Gioco
Puccini dimenticato
di ADOLFO LIPPI
Cade a pezzi la lapide nella clinica di Bruxelles dove morì
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La lapide che a Bruxelles rammenta la morte di Giacomo Puccini, lì avvenuta in una clinica del dottor Ledoux, cade a pezzi. Il tempo l’ha logorata e degradata. Eppure alla morte, tragica, del maestro si svolsero in Bruxelles funerali imponenti e tutt’ora egli viene rammentato in Belgio, come nel mondo intero, con momenti di gloria. In una recente visita fatta sul luogo (adesso la clinica ha lasciato il posto ad appartamenti privati) i consiglieri diplomatici Claudio Casini e Serena Lippi mi hanno fatto notare come sarebbe necessario rinnovare la lapide, rinfrescare le scritte (tra l’altro la città di nascita di Puccini viene trattata come Lucheis, in fiammingo, anziché Lucca), riprodurre un’immagine pucciniana più attuale.
Nei prossimi giorni il consiglio d’amministrazione del festival pucciniano discuterà la questione. È intenzione del direttore, Franco Moretti, accedere all’idea di un nuovo e più adeguato omaggio a Puccini. Come, del resto, lo stesso Moretti ha fatto in Giappone dove è stata collocata una bellissima statua del maestro. Contemporaneamente sono state interessate anche la nipote del compositore, Simonetta Puccini, il sindaco Giorgio Del Ghingaro, il senatore Andrea Marcucci, insomma le autorità che potrebbero e possono aderire all’iniziativa. Uno che si è detto subito disponibile è l’artista Lorenzo D’Andrea, che si è messo immediatamente al lavoro per la nuova lapide. Speriamo, insomma, che il prossimo novembre (Puccini morì alle quattro del mattino del 29), le autorità italiane e belghe possano ritrovarsi a celebrare Puccini in modo consono; davanti al palazzo dove egli visse i suoi drammatici ultimi momenti.
Tutto precipitò in quel freddo autunno del 1924 mentre il maestro era preso e proteso a dare un finale a “Turandot”, suo indiscusso capolavoro e sua “ultima” opera. Puccini lavorava nella sua casa di Viareggio al Marco Polo di fronte alla pineta. Vi si era trasferito perché a Torre del Lago, proprio nei pressi della sua famosa villa, avevano impiantato uno stabilimento di escavazione della torba; ed il chiasso saliva alle stelle disturbando quell’oasi di incanto. E di musica. Puccini non l’aveva presa bene. Egli era un naturalista convinto, cacciatore risoluto e spietato d’accordo, ma ben compreso delle armonie del paesaggio incontaminato e delle suggestioni del lago (non a caso era stato fin da giovane intriso ed appassionato di sinfonica tedesca, tanto influenzata, romanticamente, dalla natura). Così in tutta fretta s’era fatto costruire la villa a Viareggio nord. E qui s’era trasferito, piano e bagagli. Pur dicendo, qualche maldicente, che non era stata tanto la torba a convincerlo al trasloco, quanto un’intenzione di viverci, lontano da Elvira, con la sua ultima fiamma, una baronessina viennese conosciuta all’hotel “De Russie” e da lui mantenuta e protetta.
Ma d’estate, nel ’24, Puccini aveva cominciato a tossire. Puccini era dimagrito, Puccini non stava più bene, evitava le sfrenate corse in auto scoperta, in motocicletta, in motoscafo (con la baronessina). Gli è che il maestro da sempre era stato sofferente di gola (fumava toscani con ossessione), ma con il ’24 le sue condizioni andarono peggiorando tant’è che il suo medico curante gli consigliò un più approfondito consulto a Firenze.
Chi s’accorse immediatamente che non si trattava del solito mal di gola fu però la sua amica più cara, quell’inglese Sybil Seligman, che da anni, dopo un’appassionata infatuazione erotica, s’era dedicata come amica e mecenate a Puccini. Ella venendo a Viareggio e sentendo il “il Senatore” (come ormai lo chiamavano) tossire aveva capito che necessitava di cure ben più forti così convinse il figlio Tonio a prender la malattia molto sul serio. Tonio chiamò al maestro medici illustri.
