In quattro si sono uniti per massacrare Iacconi
di Matteo Tuccini
Il giudice che ha condannato i maggiorenni: punizione per uno sgarro: «Bianchi ha dato l’inizio con pugni da pugile Da Fialdini due colpi di casco a Manuele»
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VIAREGGIO. Hanno agito insieme, come una squadra. Quattro ragazzi – scrive il giudice del tribunale di Lucca Antonia Aracri – tra cui «si è creata un’intesa istantanea» per prevalere sull’avversario «fino ad annientarlo». Tutto questo perché qualcuno si era permesso di protestare contro uno di loro. Che si era messo in mezzo alla strada per chiedere una sigaretta ai passanti.
Sono come pietre, le parole scelte dal giudice Aracri nelle motivazioni della condanna del 21enne Alessio Fialdini (18 anni di carcere) e del 22enne Federico Bianchi (15 anni e 8 mesi di pena), i cosiddetti “maggiorenni” coinvolti nell’omicidio di Manuele Iacconi, 34enne originario di Piano di Mommio. Parole che pesano e fanno male. È chiaro che un quadro definitivo, almeno dal punto di vista della giustizia, lo si avrà soltanto con le sentenze definitive sia a carico di Bianchi e Fialdini che degli altri due ragazzi imputati. Questi ultimi, all’epoca dei fatti – era il 31 ottobre del 2014 – erano ancora minorenni: sono stati condannati entrambi a dodici anni di carcere. Ma la ricostruzione della squadra Anticrimine della polizia, diretta da Lucio Chelotti, e delle Procure di Lucca e Firenze (quella minorile) finora trova riscontro nelle sentenze dei tribunali. Il processo Bianchi-Fialdini non ha fatto eccezione, almeno nel verdetto di primo grado. Contro cui gli avvocati Massimo Landi (per Fialdini) e Maria Laura Bitonte (per Bianchi) hanno fatto ricorso in appello.
La ricostruzione degli inquirenti è accreditata anche dal giudice Aracri. I quattro ragazzi – si legge nelle motivazioni della sentenza – sono tutti presenti sin dall’inizio sulla scena del delitto, collocata poco prima del semaforo all’angolo tra via Coppino e via Oberdan, nel quartiere Darsena. Ovviamente il giudice si concentra sul ruolo di Bianchi e Fialdini. Che arrivano insieme in motorino quando uno dei loro amici, gettatosi in mezzo alla strada per chiedere una sigaretta, viene apostrofato da Manuele Iacconi e dall’amico Matteo Lasurdi. Che stanno passando a bordo di una Fiat 500 guidata da un terzo ragazzo. L’auto è di Manuele, ma lui non se la sente di guidare e sta sul sedile del passeggero. L’auto si ferma, ci sono spintoni e insulti. È Bianchi quello che, secondo gli inquirenti e i giudici, fa partire tutto: prima facendo notare al compagno che quelli dell’auto lo hanno rimproverato. Poi passando alle vie di fatto. Sono i pugni da pugile rifilati da Bianchi prima a Lasurdi e poi a Iacconi a «dare la svolta»: una lite da strada si trasforma in «degenerazione contrassegnata dall’annientamento dell’avversario». Nel frattempo è arrivato a dar manforte Matteo Della Ragione, allora 17enne come il ragazzino che, chiedendo la sigaretta, ha causato lo scontro. Matteo, diranno i testimoni, è molto amico di Fialdini ed è a lui che sembra voler rivolgere il proprio aiuto. Perché Fialdini, a detta dei pm che lo hanno accusato sulla base di alcune testimonianze, è coinvolto direttamente: il primo a dare un colpo di casco da tergo a Manuele, facendolo cadere a terra, sarebbe stato lui. Colpo replicato subito dopo sulla vittima. Poi Fialdini – si spiega nella sentenza – passa il casco, che è di proprietà di Bianchi, nella mani dell’amico 17enne. Che a quel punto infierisce su Manuele, tra le grida di un’amica: «Smettila, lo stai uccidendo». Nel frattempo Della Ragione sta usando un altro casco su Lasurdi. Poi i quattro se ne vanno insieme, così come insieme avrebbero agito.
