Il Tirreno

Versilia

A cent’anni gira per il Forte in sella alla bici

di Melania Carnevali
Marcella Sisto Bertoni
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Marcella Sisto Bertoni

Marcella Sisto ha compiuto un secolo: «A 60 giorni rischiai di morire per un uragano»

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FORTE DEI MARMI. Quando nacque, i Soviet, in Russia, stavano per rovesciare il regime dello zar, Mussolini era un giornalista (direttore de Il Popolo d’Italia) e Hitler non aveva ancora scritto il Mein Kampf. Era il 17 settembre del 1917. Cento anni fa. Oggi Marcella Sisto Bertoni gira ancora con la sua bicicletta bianca per le strade di Forte dei Marmi. Fa la spesa, pulisce casa, cucina, si fa pure la pasta. Quella fatta in casa, ovviamente. Come un curioso caso di Benjamin Button, che invece di invecchiare si ringiovanisce. «Sai quante volte ho rischiato di morire in questi anni? La prima volta avevo sessanta giorni. Ci fu un uragano al Forte dei Marmi, che scoperchiò il tetto di casa. Mia mamma si fiondò sulla culla e i calcinacci finirono sulla sua schiena. Mi salvai per un soffio», racconta Marcella dalla sua casa in via Versilia, dove ieri ha festeggiato cent’anni.

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Sul tavolino al centro della sala, le foto in bianco e nero trasudano di storia. C’è una biografia intera scritta lì dentro. C’è la seconda guerra mondiale, il fascismo, la fuga in Francia in cerca di un lavoro, il governo di Vichy, la guerra fredda, il matrimonio, la nascita dei figli, i momenti belli, i lutti. Cento anni interi. Eppure le rughe ingannano in quel corpo che sembra aver vissuto la metà degli anni. «Basta prenderla con leggerezza, la vita», dice. Capelli bianchi appena fatti, una punta di rossetto, ai piedi uno smalto rosso.

Due volte l’anno Marcella si fa Forte dei Marmi– Francia in auto (sul sedile del passeggero), 530 chilometri ad andare e altrettanti a tornare, per andare a Grenoble. «Mi trasferì in Francia con mio marito negli anni Quaranta, perché qui non c’era lavoro», racconta. Il marito, Ottavio Luigi Sisto, era un pilota dell’aeronautica militare, più giovane di lei di sei anni. Un amore folle, il loro, che non poteva aspettare la fine della guerra per essere vissuto. Si sposarono l’11 febbraio del 1945 sotto i bombardamenti, in un pensioncina di Roma Imperiale. La loro chiesa era inagibile. «C’era un cannone che sparava da là», e indica i monti di Massa. «Qui (via Versilia) – ricorda – c’era la prima linea, quindi c’eravamo trasferiti a Roma Imperiale dove c’era il quartier generale». Nipote di un ricco proprietario terriero, che poi perse tutto, Marcella lasciò le scuole «per vergogna di incontrare persone nuove», dice. «Sai, qui al Forte c’erano al massimo cinquecento persone e ci conoscevamo tutti. Invece di andare a scuola, andavo in spiaggia».

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Lavorò come parrucchiera sotto il regime, poi scoppiò la guerra. Sopravvisse alle bombe e anche al nazifascismo. «Un generale delle SS voleva portarmi via per sposarmi, sono riuscita a salvarmi», ricorda. Poi andò in Francia, appunto. Nacquero tre figli, due femmine e un maschio. Nel 1983 morì il marito, di cui lei parla come se lo avesse appena conosciuto. «Guarda come è bello», dice mostrando una foto sbiadita: c’è un giovane davanti a un bombardiere della seconda guerra mondiale. «Lo pilotava lui questo, sai? Ha fatto 300 ore di volo in missione segreta. Poi l’8 settembre del 1945 ha mollato la carriera e tutto. Voleva la pace, voleva me». Nemmeno l’amore, no, è invecchiato.

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