dall’ Ottocento che lo inventò, uno spettacolo atto, più che a sfrenare istinti libertini, a richiamare il turismo, in primis quello dei borghesi in vena di divertimento (e dediti allo champagne), in secondo quello delle famiglie (e a questo spinsero i dirigenti “perbene” di destra e di sinistra negli anni ’50).
E’ chiaro, più che chiaro, che dovendo servire al gran pubblico, il Carnevale si è sempre così più indirizzato ad essere uno spettacolare teatro di strada dove al pubblico è concesso assistere come al cinema, come al teatro, al massimo scambiandosi pugni di coriandoli. E la messa in tribuna di tanta gente svolge appunto questa funzione: di bloccare i corpi, marmorizzarli, ghiacciarli, quando invece il carnevale era davvero uno sganciamento del corpo delle fatiche del quotidiano lavoro.
Allora anche la proibizione a bere vino, rivolta ai figuranti ed al personale sui carri, fa parte di questa tendenza a bloccare “l’animalità” che è in ognuno di noi, quel manifestarsi irresponsabile di natura che ebbe effetti strabilianti e nefasti nelle cene del marchese De Sade, cultore estremo di Dioniso. Ma come ben descrive Onfray, il disordine di tutti i sensi è architettonico. Con esso esulta ciò che nel corpo testimonia di un fragile, ma sostanziale nesso con il Pleroma, il luogo delle essenze, la riserva delle sostanze, intelleggibili, il legame di questo residuo di ascendenza divina con ciò che è al di là del mondo, genera un’estasi, un’uscita fuori di sé che permette al corpo di recuperare uno stato di beatitudine soprannaturale».
Ed il vino svolge davvero questa gestione del passaggio. Perché come scrive Lorenzo Viani, che se ne intendeva, «chi non beve vino è colui che scrive lettere anonime». Cioè anche gli astemi sono pericolosi.
Allora? Allora è facile indicare in Epicuro, un altro dei grandi pensatori della “vita come piacere”, un maestro di indirizzi quando ammonisce a saper gestire le passioni, a saper usare i desideri, a non ritirarsi davanti ai carnevale, a fare a meno delle damigiane bevendo il vino delle sole bottiglie, insomma niente ciucche insaziate ma gozzovigliare con ciò che Epicuro chiamava «una pentolina di formaggio». Insomma “pazziare”!
Il provvedimento della Fondazione Carnevale di Viareggio appare, in conclusione, un po’ eccessivo, estremo. Cose del genere non avverrebbero all’“Oktoberfest” di Monaco, nemmeno sono avvenute per il concertone dei Rolling Stones a Lucca. E senza tante proibizioni non risulta che siano avvenuti particolari incidenti. Anche il disordine si può, alla fine, gestire.
Per quanto riguarda la disputa sull’ultimo manifesto del Carnevale di Viareggio (quello del 2018), c’è da dire che il manifesto poteva venir scelto da una commissione, che qualsiasi ghiribizzo sarebbe stato accettabile se firmato da un artista di grandissima fama (e non è andata così), che un manifesto deve innanzi tutto richiamare le pubblicità di un prodotto. Non mi sembra che l’opera proposta abbia questa caratteristica. In quanto al contenuto piace o dispiace, ma, lo ripeto, il punto è un altro: serve alla sua funzione? Ci si sofferma per guardarlo? Richiama?
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