Il Tirreno

Versilia

Quel bronzo mai amato 

di PAOLO FORNACIARI
Quel bronzo mai amato 

Novant’anni fa l’inaugurazione dell’opera di Viani e Rambelli

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Per i viareggini (soprattutto per quelli entrati da tempo negli “anta”) è semplicemente la piazza delle paure. Un nome - quello popolarmente dato alla piazza Garibaldi a Viareggio - legato al Monumento ai Caduti della Patria realizzato da Lorenzo Viani e Domenico Rambelli. E quel monumento fu inaugurato proprio 90 anni fa: il 3 luglio 1927. Una imponente cerimonia che vide la presenza del segretario generale del Partito Nazionale Fascista, Augusto Turati, del ministro dell’Economia Nazionale, Giuseppe Belluzzo e dell’on. Franco Ciarlantini.

Insieme al Monumento, nello stesso giorno furono inaugurate altre opere pubbliche: la Casa del Fascio (poi divenuta sede della Camera del Lavoro); l’edificio scolastico in via IV Novembre, sede del liceo-ginnasio e dell’istituto tecnico commerciale, progettato dall’ingegner Alfredo Belluomini; il Viale dei Tigli completamente asfaltato; il cippo di marmo nei pressi della Lecciona, in ricordo del riscatto della pineta di Levante, il cui testo fu scritto da Lorenzo Viani; lo scalone marmoreo del Palazzo comunale, in via Regia; l'affresco eseguito dal professor Bargellini nell'atrio del Palazzo delle Muse; l’impianto telefonico della Società Telefonica Tirrena; il campo sportivo del “Littorio”.

Momento centrale di questa grande manifestazione - si parlò di una adunata di circa diecimila avanguardisti e di una sfilata di quarantamila fascisti - fu tuttavia l’inaugurazione del Monumento ai Caduti.

Il significato dell’opera. Il significato dell’opera scultorea, resa con le figure del Seminatore, del Fante e del Marinaio, dai volumi chiusi in uno spazio triangolare, vitalizzata dal primitivismo ideologico di Viani che si somma a quello plastico di Rambelli, è spiegato nella relazione che i due autori allegarono al bozzetto: «Nel seminatore - che ha il passo implacabile del viandante - abbiamo voluto esprimere il carattere della nostra stirpe che chiude in sé l’ansia perenne di andare per le vie del mondo a diffondere la fiamma dell’ideale onde la vita s’illumina e arde. Il passo possente di questo seminatore trae nuovo impeto fatale dal fuoco che arse le anime dei nostri eroi sì come la quercia robusta trae dalla terra madre gli elementi della vita. Nella figura laterale, l’eroe della terra, abbiamo voluto chiudere entro solide linee conclusive il fante: il rude cappotto dall’orditura grave, l’elmetto che serra il capo; le ritorte strette delle fascie, aderenti alle gambe dell’Eroe, come la scorza al tronco, le scarpe di cuoio ferrato, che formavano una massiccia compostezza monumentale sulle trincee aride, l’abbiamo volute esprimere con forme sobrie ed angolari - architettoniche quasi - per liberare l’immagine da ogni ricordo di colore che sono e che saranno, come un colosso di potenza e di audacia disteso sui termini estremi della Patria. Nella figura l’eroe del mare dell’opposto lato, abbiamo voluto riassumere tutti i sacrifici e gli oscuri martirii di questa alacre gente mediterranea; abbiamo fuso nella morbidezza lene delle acque le membra robuste, perché l’eroe appaia come un Dio sospeso nella verde profondità del mare nostro che col suo gesto estremo pare commetta al seminatore il fuoco del suo ideale. La semplice austera espressione formale che volutamente abbiamo dato all’opera nostra, a Noi pare ben si convenga per celebrare la moltitudine oscura che compì l’eroico olocausto alla maestà della Patria e raggiunse d’improvviso la gloria e l’ignoto».

Grazie alla ferma determinazione della commissione giudicatrice, composta da Lodovico Pagliaghi, Arturo Dazzi, Giuseppe Boni, Virgilio Bondois e presieduta dal senatore Leonardo Bistolfi, la scultura vinse il concorso e fu inaugurata come «poderosa opera del fascismo viareggino», dopo una travagliata vicenda durata oltre sei anni, caratterizzata da critiche e polemiche non solo nei confronti dell’opera, ma anche dei due artisti ed in particolare di Viani.

