Il Tirreno

Versilia

Noi, vittime delle stragi dimenticati dalla legge 

di Donatella Francesconi
Noi, vittime delle stragi dimenticati dalla legge 

L’incontro con l’ex Procuratore generale della Toscana Deidda

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VIAREGGIO. «Quale rispetto della vita c’è in uno che guida una grande azienda senza strutturare la sicurezza?», è il quesito messo sul tavolo della sala di rappresentanza del Municipio viareggino dall’ex Procuratore generale della Toscana, Beniamino Deidda, ancora una volta insieme ai familiari delle vittime della strage di Viareggio e a chi è venuto da ogni parte d’Italia per testimoniare solidarietà e battaglie. Ad introdurre il concetto tanto essenziale della “vita” è, poco prima della parole del magistrato, Filippo Nogarin, sindaco di Livorno. Quella Livorno rappresentata, nel comitato nazionale “Noi non dimentichiamo” da i familiari dei morti nel rogo del traghetto Moby Prince, 1991, 140 morti ed una commissione di indagine parlamentare appena avviata. «Livorno è con voi. Ogni volta che vengo a Viareggio il 29 giugno faccio una riflessione: Viareggio fa pensare al mare, al vento, alle cose belle. E venire qui per l’anniversario della strage proprio non torna. Perché dovremmo avere la forza di valorizzare la vita che è una cosa miracolosa». La frase del primo cittadino labronico si spezza qui e lascia il posto a lacrime vere, di fronte alle quali cala il silenzio nella sala affollata. «Di fronte alle stragi di Viareggio, da Livorno a Viareggio, al Giglio ad Ustica e tutte le altre», continua Nogarin, «non accetto che vi possa essere il silenzio. Non contemplo la possibilità di fare finta di niente. Non sono capace».

Come non ne sono capaci la presidente del Comitato nazionale, Gloria Puccetti, che sul lavoro ha perso un figlio ventenne, Adele Chiello, madre di Giuseppe Tusa, una delle nove vittime del tragico incidente della Torre Piloti in porto a Genova cinque anni fa, Antonio Morelli, da San Giuliano di Puglia, padre di una delle piccole vittime tra le macerie della scuola crollata come fosse di carta nel terremoto del 2002. Loris Rispoli, ancora in strada mille e mille volte per avere la verità sulla tragedia del Moby Prince, Bruno Pesce, per l’Associazione dei familiari delle vittime di amianto a Casale, e tutti gli altri che ancora una volta sono arrivati a Viareggio nella giornata dell’anniversario del disastro ferroviario.

«Il porto di Genova, quel porto in cui mio figlio è morto a soli trent’anni», è la voce di mamma Adele, «è governato dalle istituzioni». Quelle stesse «che non avevano istituito distanze di sicurezza per quel tipo di trasporti».

Ferrovie, porti, poste, Azienda sanitarie, le grandi aziende pubbliche d’Italia che - lo ha detto chiaramente l’ex Procuratore generale della Toscana - «coltivano la nascosta convinzione che le leggi valgano per il privato». In un quadro generale che Deidda dipinge lucidamente, con l’esperienza di 50 anni in magistratura, di «tragica sottovalutazione della sicurezza come sistema». Sottovalutazione messa in luce nei dettagli dalle indagini della Procura di Lucca che hanno portato al processo e alle condanne per la strage di Viareggio e le sue 32 vittime.

Le motivazioni della sentenza di primo grado, emessa dal tribunale di Lucca, ancora non sono note. Ma Beniamino Deidda, che la vicenda giudiziaria ha seguito dall’inizio, mette un punto fermo. Quello del «grandissimo valore pedagogico dell’incidente di Viareggio, per avere risposte su ciò che l’ha causato e da qui fare sì che non accada mai più, che si accresca ovunque la capacità di prevenire, In modo che “mai più” non sia solo un auspicio».

E se Deidda lancia un invito chiaro quando dice che «senza una forte speranza nella giustizia non ci sarà mai giustizia», nelle testimonianze di chi attraversa ogni giorno le stragi d’Italia prende il sopravvento la realtà più cruda, fuori e dentro le stanze della giustizia: «Manca il vero imputato - sono le parole di papà Antonio Morelli -: la classe politica di questo Paese, un Paese che va rifondato dal basso, un Paese zeppo di stragi, un Paese nel quale la giustizia non funziona».

Un Paese ai cui magistrati tutti - è ancora Deidda - «dovrebbe accadere di confrontarsi con una platea come quella riunita a Viareggio. Così da rendersi conto che molte della nostre questioni avrebbero necessità di maggiore concretezza». Una concretezza come quella di Bruno Pesce, quando - toccando la questione della prescrizione - parla per tutti: «Gli imputati hanno tutti i diritti. Chi ha subito il danno, invece, non ne ha. E subisce anche la beffa».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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