La protesta
ICare ha un anno e rischia la liquidazione
L’amministrazione Del Ghingaro intende ricapitalizzarla. Ma la legge impone un piano di risanamento
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VIAREGGIO. Un terzo di riduzione del capitale sociale mette un’azienda nelle condizioni di liquidazione. Ed è esattamente a questo punto che si trova il cammino di “ICare Srl”, nata dall’Azienda speciale pluriservizi appena un anno fa. Come ha annunciato ieri, nella riunione delle commissione bilancio, l’assessore Laura Servetti.
Preso il servizio tributi dalla fallita Viareggio Patrimonio, ed assunti 36 dipendenti, oggi - per far sopravvivere “ICare” - serve che l’Ente pubblico vi metta dentro del denaro, ovvero la ricapitalizzi per 1 milione, tondo tondo.
Come si è arrivati a questo punto in appena un anno è ricostruibile, forse, dalla gran mole carte che accompagna l’operazione di ricapitalizzazione che va in consiglio comunale lunedì prossimo. Carte dalle emergono, inquietanti, i numeri delle prime pagine della “Nota integrativa al bilancio al 31 dicembre 2016”. Là dove si ricostruisce che “il data 24 marzo 2017 è stata presentata, da parte dell’esperto nominato dal Tribunale, dottor Marco Terigi la relazione giurata” che determina il valore del Patrimonio netto della trasformanda Azienda Speciale Pluriservizi «determinato ai sensi del combinato disposto degli articoli 2500 ter e 2465 del Codice civile sulla base dei valori al 30 aprile 2016 degli elementi dell’attivo e del passivo della società». E qui la prima “sorpresa”: “ICare” costituita con un capitale sociale di 1.942.168 euro risulta avere un patrimonio netto negativo per euro 2.654.227,64. Uno scenario che, evidentemente, al momento della costituzione di “ICare”, nessuno aveva calcolato.
Viene indicata una soluzione che, una volta applicata - si legge ancora nella Nota integrativa al bilancio, porta a «considerare come valore recuperabile l’importo di euro 2.741.524,73». Ma a recupero effettuato «il Patrimonio netto della società sarebbe sì positivo - e pari ad euro 87.297,09 - ma comunque inferiore a quanto indicato nella delibera di trasformazione pari a euro 1.942.168».
Resta la domanda: chi ha determinato e come l’entità del capitale sociale al momento della società alla cui presidenza il sindaco Giorgio Del Ghingaro ha nominato Moreno Pagnini.
In attesa di capire come abbia fatto “ICare” a passare - come si dice - dalle stelle alle stalle, non resta che soffermarsi sulla fotografia dell’oggi, quella degli atti che vanno in approvazione lunedì. In un quadro normativo definito dal decreto legislativo 175/2016, Testo unico sulle società partecipate pubbliche. Che mette le crisi di tali società in capo alle stesse, come accade con quelle private. Stabilendo (comma 2) che «qualora emergano, nell'ambito dei programmi di valutazione del rischio, uno o più indicatori di crisi aziendale, l'organo amministrativo della società a controllo pubblico adotta senza indugio i provvedimenti necessari al fine di prevenire l'aggravamento della crisi, di correggerne gli effetti ed eliminarne le cause, attraverso un idoneo piano di risanamento».
La domanda è inevitabile, e la pone per primo il segretario generale del Comune, Fabrizio Gerardi, nel parere che i consiglieri trovano allegato alla delibera: dov’è il piano di risanamento che ICare, alle prime avvisaglie che “buttava male” avrebbe dovuto presentare all’amministrazione?
Ma non solo, perché il decreto fortemente voluto dal Governo Renzi stringe le società pubbliche nell’angolo e con loro le pubbliche amministrazioni che si vogliano gettare al salvataggio. Il comma 4 stabilisce, infatti, che «non costituisce provvedimento adeguato, la previsione di un ripianamento delle perdite da parte dell'amministrazione o delle amministrazioni pubbliche socie, anche se attuato in concomitanza a un aumento di capitale o ad un trasferimento straordinario di partecipazioni o al rilascio di garanzie o in qualsiasi altra forma giuridica, a meno che tale intervento sia accompagnato da un piano di ristrutturazione aziendale, dal quale risulti comprovata la sussistenza di concrete prospettive di recupero dell'equilibrio economico delle attività svolte».