Il discorso di Augusto Turati. Il clima ostile nei confronti del monumento è testimoniato dal discorso pronunciato da Augusto Turati, segretario del Partito Fascista, che non cita mai i due autori: «Io penso come voi che qualunque più nuova e più ardita forma di arte, anche vissuta e sentita profondamente dall’artista geniale si traduca in plastica forma, mai riuscirà a ripetere la nostra passione e la nostra devozione alla memoria dei Caduti. Gli italiani potrebbero affollare di statue le loro piazze, potrebbero invocare l’opera di artisti immortali, ma i combattenti attenderebbero ancora la creazione d’arte che ripeta il nostro amore. Se però tali manifestazioni sono opportune e forse doverose, è molto più grande e più nobile per noi, costruire nell’animo nostro quel Monumento di affetti e di riconoscenza che nessuno potrà cancellare e che ci renderà più degni dei nostri Caduti. Soltanto una madre potrebbe innalzare il Monumento degno dell’eroismo e del sacrificio, soltanto quella madre che salutò piangendo il figlio partente e che a ciglio asciutto per l’immenso dolore ed il giusto orgoglio, accolse la notizia della sua morte, potrebbe qui pronunciare le parole che i nostri Caduti saprebbero intendere. Noi chiniamo davanti a questo simbolo la nostra fronte, forse troppo superba e giuriamo: O Italia i nostri morti sapranno renderci degni e pronti ad ogni nuova battaglia».

Gli autori: Viani e Rambelli. L’onorevole Franco Ciarlantini, che si era fortemente impegnato a favore dell’opera di Viani e Rambelli, così scrisse sul numero unico Riviera Versiliese del 3 luglio 1927, pubblicato in occasione dell’inaugurazione, circa il rapporto di partecipazione dei due artisti nella realizzazione dell’opera scultorea: «Viani e Rambelli: due temperamenti diversi, due diverse sensibilità di artisti, forse con una sola caratteristica comune: la spietata sincerità nell’arte... Viani tipo leonardesco, può dipingere o scolpire, incidere o poetare, trattar di musica o dettar prose impeccabili; c’è qualche cosa di misterioso in lui che lo rinnova ogni giorno e lo ringiovanisce, che gli moltiplica lo spirito e le stesse possibilità pratiche con sorpresa persino di chi più lo conosce e lo ama. Rambelli, creatore aspro e taciturno, sa scoprire nel legno, nel rame, nella terra, nel marmo e il sogno e la realtà, a piacer suo, con la serenità propria di chi ha imprigionato nel suo cuore una smisurata somma di esperienze. Chi l’ha ideato? Tutt’e due. La esecuzione è stata opera esclusiva di Domenico, ma Lorenzo ne ha accompagnata la gioiosa fatica con ansia fraterna. Si può dire che Viani abbia dato per la creazione quel contributo d’amore che dà diritto alla vera paternità. E Rambelli si è gettato nel non facile cimento liberando tutte le sue capacità artistiche, proprio perché si sentiva secondato e quasi protetto dalla solidarietà spirituale di un fratello d’arte tanto difficile a concedere elogi, esigente con gli altri quanto con se stesso. E difatti chi guardi con spregiudicatezza l’opera d’arte che sorge in piazza Garibaldi può scoprire in essa i caratteri peculiari dell’uno e dell’altro artista: il pensiero arditamente rivoluzionario di Viani, l’impronta massiccia vigorosa inconfondibile della tecnica e della genialità rambelliana».

Leonardo Bistolfi volle il monumento di Viani e Rambelli. L’inagurazione solenne, comunque, non mise a tacere le prese di posizione che si erano fortemente opposte alla sua realizzazione e negli anni che seguirono la piazza ed il monumento, eretto a “onore e ricordo” dei Caduti viareggini, furono ancora al centro di aspre critiche. Nel novembre 1933, in Illustrazione Toscana, Lorenzo Viani pubblicò l’articolo “Leonardo Bistolfi e il Monumento ai Caduti di Viareggio” che così descrive le tensioni che caratterizzarono il momento dell’inaugurazione: «Il Monumento ai Caduti di Viareggio intorno a cui si pietrifica da anni lo stupore della gente, la quale non so capacitarmi del perché, è stato il frutto di un lungo travaglio mosso da disinteressato amore; a questo amore diede la sua fiamma animatrice Leonardo Bistolfi e il suo conforto. Anche il giorno della inaugurazione Bistolfi era là sotto la gradinata patibolare a prendere tutta la sua parte di responsabilità tra Viani e Rambelli, vicino ai quali era il Vescovo ed un plotone di soldati; più che una inaugurazione sembrava un’esecuzione».

Tutto questo fece sì che nel 1940, quattro anni dopo la morte di Viani, sulla scia della compagna nazionale di raccolta dei materiali ferrosi per l’industria bellica, si pensò di chiudere definitivamente la questione “monumento” destinando il bronzo per la realizzazione di nuove armi. Nella relazione che motiva la demolizione della scultura, si legge che la piazza, a causa della presenza del monumento «che incombe come un’oppressione o come uno spavento» è indicata come la “piazza delle paure”. Fortunatamente, per superiori disposizioni, il bronzo non fu rimosso per essere sostituito, come da programma, con una «qualche viva espressione d’arte italiana» e Viareggio conserva ancora quell’opera, che dopo tante critiche, oggi, nella solarità della piazza, riscuote unanimi consensi. Anche se per molti viareggini quella resta e resterà «la piazza delle paure».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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