Vennero da Milano e da Napoli famosi specialisti. E tutti sentenziarono un tremendo e micidiale cancro alla gola. Senza scampo. Ahimé Puccini non era in vacanza! Era in piena attività compositiva, stava terminando la Turandot. Aveva incontrato al “Gran Caffè Margherita” il maestro Arturo Toscanini, sollecitava di continuo Adami (suo librettista), lo tormentava l’ultimo duetto d’amore tra Calaf e la regina, il duetto risolutivo quando l’amore vince sulla morte, l’apoteosi dell’intera opera pucciniana tutta da comporre, struggente sintesi di anni ed anni di fatiche e trionfi. Lasciare tutto incompiuto?
Ma il male inesorabile non concedeva sconti. E Puccini, assieme al figlio Tonio, prese allora il treno per Bruxelles. Qui v’era una clinica dove i malati terminali venivano trattati con applicazioni radio. Si parlava di miracolose guarigioni. Scrive Puccini all’amico Adami: «Mi opererò, mi si curerà; mi si condannerà? Così non posso più andare avanti».
Puccini trascorse a Bruxelles parecchi giorni. Il dottor Ledoux, lo scienziato che sperimentava il trattamento, gli conficcava aghi nella gola infiammata; e Puccini, che ormai portava un pesante collare, poteva muoversi per la clinica (andò perfino ad una rappresentazione di “Butterfly” al teatro de la Monnaie), riceveva la Sligman (che non lo abbandonò mai), e scriveva lettere dolenti, certi giorni pareva anche risollevarsi, anche sperare.
Ma la mattina del 24 novembre ben sette aghi perforarono la gola del maestro. Era la prevista seconda parte del trattamento. L’operazione durò ben tre ore e quaranta minuti; siccome il cuore di Puccini non era a posto gli fecero soltanto l’uso di un anestetico locale. Poi trascorsero tre giorni d’inferno. Puccini era tormentato dalla sete, la gola gli bruciava. Il dottor Ledoux continuò a dirsi ottimista, la figlia Tosca gridò «Il nostro adorato papà è salvo!», però verso le sei il maestro ebbe un collasso, il cuore non resse più. Gli tolsero gli aghi dalla gola, gli praticarono un’iniezione, ma sopravvenne l’agonia che durò ben dieci ore. Così il 29 novembre alle quattro del mattino Giacono Puccini morì in questo grigio palazzotto del centro di Bruxelles. Dove poi si svolsero i funerali solenni (vi prese parte il primate del Belgio) prima di quelli, altrettanto solenni che ebbero luogo a Torre del Lago. Di questa vicenda, atroce, resta una consunta lapide sulla facciata del palazzo oggidì condominio. Non è giusto restaurarla? Non è un dovere dare nuovo risalto ad un uomo la cui vita commosse il mondo intero e la cui morte è quasi ignorata?
Nei prossimi giorni il consiglio d’amministrazione del festival pucciniano discuterà la questione. È intenzione del direttore, Franco Moretti, accedere all’idea di un nuovo e più adeguato omaggio a Puccini. Come, del resto, lo stesso Moretti ha fatto in Giappone dove è stata collocata una bellissima statua del maestro. Contemporaneamente sono state interessate anche la nipote del compositore, Simonetta Puccini, il sindaco Giorgio Del Ghingaro, il senatore Andrea Marcucci, insomma le autorità che potrebbero e possono aderire all’iniziativa. Uno che si è detto subito disponibile è l’artista Lorenzo D’Andrea, che si è messo immediatamente al lavoro per la nuova lapide. Speriamo, insomma, che il prossimo novembre (Puccini morì alle quattro del mattino del 29), le autorità italiane e belghe possano ritrovarsi a celebrare Puccini in modo consono; davanti al palazzo dove egli visse i suoi drammatici ultimi momenti.
Tutto precipitò in quel freddo autunno del 1924 mentre il maestro era preso e proteso a dare un finale a “Turandot”, suo indiscusso capolavoro e sua “ultima” opera. Puccini lavorava nella sua casa di Viareggio al Marco Polo di fronte alla pineta. Vi si era trasferito perché a Torre del Lago, proprio nei pressi della sua famosa villa, avevano impiantato uno stabilimento di escavazione della torba; ed il chiasso saliva alle stelle disturbando quell’oasi di incanto. E di musica. Puccini non l’aveva presa bene. Egli era un naturalista convinto, cacciatore risoluto e spietato d’accordo, ma ben compreso delle armonie del paesaggio incontaminato e delle suggestioni del lago (non a caso era stato fin da giovane intriso ed appassionato di sinfonica tedesca, tanto influenzata, romanticamente, dalla natura). Così in tutta fretta s’era fatto costruire la villa a Viareggio nord. E qui s’era trasferito, piano e bagagli. Pur dicendo, qualche maldicente, che non era stata tanto la torba a convincerlo al trasloco, quanto un’intenzione di viverci, lontano da Elvira, con la sua ultima fiamma, una baronessina viennese conosciuta all’hotel “De Russie” e da lui mantenuta e protetta.