È in questo quadro che l’amministrazione Del Ghingaro di appresta a mettere denaro pubblico in una società partecipate della quale non dovrebbe «mantenere le quote», ai sensi della stessa normativa.
Donatella Francesconi
Preso il servizio tributi dalla fallita Viareggio Patrimonio, ed assunti 36 dipendenti, oggi - per far sopravvivere “ICare” - serve che l’Ente pubblico vi metta dentro del denaro, ovvero la ricapitalizzi per 1 milione, tondo tondo.
Come si è arrivati a questo punto in appena un anno è ricostruibile, forse, dalla gran mole carte che accompagna l’operazione di ricapitalizzazione che va in consiglio comunale lunedì prossimo. Carte dalle emergono, inquietanti, i numeri delle prime pagine della “Nota integrativa al bilancio al 31 dicembre 2016”. Là dove si ricostruisce che “il data 24 marzo 2017 è stata presentata, da parte dell’esperto nominato dal Tribunale, dottor Marco Terigi la relazione giurata” che determina il valore del Patrimonio netto della trasformanda Azienda Speciale Pluriservizi «determinato ai sensi del combinato disposto degli articoli 2500 ter e 2465 del Codice civile sulla base dei valori al 30 aprile 2016 degli elementi dell’attivo e del passivo della società». E qui la prima “sorpresa”: “ICare” costituita con un capitale sociale di 1.942.168 euro risulta avere un patrimonio netto negativo per euro 2.654.227,64. Uno scenario che, evidentemente, al momento della costituzione di “ICare”, nessuno aveva calcolato.
Viene indicata una soluzione che, una volta applicata - si legge ancora nella Nota integrativa al bilancio, porta a «considerare come valore recuperabile l’importo di euro 2.741.524,73». Ma a recupero effettuato «il Patrimonio netto della società sarebbe sì positivo - e pari ad euro 87.297,09 - ma comunque inferiore a quanto indicato nella delibera di trasformazione pari a euro 1.942.168».
Resta la domanda: chi ha determinato e come l’entità del capitale sociale al momento della società alla cui presidenza il sindaco Giorgio Del Ghingaro ha nominato Moreno Pagnini.
In attesa di capire come abbia fatto “ICare” a passare - come si dice - dalle stelle alle stalle, non resta che soffermarsi sulla fotografia dell’oggi, quella degli atti che vanno in approvazione lunedì. In un quadro normativo definito dal decreto legislativo 175/2016, Testo unico sulle società partecipate pubbliche. Che mette le crisi di tali società in capo alle stesse, come accade con quelle private. Stabilendo (comma 2) che «qualora emergano, nell'ambito dei programmi di valutazione del rischio, uno o più indicatori di crisi aziendale, l'organo amministrativo della società a controllo pubblico adotta senza indugio i provvedimenti necessari al fine di prevenire l'aggravamento della crisi, di correggerne gli effetti ed eliminarne le cause, attraverso un idoneo piano di risanamento».
La domanda è inevitabile, e la pone per primo il segretario generale del Comune, Fabrizio Gerardi, nel parere che i consiglieri trovano allegato alla delibera: dov’è il piano di risanamento che ICare, alle prime avvisaglie che “buttava male” avrebbe dovuto presentare all’amministrazione?
Ma non solo, perché il decreto fortemente voluto dal Governo Renzi stringe le società pubbliche nell’angolo e con loro le pubbliche amministrazioni che si vogliano gettare al salvataggio. Il comma 4 stabilisce, infatti, che «non costituisce provvedimento adeguato, la previsione di un ripianamento delle perdite da parte dell'amministrazione o delle amministrazioni pubbliche socie, anche se attuato in concomitanza a un aumento di capitale o ad un trasferimento straordinario di partecipazioni o al rilascio di garanzie o in qualsiasi altra forma giuridica, a meno che tale intervento sia accompagnato da un piano di ristrutturazione aziendale, dal quale risulti comprovata la sussistenza di concrete prospettive di recupero dell'equilibrio economico delle attività svolte».
È in questo quadro che l’amministrazione Del Ghingaro di appresta a mettere denaro pubblico in una società partecipate della quale non dovrebbe «mantenere le quote», ai sensi della stessa normativa.
Donatella Francesconi
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