Sicurezza
FORTE DEI MARMI
Le porte magiche di Rotelli in esposizione a Villa Bertelli
di ADOLFO LIPPI
C’è un’onda che connette materia, luce, poesia, colori, è un’onda che Marco Nereo Rotelli, artista milanese con casa a Forte dei Marmi, intercetta, ferma, descrive in opere (quadri, sculture), in...
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C’è un’onda che connette materia, luce, poesia, colori, è un’onda che Marco Nereo Rotelli, artista milanese con casa a Forte dei Marmi, intercetta, ferma, descrive in opere (quadri, sculture), in performance luminose, in collage che per l’intera estate villa Bertelli al Forte esporrà come evento in parallelo con un’altra mostra che Rotelli colloca nell’abbazia di Montecassino trasformata in piazza magica. Rotelli, capelli ormai bianco marmo, maniere carismatiche, passo educato all’astrazione, da anni frequenta la Versilia. L’amò fin da quando poté vedere alcuni quadri di Carlo Carrà, anch’egli milanese, che fu incantato dai paesaggi di spiaggia, buoi, capanni, mare, a metà Novecento. E ne fece arte eternata in musei di ogni dove.
Rotelli, che è nato a Venezia, non poteva nascondersi al mare, alle trasparenze dell’acqua; e così da architetto come s’era laureato, si mise davanti alla marina e nel celeste-azzurro-blu dell’infinito, capì che l’onda era energia che attraversava i corpi, li dissolveva, li riplasmava e le stesse parole, riflesse, contorte non si bloccavano in un proustiano tempo perduto, oggetti tra oggetti vecchi e rimembrati, ma guizzavano in una danza, in una spinta alla vita che rianimava uomini, paesaggi, cose, memoria. Oltre Carrà e i suoi espliciti esempi.
Tre sono le attività artistiche di Rotelli: la pittura, l’installazione luminosa, il collage (assemblaggio di materie varie. Per quanto riguarda la pittura Rotelli iniziò astratto, a collimare colori empatici. Affiancò celesti rosa, rossi, gialli, in quadri carichi di atmosfere ed armonie. Poi dai quadri passò alle porte si proprio alle porte usuali, le colorò, le risistemò, le significò. A questo punto vi fu l’intervento della sua nascosta passione, la poesia. E venne il contatto con Pasolini, con Sanguineti, con Mario Luzi ai quali sottrasse le parole, le disegnò ora in ampiezza ora in continuum e così come si può vedere nell’arte islamica le fece crescere e conquistare lo spazio, ogni spazio, dal quadro alle porte ai vetri alle sculture in marmo. In ogni opera, insomma, mise un’iscrizione. E fiorettò di “segno” come sarebbe piaciuto a Roland Barthes, uno dei più grandi semiologi del Novecento.
Rotelli poi conobbe Adonis, un poeta persiano abitante a Parigi, ed assieme intervennero al Macro di Roma, l’uno poetando, l’altro dipingendo, con un vasto repertorio di legni e collages. Fu anche bandito un invito al pubblico perché portasse al Macro giornali e carta e con questi residui da macero furono esplorate varie posizionamenti. Poi Rotelli concepì gli scudi. Prese dei tondi in acciaio e vi pose sopra iscrizioni e simboli; come se gli scudi dovessero preservare una civiltà davanti alla barbarie.
Tuttavia sono state le costruzioni “con la luce” a dare fama a Rotelli, a dargli un contatto proficuo con la gente. Quella avvertita. Da Parma a Mantova, dal ponte Milvio a Santiago de Compostela, dalla Cina agli Usa, Rotelli ha proiettato con la luce le sue opere sulle facciate di palazzi e chiese. E sono venuti (e ne vengono) delle spettacolarizzazioni su luoghi morti. Bellissima fu ad esempio la proiezione nelle cave di Carrara.
Alla Biennale di Venezia, dove Rotelli è stato molte volte ospite d’onore, creò un bunker poetico un assemblaggio di porte dorate, filo di ferro, balle, schegge residuali, una costruzione creativa che era un villaggio e rifugio per cervelli sensibili, cervelli poetici ai quali Rotelli dedica ora questa mostra di Villa Bertelli che si protrarrà fino a settembre.
Rotelli, che è nato a Venezia, non poteva nascondersi al mare, alle trasparenze dell’acqua; e così da architetto come s’era laureato, si mise davanti alla marina e nel celeste-azzurro-blu dell’infinito, capì che l’onda era energia che attraversava i corpi, li dissolveva, li riplasmava e le stesse parole, riflesse, contorte non si bloccavano in un proustiano tempo perduto, oggetti tra oggetti vecchi e rimembrati, ma guizzavano in una danza, in una spinta alla vita che rianimava uomini, paesaggi, cose, memoria. Oltre Carrà e i suoi espliciti esempi.
Tre sono le attività artistiche di Rotelli: la pittura, l’installazione luminosa, il collage (assemblaggio di materie varie. Per quanto riguarda la pittura Rotelli iniziò astratto, a collimare colori empatici. Affiancò celesti rosa, rossi, gialli, in quadri carichi di atmosfere ed armonie. Poi dai quadri passò alle porte si proprio alle porte usuali, le colorò, le risistemò, le significò. A questo punto vi fu l’intervento della sua nascosta passione, la poesia. E venne il contatto con Pasolini, con Sanguineti, con Mario Luzi ai quali sottrasse le parole, le disegnò ora in ampiezza ora in continuum e così come si può vedere nell’arte islamica le fece crescere e conquistare lo spazio, ogni spazio, dal quadro alle porte ai vetri alle sculture in marmo. In ogni opera, insomma, mise un’iscrizione. E fiorettò di “segno” come sarebbe piaciuto a Roland Barthes, uno dei più grandi semiologi del Novecento.
Rotelli poi conobbe Adonis, un poeta persiano abitante a Parigi, ed assieme intervennero al Macro di Roma, l’uno poetando, l’altro dipingendo, con un vasto repertorio di legni e collages. Fu anche bandito un invito al pubblico perché portasse al Macro giornali e carta e con questi residui da macero furono esplorate varie posizionamenti. Poi Rotelli concepì gli scudi. Prese dei tondi in acciaio e vi pose sopra iscrizioni e simboli; come se gli scudi dovessero preservare una civiltà davanti alla barbarie.
Tuttavia sono state le costruzioni “con la luce” a dare fama a Rotelli, a dargli un contatto proficuo con la gente. Quella avvertita. Da Parma a Mantova, dal ponte Milvio a Santiago de Compostela, dalla Cina agli Usa, Rotelli ha proiettato con la luce le sue opere sulle facciate di palazzi e chiese. E sono venuti (e ne vengono) delle spettacolarizzazioni su luoghi morti. Bellissima fu ad esempio la proiezione nelle cave di Carrara.
Alla Biennale di Venezia, dove Rotelli è stato molte volte ospite d’onore, creò un bunker poetico un assemblaggio di porte dorate, filo di ferro, balle, schegge residuali, una costruzione creativa che era un villaggio e rifugio per cervelli sensibili, cervelli poetici ai quali Rotelli dedica ora questa mostra di Villa Bertelli che si protrarrà fino a settembre.
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