Ma d’estate, nel ’24, Puccini aveva cominciato a tossire. Puccini era dimagrito, Puccini non stava più bene, evitava le sfrenate corse in auto scoperta, in motocicletta, in motoscafo (con la baronessina). Gli è che il maestro da sempre era stato sofferente di gola (fumava toscani con ossessione), ma con il ’24 le sue condizioni andarono peggiorando tant’è che il suo medico curante gli consigliò un più approfondito consulto a Firenze.
Chi s’accorse immediatamente che non si trattava del solito mal di gola fu però la sua amica più cara, quell’inglese Sybil Seligman, che da anni, dopo un’appassionata infatuazione erotica, s’era dedicata come amica e mecenate a Puccini. Ella venendo a Viareggio e sentendo il “il Senatore” (come ormai lo chiamavano) tossire aveva capito che necessitava di cure ben più forti così convinse il figlio Tonio a prender la malattia molto sul serio. Tonio chiamò al maestro medici illustri.
Vennero da Milano e da Napoli famosi specialisti. E tutti sentenziarono un tremendo e micidiale cancro alla gola. Senza scampo. Ahimé Puccini non era in vacanza! Era in piena attività compositiva, stava terminando la Turandot. Aveva incontrato al “Gran Caffè Margherita” il maestro Arturo Toscanini, sollecitava di continuo Adami (suo librettista), lo tormentava l’ultimo duetto d’amore tra Calaf e la regina, il duetto risolutivo quando l’amore vince sulla morte, l’apoteosi dell’intera opera pucciniana tutta da comporre, struggente sintesi di anni ed anni di fatiche e trionfi. Lasciare tutto incompiuto?
Ma il male inesorabile non concedeva sconti. E Puccini, assieme al figlio Tonio, prese allora il treno per Bruxelles. Qui v’era una clinica dove i malati terminali venivano trattati con applicazioni radio. Si parlava di miracolose guarigioni. Scrive Puccini all’amico Adami: «Mi opererò, mi si curerà; mi si condannerà? Così non posso più andare avanti».
Puccini trascorse a Bruxelles parecchi giorni. Il dottor Ledoux, lo scienziato che sperimentava il trattamento, gli conficcava aghi nella gola infiammata; e Puccini, che ormai portava un pesante collare, poteva muoversi per la clinica (andò perfino ad una rappresentazione di “Butterfly” al teatro de la Monnaie), riceveva la Sligman (che non lo abbandonò mai), e scriveva lettere dolenti, certi giorni pareva anche risollevarsi, anche sperare.
Ma la mattina del 24 novembre ben sette aghi perforarono la gola del maestro. Era la prevista seconda parte del trattamento. L’operazione durò ben tre ore e quaranta minuti; siccome il cuore di Puccini non era a posto gli fecero soltanto l’uso di un anestetico locale. Poi trascorsero tre giorni d’inferno. Puccini era tormentato dalla sete, la gola gli bruciava. Il dottor Ledoux continuò a dirsi ottimista, la figlia Tosca gridò «Il nostro adorato papà è salvo!», però verso le sei il maestro ebbe un collasso, il cuore non resse più. Gli tolsero gli aghi dalla gola, gli praticarono un’iniezione, ma sopravvenne l’agonia che durò ben dieci ore. Così il 29 novembre alle quattro del mattino Giacono Puccini morì in questo grigio palazzotto del centro di Bruxelles. Dove poi si svolsero i funerali solenni (vi prese parte il primate del Belgio) prima di quelli, altrettanto solenni che ebbero luogo a Torre del Lago. Di questa vicenda, atroce, resta una consunta lapide sulla facciata del palazzo oggidì condominio. Non è giusto restaurarla? Non è un dovere dare nuovo risalto ad un uomo la cui vita commosse il mondo intero e la cui morte è quasi ignorata?
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