Gioco
Marcello Lippi si racconta nel giorno del suo compleanno: «Io, viareggino nel dna»
Il tecnico compie 69 anni e si racconta: «In città vedo un’aria nuova»
VIAREGGIO. Festeggia 69 anni. Ma il regalo di compleanno, stavolta, lo ha voluto fare lui alla sua città natale. Perché, invitato dall’associazione Medusa a parlare di sé nel salone del Gran Caffè Margherita, Marcello Lippi — complice anche l’affetto che lo lega a Guido Giannecchini — si concede con grande generosità alle domande dell’amico-intervistatore. E si racconta senza reticenze ad una platea attenta nonostante i capricci dell’impianto audio. Regalando aneddoti e curiosità pescati dal passato e dal presente, ma guardando sempre e comunque anche al futuro. Un futuro che vede finalmente un po’meno buio anche per la sua Viareggio. «Mi pare che la città stia pian piano cambiando. Vedo tanti lavori, un certo fermento. Insomma, qualcosa si muove».
Quando tifavo Milan. Dici Marcello Lippi e pensi automaticamente alla Juventus. O, se proprio conosci a fondo la sua storia calcistica, azzardi Sampdoria. E invece quello che sarà poi destinato a diventare un’incona della Torino bianconera nasce milanista. Per caso. «Quando ero ragazzino — racconta — abitavo in via Roma. E all’epoca, durante il Torneo di Viareggio, nella zona dove abitavo veniva ad alloggiare la primavera del Milan. Così, quando i giocatori andavano ad allenarsi in Pineta, io ed alcuni miei compagni ci offrivamo come raccattapalle. E, in cambio, chiedevamo ai giocatori di lasciarci le loro maglie come ricordo. Dopo tante insistenze, finalmente ne ottenemmo alcune. E così per la prima squadra che riuscimmo a mettere in piedi utilizzammo le casacche rossonere che ci erano state regalate. E da lì nacque questa simpatia per il Milan».
La (in)gratitudine dei viareggini. La lunga carriera di Marcello Lippi nel mondo del calcio parte invece da Genova. Sponda sampdoriana. E nonostante la militanza nella gloriosa società blucerchiata, dalla sua città natale non arrivano grandi attestati di stima. «I viareggini sono fatti così. Se qualcuno ha la fortuna di sfondare in qualche campo — ricorda con sarcasmo — ti incoraggiano subito... Così quando cominciai a giocare nelle giovanili dissero che non ero buono per il calcio. Quando debuttai in prima squadra profetizzarono che sarei rimasto giusto una o due stagioni. E così via, ad ogni gradino della mia carriera di giocatore prima e di allenatore poi. Solo quando ho cominciato ad allenare la Juventus e a vincere, allora qualcuno ha cominciato a dire di me che ero bravo...»
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Allenatore nel dna. Nonostante una eccellente carriera da calciatore («Praticamente ho sempre giocato nella Sampdoria: oggi mi definirebbero una bandiera come Francesco Totti o Alex Del Piero»), Marcello Lippi ha sempre avuto una spiccata propensione per il ruolo di allenatore. «A 25-26 anni — svela — quando ancora giocavo, ho frequentato il primo corso da allenatore. E dopo ogni allenamento, la sera, mi appuntavo sempre tutto ciò che facevamo sia come preparazione atletica che a livello di tattica». Insomma, Lippi aveva chiaro fin da sempre cosa avrebbe fatto una volta appese le scarpette al chiodo. «Anche se quello che impari da calciatore ha poco o niente a che vedere con quello che serve per diventare un buon allenatore».
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Però Lippi voleva allenare e non appena smesso ha accettato subito l’incarico di tecnico della primavera della Sampdoria. «Dopo poco, però, mi resi conto che volevo allenare una squadra vera, di adulti, di quelle che mobilitavano intere città. E così decisi di cimentarmi con una prima squadra». Partendo dal Pontedera («Iniziai con tre sconfitte, ma poi la società mi comprò un portiere vero e finimmo bene il campionato») e proseguendo poi sui campi di mezza Toscana. Da Siena («Dove ho conosciuto il mio primo esonero») a Carrara («Dove presi il posto di Corrado Orrico nonostante tutti mi sconsigliassero di farlo»). Fino al grande salto in serie A con il Cesena. «Ricordo che il presidente della società romagnola prima ancora di aver conquistato la salvezza mi offrì la riconferma. E gli strinsi la mano e accettai. Non firmai nulla, ma per me quello valeva più di mille contratti. Pochi giorni dopo mi cercò l’Atalanta che aveva conquistato la Uefa e mi offriva un ingaggio ben più importante. Ma io dissi che avevo già dato la mia parola e rinunciai. Poi, la stagione successiva, fui esonerato dopo soli sei mesi nonostante la miracolosa salvezza raggiunta l’anno prima. Ma sono convinto che aver mantenuto la parola data sia stata comunque la scelta più giusta».
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Quell’antipatia per i lucchesi. Dopo l’esonero, l’occasione per tornare ad allenare arriva con la Lucchese. «I tifosi, in quanto viareggino, non mi hanno mai amato. Per loro ero il bagnino, quello che piantava gli ombrelloni sulla spiaggia. Però la stagione iniziò alla grande. Vincemmo tutte le amichevoli precampionato, poi le prime sfide in Coppa Italia, infine partimmo bene anche in campionato. Alla prima sconfitta, però, dagli spalti cominciarono ad insultarmi proprio perché viareggino. E io risposi per le rime, ricordando che le loro mogli e le loro fidanzate venivano al mare a Viareggio e giù con le allusioni. Non me l’hanno mai perdonata...»
