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Omicidio Raucci L’assassino confessa «Ucciso per sbaglio»

Omicidio Raucci L’assassino confessa «Ucciso per sbaglio»

L’imputato ammette di aver sparato al broker della droga  «Ma è stato un incidente: ho un problema al braccio destro»

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CAMAIORE. Sì, sono stato io a premere il grilletto, ma non volevo farlo, è stato un incidente. Questo dice in sostanza Giovanni Zaccuri, 61 anni, calabrese trapiantato a Prato, nel processo che lo vede imputato insieme ad altre quattro persone per l’omicidio di Giuseppe Raucci, il pratese di 48 anni domiciliato a Camaiore il cui cadavere fu trovato il 10 dicembre 2015 nel bagagliaio della sua Citroen C1 accanto alla superstrada Firenze-Pisa-Livorno all’altezza della Ginestra Fiorentina.

Ha dunque finalmente un nome dopo quasi due anni il più che presunto assassino di Raucci, arrestato nel giugno dell’anno scorso dai carabinieri nell’ambito dell’operazione Akuarius su una complessa vicenda di traffico di droga sfociata nell’omicidio, avvenuto il 9 dicembre al residence Le Pleiadi di Tirrenia.

Ma il racconto della morte di Raucci offerto da Zaccuri al giudice fiorentino dell’udienza preliminare Mario Profeta è quantomeno singolare. L’ho ucciso per sbaglio, dice infatti Zaccuri, volevo dargli una botta in testa con la pistola, ma ho un problema fisico al braccio destro ed è partito il colpo. Il sessantunenne si fa difendere dall’avvocato Luca Cianferoni, che tra i suoi clienti ha anche Totò Riina e sa il fatto suo, ma anche per lui non sarà facile far passare questa ricostruzione che cerca di alleggerire la posizione del killer. E però ci sono agli atti già tre perizie, di cui una balistica e una medico-legale, che tentano di accreditare la tesi dell’omicidio per caso. Una scena che ricorda quella di Pulp Fiction, quando John Travolta lascia partire un colpo per un sobbalzo della macchina. Una delle perizie sostiene che Zaccuri non riesce a piegare il braccio destro e questo potrebbe essere all’origine del colpo partito per sbaglio.

La morte di Giuseppe Raucci, invece, è stata finora raccontata come un’esecuzione, decisa da un gruppo di trafficanti di droga perché il quarantottenne faceva il “broker” di stupefacenti (cioè prendeva la droga dai colombiani a Roma e la portava ai grossisti che riforniscono le principali piazze toscane) ed era stato imbrogliato: tre chili di zucchero al posto di tre chili di cocaina. I destinatari finali della droga gli chiesero di saldare il conto (35.000 euro) ma lui non voleva metter mano al portafoglio ed evidentemente sottovalutò le minacce, reiterate in un bar di Prato fino al 25 novembre, due settimane prima dell’omicidio. Il pubblico ministero Angela Pietroiusti ha sposato la tesi dell’esecuzione anche sulla base di un’intercettazione ambientale nella quale il dominicano Amin Abel Fabian Rincon, che era presente al momento dell’omicidio, dice che nel residence di Tirrenia «era tutto preparato, lo volevano ammazzare». Insieme a Raucci e Rincon, l’anno scorso furono arrestati il pratese Emilio Tropea e i livornesi Yuri Cambi e Carmine Balzano. Ed è un altro livornese, Riccardo Del Vivo, considerato il capo dei “pesci”, cioè la squadra incaricata di portare fuori dal porto di Livorno i carichi di droga in arrivo dal Sud America (e che per questo riceveva uno “stipendio” di 20.000 euro al mese), che ha deciso di collaborare coi magistrati raccontando quello che sa dell’omicidio Raucci. Ora è sotto protezione e all’inizio della settimana ha chiesto di essere ascoltato in videoconferenza nel corso dell’udienza preliminare. Ha detto di aver fornito lui, tramite un complice, la pistola usata per sparare a Raucci. La dette ad altri indagati livornesi che poi l’avrebbero data a Giovanni Zaccuri e l’avrebbero resa dopo un paio di giorni. Del Vivo, vecchia conoscenza delle forze dell’ordine livornesi, è stato ascoltato venerdì per diverse ore, tanto che è slittata al prossimo 22 settembre la requisitoria del pubblico ministero Pietroiusti. Quasi tutti gli imputati hanno scelto di essere giudicati col rito abbreviato.

Paolo Nencioni

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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