Il Tirreno

Versilia

Carbonaie, condannata l’azienda che eseguì i lavori

di Donatella Francesconi
Carbonaie, condannata l’azienda che eseguì i lavori

La Cassazione ha confermato la sanzione del Tribunale di Lucca alla Bicicchi «Sversava il liquido della discarica in uno specchio acqueo». Che andava al lago

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VIAREGGIO. È il 20 marzo 2012: Arpat arriva all’ex discarica delle Carbonaie dove sono in corso i lavori del secondo lotto di bonifica. Da un mese i cittadini del comitato “Salviamo Viareggio”, il “Tirreno”, alcuni esponenti di forze politiche (osteggiati dai propri partiti) denunciano che alle Carbonaie qualcosa non va. O meglio, qualcosa va…fin dentro il lago di Massaciuccoli: dove finisce il percolato, ovvero il liquido che decomposizione dei rifiuti di ogni tipo produce.

Dopo che il “Tirreno” ha posto la questione dello smaltimento del percolato nel depuratore e delle relative autorizzazioni, la verifica di Arpat rileva quello che è sotto gli occhi di tutti: «Il percolato non defluiva verso il depuratore in quanto la valvola di controllo risultava chiusa». Oggi, a distanza di cinque anni, quelle parole sono anche verità processuale.

Dopo che il Tribunale di Lucca, prima (febbraio 2016) e la Corte di Cassazione, dopo (terza sezione penale. maggio 2017) hanno stabilito che l’impresa “Bicicchi Srl”, cui l’intervento di bonifica - pagata con i finanziamenti della Regione - era stato affidato dal Comune era inadempiente rispetto alle prescrizioni ricevute dalla autorizzazione rilasciata dall’Autorità idrica toscana (Ait). «Presso la ex discarica delle Carbonaie» - si legge nelle sentenza di Cassazione - era stata posizionata dall’impresa «una pompa occasionale che prelevava i liquidi dalla vasca di compensazione e li sversava in uno specchio d'acqua adiacente». Le foto del “Tirreno”, scattate in quel periodo, mostrano chiaramente come sull’area il percolato sia un po’ ovunque, libero nel terreno. Qualsiasi fosse stata l’evenienza che ha portato alla scelta - è il Tribunale di Lucca a scriverlo e la Cassazione a riprendere l’argomentazione - «giammai si ritiene corretta la manovra di pompaggio esterno con sversamento dei rifiuti». Così che «non può esservi dubbio - scrivono i giudici di Cassazione - sull’idoneità della condotta di sversamento dei reflui nello specchio acqueo a mettere in pericolo il bene giuridico protetto dalla norma incriminatrice».

Nella storia, che ha portato la Bicicchi (e con l’azienda la giustizia ha colpito anche il capo cantiere) alla pena pecuniaria, c ‘era un altro aspetto importante. Che oggi, alla luce della sentenza di Cassazione, induce a chiedersi e chiedere dove fossero la Regione che erogava il finanziamento (quasi 3 milioni) ed il Comune che attuava l’intervento attraverso l’attività dell’ufficio lavori pubblici allora diretto da Riccardo Raffaelli. Aspetto importante perché quando il caso scoppia - nel febbraio 2012 - è il Comune a giurare che vi sia già l’autorizzazione di Ait. Documento che, però, arriverà solo il 3 maggio dello stesso anno.

Quando il “Tirreno” scatta a febbraio le prime foto nell’area immortala una sorta di “bozzo” artificiale, sulle cui “sponde” si vedono chiaramente le tracce delle gomme dei grossi mezzi meccanici utilizzati per eseguire i lavori. Il liquido che va verso il lago è percolato. Nell’acqua grandi chiazze oleose. «Non arriva al lago», spiegava al cronista Paolo Del Debbio, ingegnere e componente del gruppo di lavoro che ha firmato il progetto esecutivo: «Perché in testa ed in coda il flusso d’acqua è bloccato». Da cosa, era la domanda inevitabile? «Terra», la risposta.

Le carte dell’inchiesta del “Tirreno” sono state acquisite, nel 2014, dai carabinieri del Nucleo investigativo di Lucca che indagavano sul sistema di progettazioni dei lavori pubblici del Comune di Viareggio. Oggi, ad inchiesta archiviata sul nascere in conseguenza del no del Gip ad intercettazioni e perquisizioni, la conferma della sentenza di Cassazione che l’esigenza di fare luce su come si spendevano i soldi per i lavori pubblici a Viareggio era reale ed impellente.

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