Il Tirreno

Versilia

Internato da Hitler: medaglia d’onore a 20 anni dalla morte 

Internato da Hitler: medaglia d’onore a 20 anni dalla morte 

La storia di Franco Arrighini, soldato viareggino che decise di rimanere fedele all’esercito e fu deportato a Berlino

3 MINUTI DI LETTURA





VIAREGGIO. Ha passato quasi due anni in un campo di concentramento a Berlino, rinchiuso assieme ad altri militari italiani come “internato” - termine inferiore a “prigioniero di guerra” - per volontà di Adolf Hitler. Ha sofferto la fame e per sopravvivere ha mangiato fegato crudo di maiale e bucce di patata. Oggi Franco Arrighini, di professione rilegatore di libri (mestiere appreso dal padre), non c’è più: è morto nell’aprile del 1998, a 81 anni, un mese dopo l’amata moglie Pia Michelini. Ha lavorato fino all’ultimo nel suo negozio, che molti ricorderanno nella storica sede di via San Francesco, vicino al cinema Goldoni (oggi l’attività di famiglia viene portata avanti dal figlio Giancarlo in via Vittorio Veneto). Quasi vent’anni dopo la sua scomparsa la Presidenza della Repubblica gli ha assegnato la medaglia d’onore. Onorificenza che è stata consegnata venerdì 2 giugno, dal sindaco di Firenze Dario Nardella alla figlia Oretta.
È lei stessa a raccontare in una lettera la commovente storia di suo padre. Arrighini era partito soldato per la guerra dopo essersi sposato. «Rimase in Grecia circa tre anni, spostandosi anche in Albania - racconta Oretta - Mi ricordo che raccontava di avere dormito sulla neve e di avere patito il freddo. Lui e i suoi commilitoni avevano adottato un cane». Poi arrivò l’8 settembre. «Si presentò allora l’incognita della scelta da compiere: arruolarsi con i partigiani greci, andare con i repubblichini di Salò, o rimanere fedeli all’esercito ed andare prigionieri in Germania. Babbo optò per la terza opzione e venne deportato in Germania. Il viaggio dalla Grecia alla Germania avvenne su una tradotta militare e durò circa due-tre mesi. Quando i prigionieri italiani arrivarono a Berlino ed entrarono nel campo di concentramento, furono accolti dagli insulti dei prigionieri francesi».
I soldati italiani deportati in Germania non furono trattati come prigionieri di guerra, ma come “internati”, denominazione escogitata da Hitler. Questo per rimediare alla contraddizione per cui la Germania deteneva come prigionieri di guerra i cittadini di una nazione, formalmente, ancora alleata. Ma la loro condizione era, per questo motivo, peggiore.
«Il babbo - prosegue Oretta - raccontava spesso della fame che aveva patito e del fatto che, talvolta riusciva a rubare qualche cosa per sfamarsi, anche il fegato crudo di maiale. Al rientro nel campo i prigionieri venivano perquisiti regolarmente dalla guardie. Babbo a un certo punto venne scelto per essere mandato a lavorare i campi in una fattoria, presso dei contadini che avevano bisogno di personale per fare dei lavori. Il lavoro era pesante ma almeno poteva mangiare di più, mentre gli altri suoi compagni di prigionia morivano di fame e di stenti. Mi diceva di aver mangiato anche bucce di patate in gran quantità. Le donne tedesche, impietosite, qualche volta regalavano delle patate. Caduto Hitler e finita la guerra, babbo insieme ad altri prigionieri italiani, fu liberato dai russi, che però si mostrarono molto duri nei confronti dei prigionieri italiani. Allora cominciò la fase del rientro. Dopo quattro mesi dalla liberazione, nel settembre 1945, arrivò a Viareggio dove abitavano i genitori. Arrivò sul far della sera, aveva ancora i vestiti da militare, ma era in una condizione disastrosa, tutto sporco e lacero. La prima ad accoglierlo fu la mia cugina Loretta, oggi ottantacinquenne, che aprendo la porta se lo trovò di fronte e si mise a gridare: “C’è lo zio Franco, c’è lo zio Franco!”. Scesero tutti quanti per fare festa ed abbracciarlo. Babbo però disse: “Non mi abbracciate, perché non so quello che ho addosso”. Allora il babbo venne spogliato dei suoi vestiti, ripulito alla meglio per via dei pidocchi, lì nella loggia dove si trovava e rifornito di altri abiti. Poi si ricongiunse anche con la moglie a Lucca, da dove si trasferì dopo alcuni anni a Viareggio».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa