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Salomea, la diva di Viareggio

di Adolfo Lippi
Il soprano Salomea Krucenjnski
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Il soprano Salomea Krucenjnski

Un docu-film celebra il soprano Salomea Krucenjnski

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Fu viareggina e cittadina del mondo, Salomea Krucenjnski, soprano drammatica, nata e morta a Leopoli in Ucraina ma vissuta per più di quarant’anni in una palazzina sul viale Carducci, numero 25, sposando addirittura il sindaco di Viareggio, ch’era - siamo più o meno un secoldo fa - l’avvocato Cesare Riccioni.

Donna bellissima, artista colta, raffinata, informatissima (sapeva quattro lingue), interprete così brava da propiziare trionfi (fece splendere “Madama Butterfly” a Brescia dopo il fiasco della prima alla Scala di Milano), star cercata perfino dalla pubblicità per tinture dei capelli (e siamo nel 1907), Salomea rivive oggi in un suggestivo ed evocativo docu-film che, su di lei, ha realizzato il regista Luigi Martinelli (cento opere al suo attivo) e che verrà presentato prossimamente dall’emittente tv “Tele-Versilia”.

L’ho visto in anteprima. È un docu-film poetico, preciso, scandito da belle immagini. Vi compaiono anche Simonetta Puccini e Giovanni Scarabelli, monsignore. E non a caso, perché la Salomea era, in Ternopil (vicino a Leopoli in Ucraina), figlia di un prete “uniate” cioè cattolico con dispensa di nozze e monsignor Scarabelli ha sempre avuto rapporti strettissimi con quella chiesa. Che è collegata con Roma cattolica.

La figlia del prete nacque il 23 settembre del 1872 in una famiglia di intellettuali. Il padre, oltre che dir messa, suonava il violino e la madre era figlia di un noto scrittore. Convinta ad imparare il pianoforte già a sei anni, Salomea si distingueva però per la voce, un canto angelico, melodioso, sublime, sicché la misero nel coro della parrocchia eppoi al conservatorio.

E presto debuttò. Fu un subitaneo successo. Lei aveva doti vocali e sapeva recitare. Così, per specializzarsi, venne a Milano, grazie ad un prestito bancario contratto dal padre, e prese lezioni da Fausta Crespi.

Il suo debutto italiano avvenne a Cremona in “Marion Delorme” di Amilcare Ponchielli ed in “Manon” di Giacomo Puccini, interpretando subito dopo anche opere di Richard Wagner e Giuseppe Verdi ne “La Forza del destino”.

Dovunque Salomea Krucenjnski faceva scrosciare applausi, dovunque convinceva pubblico e critica. Ma al trionfo vi giunse con “Madama Butterlfy” nel 1904. Il capolavoro pucciniano non era piaciuto alla prima della Scala. Cio-cio-san la interpretava la magnifica Rosina Storchio. Venne giù l’intero loggione: fischi, grida, invettive, Puccini, tuttavia, senza deprimersi, fece quello che da genio era solito fare, capì la lezione e trasformò l’opera. Riproponendola pochi mesi dopo nella vicina Brescia.

Per Cio-cio-san gli consigliarono Salomea Krucenjnski ma il “sor” Giacomo parve dubbioso: la rutena era sì bella, più che bella era fascinosa e sensuale ma aveva un particolare, era troppo alta e una giapponesina gli sembrava dovesse mantenersi sotto il metro e sessanta. Alla fine però si fece convincere e la storia gli decretò la rivincita.

Il pubblico interruppe l’opera con ovazioni ogni più sospinto, ogni romanza, ogni tocco d’orchestra e il maestro venne chiamato dieci volte sul proscenio. Così non poteva non sorgere un legame, più che un’empatia, tra Puccini e Salomea, che aveva tutto per piacere, forme, lunghi capelli castano scuri, occhioni da maga, maniere eleganti e fini.

Così lei venne e prese casa a Viareggio. Proprio in quell’estate nel 1904.

Conoscendo lei pochi osano malignare poiché la figlia del prete uniate era piuttosto ritrosa (un pittore fiorentino, Manfredo Manfredini, rifiutato, si suicidò per lei). Però Puccini era un noto tombeur di femmine. Gli avrà resistito?

Presto la casa di via Carducci divenne un ritrovo di artisti. Faceva gli onori di casa Guidotti Marotti, ch’era intimo di Puccini, e vi passò Gabriele D’Annunzio che a Salomea scrisse un’odea. Dove, richiamando il sangue, osava rammentargli la morte del pittore suicida.

Ma Salomea Krucenjnski era donna cosmpolita e cittadina del mondo. Era poco propensa alle tresche. La chiamarono a cantare a New York, a Londra, a Buenos Aires. E dovunque smaniarono su lei.

L’apice lo raggiunse con una “Salomè”. Per l’infida ballerina biblica, orchestrata da Richard Strauss, ci s’era già provata la rivale Gemma Bellincioni diretta nientemeno che da Arturo Toscanini. Però al momento della danza dei sette veli quella soprano si fece sostituire da una danzatrice vera.

Per Salomea, invece, non fu così. Lei danzò di persona sui versi di Oscar Wilde e si tolse uno ad uno i veli con charme e malizia, sicché il pubblico saltò in aria dal giubilo.

Avvenne allora nel salotto di viale Carducci (allora viale Manin) che vi entrasse l’avvocato Cesare Riccioni, mazziniano, massone, sindaco popolare di Viareggio. Lo stesso che aveva dato e voluto il monumento a Percy Bysshe Shelley sull’omonima piazza.

Riccioni, secondo una lettera autografa che gli scrisse Giacomo Puccini nel 1907 - “Mentre tu te la spassi a Viareggio con due o tre pollastrelle… io a Milano ho invitato a cena madre e figlia e s’è presentata soltanto la madre” - cominciò a perdere colpi.

Ma la Salomea non era una pollastrella. Era elegante, avvenente, saputa. Così Riccioni, infatuato e preso, la chiese in moglie.

E i due si sposarono a Buenos Aires dove lei si esibiva nel 1910.

Gli anni fino al 1938 (data di morte di Cesare Riccioni) li vissero tutti a Viareggio. Poi lei, rimasta vedova, donò la sua ampia biblioteca al comune e chiese di poter tornare a Leopoli, sua regione natale.

La accontentarono poiché era una celebrità e le dedicarono il teatro nazionale. Purtroppo quelli furono anni nefasti, prima i nazisti poi i sovietici le impedirono di tornare in Italia, nell’amata Viareggio e così nel 1952 morì lontana. Anche se fu tumulata, dopo un immenso corteo funebre, in una monumentale tomba.

Salomea lasciò la casa di via Carducci 25 all’Unione Sovietica, allora sua patria e qui vennero funzionari del regime a portare via anche un patrimonio di preziosi ricordi.

Resta tuttavia il mito e resta il culto di questa soprano eccelsa. Lo coltivano con libri, la collega Lisa Domenici con Danilo Chiucini, lo coltiva l’avvocato Franco Pocci al quale devo molte notizie.

Lo coltiva adesso il regista Luigi Martinelli che, pregevolmente, ha svolto un docu-film struggente, ricco di immagini anche inedite perché è potuto entrare nella casa museo che l’Ucraina ha istituito per la sua strabiliante artista che conquistò Puccini e fu conquistata da Viareggio.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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