Il Tirreno

Versilia

«Troppi alloggi non sono a norma» 

«Troppi alloggi non sono a norma» 

Il presidente degli albergatori contro gli Airbnb irregolari «Non sono però in competizione con le strutture di qualità»

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FORTE DEI MARMI. I viaggiatori, dice, sono sempre più viziati. Viziati, perché hanno bisogno di essere coccolati sempre di più in vacanza, di avere servizi che nella vita quotidiana gli sfuggono di mano: il centro benessere, la sauna, la piscina riscaldata, il massaggiatore personale e, perché no, magari anche la palestra. È per questo, dice, che le piccole pensioni stanno dicendo addio alla Versilia per diventare appartamenti o aumentare di classe. Per non dimenticare un altro fattore: «che quello che dà il piccolo albergo, ora lo dà anche una casa in affitto». Paolo Corchia è il presidente di Federalberghi Toscana e proprietario (insieme alla moglie) dell’hotel President del Forte dei Marmi. Uno che vive il territorio e lo conosce come il palmo della sua mano.
Il mondo delle strutture ricettive in Versilia è profondamente cambiato negli ultimi anni. Cosa è successo?
«È successo che c’è un momento di qualità e di adeguamento di classificazione, con molti passaggi da due a tre stelle, e con quattro stelle che stanno crescendo. E poi ci sono le eccellenze. Lo abbiamo visto anche nella scelta del G7, che la Versilia si sta caratterizzando per il lusso».
Eppure una volta non era così. La Versilia era conosciuta anche per le sue pensioni, alla portata di tutti...
«Vero, adesso c’è una richiesta maggiore da parte dei clienti, il turismo è cambiato. La gente confronta i livelli internazionali con il nostro, quindi diventa più complesso dal semplice offrire un letto. Chi viaggia vuole servizi aggiuntivi, per questo abbiamo chiesto anche durante la stesura della legge regionale sul turismo la possibilità di adeguarci al cambiamento, di creare centri benessere, palestre, qualcosa in più dalla semplice colazione in camera».
In Versilia però ci sono anche 1150 alloggi privati su Airbnb, mentre otto anni fa erano solo 4 o 5. Non crede che questo abbia dato una frenata al lavoro dei piccoli alberghi?
«Sicuramente. Anche perché questi tipi di alloggi sono favoriti da una legislazione che non li controlla, non li censisce. Noi abbiamo chiesto da tempo un codice identificativo. Perché stesse mercato, stesse regole».
A cosa può servire un codice identificativo, per l’andamento del mercato?
«Serve a molto. In sostanza noi albergatori chiediamo che questi alloggi abbiano un’iscrizione nel registro del Comune, come noi, o della prefettura. Vogliamo che siano riconosciute come aziende nella camera di commercio. Che quindi siano riconoscibili e sottoposti alla stessa normativa».
Il testo unico sul turismo della Regione approvato lo scorsa anno sembra andare in questa direzione...
«Quella legge fissa dei paletti, ma non basta, perché consente una vasta area di abusivismo».
In che modo?
«Ad esempio, fissa un massimo di venti attività professionali, quando hai al massimo due strutture. Poi fino a un massimo di ottanta contratti registrati, che poi però difficilmente verranno registrati tutti. Ci aiuta, invece, un po’, il provvedimento del Governo che è in discussione in questo momento, il quale fissa per le locazioni brevi la cedolare stretta. Vede, questa è una fetta di mercato. Ed è giusto che ci sia. Noi chiediamo solo che gli standard di sicurezza siano garantiti: la denuncia degli alloggiati è importante. Anche per il terrorismo è giusto sapere chi alloggia in una determinata zona. Senza considerare poi l’evasione fiscale, la mancanza del rispetto delle regole contrattuali e via dicendo. Noi chiediamo insomma che tutto sia a norma, poi è giusto che ci siano forme alternative agli alberghi».
(mel. car.)

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