Il Tirreno

Versilia

Quei palombari diventati leggenda

Riuscirono a compiere imprese in fondo al mare che erano ritenute impossibili

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VIAREGGIO. Se a Viareggio qualcuno parla di “quelli dell’Artiglio”, non si può sbagliare: intende riferirsi a un gruppo di palombari che facevano parte di quella nave-recuperi divenuta nel tempo una leggenda. Ma si intendono i palombari imbarcati sul primo Artiglio, quello che saltò in aria al largo di Quiberon, o quelli del secondo Artiglio, che riportarono alla luce il tesoro dell’Egypt? Sono sempre e comunque palombari dell’Artiglio, sia i tre che morirono nella tragedia del 7 dicembre 1930, considerati i più grandi palombari del mondo, sia i quattro che riportarono ai Lloyd’s 7 tonnellate d’oro e 44 tonnellate d’argento. Perché il nome, per espresso desiderio dei secondi, rimase Artiglio, senza alcuna indicazione di primo o secondo. I primi localizzarono il relitto dell’Egypt, i secondi trovarono e recuperarono il prezioso carico.

Come divennero una leggenda? Molto semplicemente, si fa per dire, ottenendo grandi risultati in recuperi su cui nessuno avrebbe scommesso una lira. Quando gli “allievi” dei primi tre si ritrovarono alle boe indicanti il relitto dell’Egypt, avevano la stessa volontà dei “maestri” di vincere questa sfida. Perché il recupero del tesoro dell’Egypt era ritenuto impossibile? Perché da quando era affondato il 20 maggio 1922 e posatosi sul fondo a 130 metri, nessuno avrebbe mai potuto pensare di recuperare qualcosa dal relitto. Ma il carico era talmente prezioso (5 tonnellate d’oro in lingotti e in sterline e 40 tonnellate d’argento in lingotti, secondo gli assicuratori) che molte società di livello europeo tentarono la sfida. E tutte fallirono. Gli assicuratori erano talmente sicuri che nessuno avrebbe mai potuto recuperare il tesoro trasportato che pagarono subito dopo il naufragio l’intera polizza assicurativa.

Anche l’ultima arrivata, la So.Ri.Ma. di Genova si cimentò nell’impresa. A dire il vero l’arrivo “degli italiani” fu accolto con qualche ironico sorrisetto negli ambienti dei recuperi marittimi. Ma vi era una differenza sostanziale fra le altre e la ditta italiana: erano gli uomini e la possibilità di utilizzare la “torretta” del Gianni. Fu questo autentico asso nella manica a spingere il comm. Giovanni Quaglia, fondatore, principale azionista e amministratore delegato della So.Ri.Ma. a stipulare, il 30 agosto 1928, con i Lloyd’s e altre compagnie minori, un contratto per il recupero del carico dell’Egypt, unicamente con i propri mezzi, sotto la sua direzione, sopportando responsabilità, rischi e spese. Nel contratto si evidenziava come il 62,5% del recupero andasse alla società genovese e il 37,5% agli assicuratori.

I giornali di tutto il mondo descrissero l’eccezionale ritrovamento, anche perché da tempo il recupero dell’oro dell’Egypt era diventato un avvenimento mondiale. Il lavoro dell’Artiglio era seguito in ogni angolo della terra. La leggenda dell’Artiglio è tutta in quella schiera di uomini che la ricerca di una migliore sistemazione economica ha destinato a lavorare fra mille pericoli negli alti fondali marini. Alberto Gianni e tutti gli altri che hanno dato vita alla scuola palombaristica viareggina sono gli iniziatori dei recuperi sottomarini a grande profondità; in un’epoca in cui quelle profondità erano ritenute impossibili, riuscirono lo stesso a stupire il mondo con le loro imprese leggendarie.



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