E così l’amore fra Lippi e Lucca non è mai sbocciato. «Mi ricordo che un’estate, mentre ero al mare, si avvicinò a me un tizio tifoso della Lucchese che mi disse che stavo molto meglio in costume da bagno sul mare che sulla panchina della sua squadra. Io gli infilai le dita nel naso, lo portai sulla passerella del bagno e gli rifilai un calcio nel sedere».
La Juve e i campioni. Dopo l’Atalanta e dopo il Napoli, per Lippi si spalancano le porte della Juventus. E la carriera di tecnico spicca definitivamente il volo. «Mi ricordo che la mia preoccupazione più grande, prima di iniziare la stagione, era quella di come mi sarei dovuto comportare in una società importante come quella. Decisi di continuare a fare come sapevo». Aiutato in questo dai grandi giocatori che ha incontrato nel suo cammino. «I grandi giocatori si dividono in due categorie: i campioni, che hanno grande talento ma che sono discontinui e alla fine ti fanno perdere un campionato; e poi ci sono i fuoriclasse, che invece hanno testa e grande continuità e ti fanno vincere perché sono dei leader». Della prima categoria, Lippi preferisce non fare nomi (anche se gli scappano quelli di Balotelli e Cassano), mentre della seconda fanno parte gente come Conte, Ferrara, Peruzzi, Cannavaro, Dechamps...
Il Lippi mondiale. Ma l’esperienza più bella in assoluto resta quella della vittoria dei Mondiali 2006 in Germania.
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«Vincere un campionato del mondo con la nazionale del tuo paese non è paragonabile a nulla. Non c’è altro da aggiungere». E, sollecitato dalla platea, torna a parlare della testata di Zidane a Materazzi. «Zidane è una persona fantastica e un uomo dolcissimo. Pensate che quando era nella Juventus, la sera andava a giocare a pallone scalzo nelle piazze di Torino con i suoi amici algerini. Però ogni tanto aveva dei momenti in cui perdeva il controllo. Ma non va certo giudicato per quel gesto». Poi rivela: «Nel frattempo io l’ho incontrato almeno una ventina di volta ma non abbiamo mai parlato né dell’episodio della testata, né tantomeno della finale».
Il colore (giallo) dei soldi. E poi c’è il Lippi più recente, quello che ha conquistato la Cina prima con il Guangzhou e poi con la nazionale. Un’esperienza — lo ammette senza false ipocrisie, come è nel suo stile — che ha avuto come molla principale il fattore economico. «Il presidente della società — racconta — mi ha corteggiato per sei-sette mesi. Per un po’ ho detto no alle sue proposte economiche. Ma ogni volta alzava sempre più l’asticella. L’ultima, quando mi sono lasciato convincere, mi ha fatto telefonare dalla persona che faceva da tramite fra noi dicendo che era appena sbarcato a Pisa per incontrarsi con il tecnico olandese Guus Hiddink in Costa Azzurra e chiudere l’accordo con lui. Io quel giorno ero a Milano da mio figlio. Poi aggiunse: “Salvo che tu non ci ripensi...”. Dissi che aveva fatto una buona scelta e chiesi però a quanto avevano chiuso l’accordo. Mi svelò la cifra e a quel punto gli dissi. No, lasciate perdere la Costa Azzurra e venite a Milano». E da lì nacque l’esperienza cinese che lo ha portato a conquistare anche una Champions in Asia. «Poi ho saputo che con Hiddink non avevano mai raggiunto un accordo», aggiunge.
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Arrabbiature in cinese. Ora che Marcello Lippi allena la nazionale cinese, si dice decisamente più contento. «Ogni due-tre mesi riesco a tornare in Italia per una ventina di giorni. E questa è una bella cosa, perché facendo l’allenatore di club non riuscivo mai a vedere la mia famiglia. E io avevo voglia di veder crescere i miei nipoti».
Poi racconta qualche aneddoto della sua vita con gli occhi a mandorla. «Quando sono in Cina vivo con un interprete dalle 8 del mattino alle 8 di sera. Del cinese ho imparato giusto qualche parola fondamentale da utilizzare in campo. Ma quando mi arrabbio non serve certo l’interprete». Poi aggiunge. «In Cina ho un autista con cui mi sposto perché i cartelli stradali sono tutti in cinese e non saprei proprio come muovermi. Ma chi si immagina una Cina come quella di venti-trent’anni fa, deve ricredersi. Le città assomigliano sempre più alle metropoli degli Stati Uniti. E anche le persone, e in particolar modo i giovani, si sono ormai occidentalizzati».
Sessantanove primavere. E degli anni che passano, Marcello Lippi si accorge soprattutto da chi gli sta intorno. «Un po’di tempo fa ho visto un lungo articolo su Tuttosport dal titolo “Tutti i figli di Lippi”. Lì per lì ho pensato: “Speriamo non lo legga mia moglie”. Poi ho visto che venivano elencati tutti i miei ex giocatori che nel frattempo erano diventati allenatori. Erano trentasette. Ecco, lì ho pensato al tempo che è passato...» E a sessantanove anni, Lippi ha maturato una serie di certezze professionali. Prima fra tutte quella che non tornerà ad allenare in Italia. «No, quello che dovevo fare qui l’ho già fatto. E nei panni di tecnico non mi ci vedo proprio più. Potrei semmai immaginarmi un futuro con un ruolo dirigenziale in una società. Ma su questo non ho ancora le idee chiare. Ora voglio chiudere nel migliore dei modi la mia avventura alla guida della nazionale cinese. Da quando sono arrivato la squadra è cresciuta e abbiamo conquistato una storica vittoria contro la Corea del Sud. Ma qualificarci per la fase finale dei mondiali sarà durissima. La matematica è ancora dalla nostra parte. E finché ci sarà una speranza, noi ci proveremo». Auguri, mister Lippi.
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