Da qui la decisione del giudice di concepire l’aggressione come il frutto di un’intesa tra quattro ragazzi che volevano punire uno sgarro. Dando una lezione ai rivali che si erano permessi di protestare. E da qui la decisione di ritenere Bianchi e Fialdini colpevoli di omicidio e tentato omicidio, con le attenuanti generiche legate alla giovane età. Sarà la Corte d’Appello a decidere se è questa la verità giudiziaria.
@matteotuccini. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Sono come pietre, le parole scelte dal giudice Aracri nelle motivazioni della condanna del 21enne Alessio Fialdini (18 anni di carcere) e del 22enne Federico Bianchi (15 anni e 8 mesi di pena), i cosiddetti “maggiorenni” coinvolti nell’omicidio di Manuele Iacconi, 34enne originario di Piano di Mommio. Parole che pesano e fanno male. È chiaro che un quadro definitivo, almeno dal punto di vista della giustizia, lo si avrà soltanto con le sentenze definitive sia a carico di Bianchi e Fialdini che degli altri due ragazzi imputati. Questi ultimi, all’epoca dei fatti – era il 31 ottobre del 2014 – erano ancora minorenni: sono stati condannati entrambi a dodici anni di carcere. Ma la ricostruzione della squadra Anticrimine della polizia, diretta da Lucio Chelotti, e delle Procure di Lucca e Firenze (quella minorile) finora trova riscontro nelle sentenze dei tribunali. Il processo Bianchi-Fialdini non ha fatto eccezione, almeno nel verdetto di primo grado. Contro cui gli avvocati Massimo Landi (per Fialdini) e Maria Laura Bitonte (per Bianchi) hanno fatto ricorso in appello.
La ricostruzione degli inquirenti è accreditata anche dal giudice Aracri. I quattro ragazzi – si legge nelle motivazioni della sentenza – sono tutti presenti sin dall’inizio sulla scena del delitto, collocata poco prima del semaforo all’angolo tra via Coppino e via Oberdan, nel quartiere Darsena. Ovviamente il giudice si concentra sul ruolo di Bianchi e Fialdini. Che arrivano insieme in motorino quando uno dei loro amici, gettatosi in mezzo alla strada per chiedere una sigaretta, viene apostrofato da Manuele Iacconi e dall’amico Matteo Lasurdi. Che stanno passando a bordo di una Fiat 500 guidata da un terzo ragazzo. L’auto è di Manuele, ma lui non se la sente di guidare e sta sul sedile del passeggero. L’auto si ferma, ci sono spintoni e insulti. È Bianchi quello che, secondo gli inquirenti e i giudici, fa partire tutto: prima facendo notare al compagno che quelli dell’auto lo hanno rimproverato. Poi passando alle vie di fatto. Sono i pugni da pugile rifilati da Bianchi prima a Lasurdi e poi a Iacconi a «dare la svolta»: una lite da strada si trasforma in «degenerazione contrassegnata dall’annientamento dell’avversario». Nel frattempo è arrivato a dar manforte Matteo Della Ragione, allora 17enne come il ragazzino che, chiedendo la sigaretta, ha causato lo scontro. Matteo, diranno i testimoni, è molto amico di Fialdini ed è a lui che sembra voler rivolgere il proprio aiuto. Perché Fialdini, a detta dei pm che lo hanno accusato sulla base di alcune testimonianze, è coinvolto direttamente: il primo a dare un colpo di casco da tergo a Manuele, facendolo cadere a terra, sarebbe stato lui. Colpo replicato subito dopo sulla vittima. Poi Fialdini – si spiega nella sentenza – passa il casco, che è di proprietà di Bianchi, nella mani dell’amico 17enne. Che a quel punto infierisce su Manuele, tra le grida di un’amica: «Smettila, lo stai uccidendo». Nel frattempo Della Ragione sta usando un altro casco su Lasurdi. Poi i quattro se ne vanno insieme, così come insieme avrebbero agito.
Da qui la decisione del giudice di concepire l’aggressione come il frutto di un’intesa tra quattro ragazzi che volevano punire uno sgarro. Dando una lezione ai rivali che si erano permessi di protestare. E da qui la decisione di ritenere Bianchi e Fialdini colpevoli di omicidio e tentato omicidio, con le attenuanti generiche legate alla giovane età. Sarà la Corte d’Appello a decidere se è questa la verità giudiziaria.
@matteotuccini. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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